Ucraina: terra in cambio di pace?
La guerra in Ucraina è giunta al suo quarto anno di invasione su vasta scala e ha smesso da tempo di essere il conflitto di movimento che molti analisti prevedevano dopo i successi ucraini del 2022.
Il fronte si è trasformato ormai in una terra di nessuno che si estende per mille chilometri, con una kill zone profonda oltre trenta chilometri interamente saturata dai droni.
In questo scenario di stallo e logoramento, la diplomazia internazionale si interroga con urgenza sul futuro dell’Ucraina.
Sebbene le cancellerie europee concordino sul fatto che l’Ucraina necessiti di pace, la questione cruciale rimane la natura del compromesso da sostenere e ciò che viene ritenuto realmente auspicabile e realizzabile.
L’approccio prevalente punta a una “pace giusta” ‒ nel rispetto dei principi del diritto internazionale ‒ che rifletta le aspettative di Kiev fondata sul ritiro delle truppe russe dai territori occupati e sul rafforzamento della sicurezza nazionale attraverso la protezione della Nato.
Tuttavia, il persistere della paralisi militare spinge alcuni analisti e studiosi a considerare scenari meno ottimisti e basati sulla realpolitik più cruda.
Tra questi ultimi, Michael C. Desch ‒ docente di Relazioni internazionali all’Università di Notre Dame ‒ avanza su Foreign Affairs¹ una tesi destinata a far discutere: Kiev sta perdendo la guerra e dovrebbe accettare dolorose concessioni territoriali per preservare la propria statualità.
L’argomentazione si colloca nel contesto delle “pressioni dell’amministrazione Trump su Kiev” affinché riconosca de facto il controllo russo su Crimea, Donbass e le porzioni di Kherson e Zaporizhzhia attualmente occupate dalle forze di Mosca.
Desch, tuttavia, non è un sostenitore della resa incondizionata, bensì di un calcolo strategico lucido: meglio una pace imperfetta ma possibile oggi che una sconfitta peggiore domani.
La sua analisi poggia sistematicamente su numeri e dati, non su valutazioni ideologiche.
Per comprendere appieno la portata delle sue tesi, è essenziale collocare l’autore nel panorama contemporaneo dei teorici delle Relazioni Internazionali.
Desch è figura di spicco del realismo accademico statunitense. La sua produzione scientifica esamina con rigore l’interazione tra potenza militare, politica interna e strategie nazionali, riservando un’attenzione specifica al ruolo delle forze armate nei sistemi democratici².
Il politologo americano si inserisce nel solco del realismo strutturale difensivo della “scuola” statunitense delle IR. Questa corrente, da Kenneth Waltz³ in poi, individua nella distribuzione asimmetrica del potere globale il fattore chiave della condotta degli Stati.
Pur rifuggendo categorizzazioni rigide, Desch privilegia costantemente nella sua elaborazione variabili materiali, demografia, capacità industriale e bilanci militari. Il suo metodo ricerca sempre una coerenza pragmatica tra fini politici e mezzi disponibili.
In tale visione, la sua analisi delle crisi internazionali dialoga idealmente anche con quella di realisti offensivi, come John J. Mearsheimer⁴, che ha interpretato l’allargamento della NATO come un fattore di instabilità sistemica nei rapporti con la Russia⁵.
Desch mantiene però un approccio marcatamente analitico e meno polemico; la sua riflessione si concentra non tanto sulle responsabilità storiche all’origine delle ostilità quanto sulla sostenibilità strategica del conflitto nel lungo periodo.
L’asimmetria delle risorse: il divario strutturale e materiale
Sebbene l’Ucraina abbia opposto una coraggiosa resistenza, la realtà del campo di battaglia è impietosa. Negli ultimi tre anni Kiev ha recuperato appena l’1% del territorio, mentre la Russia ne occupa stabilmente quasi un quinto; il fallimento della controffensiva del 2023 ha confermato quanto sia arduo ricacciare le truppe russe.
Questa disparità non è contingente, ma strutturale. La dimensione demografica e il potere economico giocano a favore del Cremlino, garantendo a Putin la capacità di sostenere una guerra di logoramento per anni.
Desch sostiene che “il potere economico è fondamentale per il potere militare”. La supremazia militare russa si poggia su una base economica schiacciante. Il PIL a parità di potere d’acquisto ucraino è un decimo di quello russo (657 