“Strade Sicure” diventa maggiorenne: la provvisorietà italiana finalmente può votare
«La sicurezza non è mai scontata. È una presenza. È un impegno. È un dovere». Con queste solenni parole il ministero della Difesa celebra i diciotto anni dell’operazione “Strade Sicure”. E ha ragione! Un compleanno così importante merita rispetto e qualche riflessione.
A diciotto anni si diventa maggiorenni, si può votare, prendere la patente e assumersi finalmente le proprie responsabilità. Anche una misura provvisoria, evidentemente, può diventare adulta.
Sei mesi trascorsi molto rapidamente
“Strade Sicure” nacque nel 2008 per rispondere a «specifiche ed eccezionali esigenze di prevenzione della criminalità». Il legislatore autorizzò inizialmente un massimo di 3.000 militari per sei mesi, con la possibilità di un solo rinnovo.
Durata teorica massima: un anno. Durata effettiva raggiunta il 4 agosto 2026: diciotto anni.
La misura temporanea ha quindi superato di diciotto volte la durata massima originariamente prevista. Ma non è un ritardo, è coerenza istituzionale. In Italia l’emergenza non viene abbandonata dopo pochi mesi, come avviene nei Paesi superficiali. Viene accompagnata, nutrita e cresciuta fino alla maggiore età.
Il contingente, nel frattempo, è passato dai 3.000 militari iniziali agli attuali 6.800, distribuiti in 58 province e impiegati nel presidio di circa mille aree sensibili: stazioni, aeroporti, sedi diplomatiche, luoghi di culto e zone turistiche.
Era una soluzione provvisoria. Oggi possiede contingenti pluriennali, un comando operativo nazionale e finanziamenti garantiti fino al 2027. Più che un’operazione temporanea, sembra una tradizione popolare.

Quasi 239 milioni l’anno, ma spesi provvisoriamente
Per ciascuno degli anni 2025, 2026 e 2027 sono stati autorizzati 198,4 milioni di euro per i 6.000 militari di “Strade Sicure” e altri 40,5 milioni per gli 800 di “Stazioni Sicure”.
Totale: circa 238,9 milioni di euro l’anno. Tradotto in una misura più comprensibile, fanno oltre 654.000 euro ogni ventiquattro ore. Sabati, domeniche e feste comandate comprese.
È il prezzo della provvisorietà ben organizzata.
Una provvisorietà che costa ogni anno quanto diversi programmi di ammodernamento militare, ma offre qualcosa di immediatamente visibile: soldati davanti alle stazioni, ai consolati e ai monumenti.
La Difesa può così mostrare concretamente ai cittadini dove si trovi l’Esercito. Non necessariamente ad addestrarsi contro un nemico, ma spesso davanti all’ingresso della metropolitana.
Oltre 300.000 appartenenti alle Forze di polizia chiedono 6.800 rinforzi
Il dato più rassicurante riguarda gli organici italiani. Le consistenze effettive comunicate dal Governo al Parlamento tra la fine del 2024 e il 2025 indicavano 96.508 appartenenti alla Polizia di Stato, 111.369 carabinieri, 58.126 appartenenti alla Guardia di finanza e 37.410 agenti di Polizia penitenziaria.

Totale: 303.413 persone. Anche escludendo la Polizia Penitenziaria, che svolge funzioni molto specifiche, restano 266.003 appartenenti ai tre principali corpi nazionali.
In Inghilterra e Galles, al 31 marzo 2026, risultavano invece 145.886 poliziotti nelle 43 forze territoriali. Aggiungendo British Transport Police, National Crime Agency e personale distaccato presso i servizi centrali si arriva a circa 154.600 unità.
Naturalmente non si tratta di categorie perfettamente sovrapponibili. La Guardia di Finanza ha competenze economico-finanziarie, la Polizia Penitenziaria opera soprattutto negli istituti di pena e il sistema britannico è organizzato diversamente.
Premessa questa necessaria cautela, il contrasto numerico rimane magnifico: sommando i quattro Corpi, l’Italia supera le 303.000 unità, quasi il doppio dei poliziotti territoriali di Inghilterra e Galles. Eppure… ha bisogno stabilmente di altri 6.800 militari!
Un prodigio organizzativo che merita sinceri complimenti: più personale specializzato nella sicurezza possediamo, maggiore appare la necessità di affidare parte della sicurezza a personale specializzato… in tutt’altro!
Un’esperienza motivante
Deve essere molto motivante, per le Forze dell’Ordine, osservare che poche migliaia di soldati riescono a permettere ciò che oltre 300.000 professionisti addestrati a far rispettare la legge e l’ordine pubblico non riescono evidentemente a garantire da soli.
E deve essere altrettanto motivante, per i militari, scoprire che il principale e più oneroso impiego operativo dell’Esercito sul territorio nazionale consiste nel supplire stabilmente alle esigenze di un altro comparto dello Stato.

La divisione delle competenze è così chiarissima. I poliziotti vengono formati per prevenire i reati, gestire l’ordine pubblico, investigare e arrestare i criminali. I soldati vengono formati per combattere e sconfiggere un nemico armato. Semplificando brutalmente: il poliziotto si addestra ad arrestare; il soldato, quando necessario, a uccidere.
Con “Strade Sicure” abbiamo scoperto che i secondi possono sostituire i primi per diciotto anni.
Rimane una sola curiosità. In caso di conflitto armato, il favore verrà ricambiato?
Mentre i militari presidiano le stazioni ferroviarie in tempo di pace, qualche migliaio di poliziotti verrà addestrato a presidiare trincee, valichi, depositi e linee difensive in tempo di guerra?
Potremmo, giocando con le parole, ripristinare la gloriosa “fanteria d’arresto” (specialità dall’Esercito già esistita durante la Guerra fredda). La vecchia fanteria d’arresto doveva arrestare l’avanzata del nemico. La nuova potrà semplicemente “arrestare” il nemico? Sempre che collabori e mostri i documenti.
L’orgoglio nazionale, il Puma: finalmente nel teatro operativo ideale!
Un encomio particolare merita il blindo Puma. Già nel 2014 la documentazione parlamentare descriveva Puma, VCC e M113 come mezzi dalle caratteristiche tecnico-operative «non più adeguate e sostenibili», con una protezione degli equipaggi ritenuta incompatibile con la letalità del combattimento moderno.
Dei 533 VBL allora censiti, 355 risultavano già disponibili per essere ceduti a Paesi terzi. Il successo internazionale, del resto, non fu esattamente “travolgente”. Da fonti della quarta sponda ci risulta siano stati bellamente schifati dalla Libia di Gheddafi. Dopo la sua caduta, secondo quanto riportato in un atto parlamentare, venti Puma furono tuttavia consegnati gratuitamente alle nuove Forze armate libiche, insieme all’addestramento degli equipaggi e ai ricambi.
Gheddafi non li comprò. I suoi successori li accettarono… in regalo.
In Ucraina, dove i mezzi militari subiscono l’inconveniente di una guerra vera, il Puma è stato impiegato in missioni logistiche sotto la minaccia continua di artiglieria e droni. Le immagini diffuse dalle unità ucraine lo mostrano adattato con protezioni aggiuntive, mentre diversi esemplari distrutti sono già stati documentati.

Un veicolo la cui protezione era considerata insufficiente già prima dell’era dei droni FPV difficilmente può offrire oggi grandi garanzie contro ordigni capaci di colpire il tetto, i portelli o il vano motore.
Con “Strade Sicure”, invece, il Puma ha finalmente trovato il proprio ambiente ideale: niente artiglieria, niente mine, niente missili controcarro, niente droni… soltanto taxi, turisti, valigie e qualche monopattino.
Resta la meccanica
Non è raro vedere questi mezzi accompagnati da vistose perdite di olio e altri fluidi, talvolta raccolti mediante contenitori e vaschette opportunamente collocati sotto lo scafo.

Naturalmente non si tratta di perdite. È un sistema passivo di “raccolta preventiva”.
Un mezzo poco credibile nella guerra moderna trova la propria definitiva collocazione nelle città italiane. Non deve combattere e sopravvivere. Deve soltanto essere visto e… possibilmente non macchiare il marciapiede.
Il fucile che garantisce sicurezza! Purché non spari…
I militari impiegati nell’operazione portano armi individuali concepite per il combattimento.
L’ARX 160 è ufficialmente classificato dall’Esercito come fucile d’assalto in calibro 5,56×45 NATO, con una cadenza teorica di circa 700 colpi al minuto. Le pistole Beretta 92 impiegate dalle Forze di polizia utilizzano invece il calibro 9×19 millimetri.
Il fatto che “5,56” sia numericamente inferiore a “9” non rende naturalmente il primo proiettile più piccolo, gentile o rispettoso dei passanti. Una cartuccia da fucile da guerra e una da pistola sono progettate per impieghi, velocità, distanze e prestazioni differenti.
Non è un caso se il poliziotto di pattuglia porta normalmente una pistola e il fante un fucile d’assalto.
In una stazione affollata, in una piazza o davanti a un monumento, l’impiego di qualsiasi arma da fuoco sarebbe estremamente delicato. Se una raffica di fucile da guerra dovesse realmente essere esplosa in mezzo ai civili, il risultato potrebbe trasformare in pochi secondi un intervento di sicurezza in una strage.

La professionalità del militare consiste dunque soprattutto nell’evitare che quell’arma debba essere utilizzata (o sottratta…).
Il risultato è straordinario: abbiamo trasformato un sistema nato per il combattimento in uno strumento di comunicazione visiva.
Il fucile rassicura perché è presente, ma la sicurezza collettiva richiede che non spari mai.
Sessanta milioni di controlli
Il bilancio ufficiale dei primi diciassette anni attribuisce all’operazione oltre 60 milioni di controlli a persone e veicoli, più di 100.000 soggetti fermati, arrestati o denunciati, 2.000 armi e 17.000 veicoli sequestrati, oltre a due tonnellate e mezzo di sostanze stupefacenti.
Sono numeri imponenti. Significano, indicativamente, una persona fermata, arrestata o denunciata ogni 600 controlli. Un’arma sequestrata ogni 30.000 controlli. Circa 400 grammi di stupefacenti al giorno.

Risultati che possono essere letti in due modi…
Il primo è celebrativo: 60 milioni di controlli dimostrano la vastità dell’impegno.
Il secondo, certamente meno patriottico, consisterebbe nel domandarsi se per ottenere quei risultati fosse necessario impiegare per quasi due decenni migliaia di militari, con relativi comandi, turnazioni, mezzi, alloggi, indennità e apparati logistici.
Ma sarebbe una domanda ingenerosa. Le celebrazioni servono precisamente a evitare che qualcuno rovini la festa facendo le divisioni.
La cultura della Difesa spiegata ai cittadini
Da decenni la politica si domanda perché in Italia non esista una vera cultura della Difesa…
Forse il cittadino fatica a svilupparla perché da diciotto anni vede il soldato soprattutto davanti a una stazione, a un’ambasciata o a un luogo di culto.
Lo incontra mentre controlla documenti, presidia un marciapiede o affianca operatori appartenenti a un apparato di polizia che supera le 300.000 unità.
Il messaggio è chiarissimo: le Forze Armate servono a difendere il Paese e, quando avanza tempo, a compensare permanentemente ciò che il sistema ordinario della sicurezza interna non riesce a garantire autonomamente.

È una strategia “raffinatissima”. Per diffondere la cultura della Difesa, impieghiamo il più possibile i militari in attività diverse dalla difesa.
Per prepararli alla guerra, li mandiamo alla stazione.
Per allenarli contro droni, artiglieria e sabotatori, consegniamo loro un Puma e un parcheggio.
Per spiegare la differenza tra soldato e poliziotto, facciamo svolgere al soldato il lavoro del poliziotto.
Per diciotto anni.
Dobbiamo quindi congratularci
Con la politica, che ha trasformato una misura di sei mesi in un’istituzione maggiorenne senza attraversare l’imbarazzante fase di una riforma strutturale.
Con il sistema della sicurezza, che dispone di oltre 300.000 appartenenti alle Forze di polizia ma riesce ugualmente ad aver bisogno di 6.800 militari.
Con l’Esercito, che ha procrastinato un improprio dual-use per uomini, fucili e blindati leggeri.
Ma soprattutto con la provvisorietà italiana, che oggi è finalmente maggiorenne. In Italia abbiamo confermato ieri che “nulla dura più a lungo di un provvedimento temporaneo”.
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«La sicurezza non è mai scontata. È una presenza. È un impegno. È un dovere». Con queste solenni parole il…
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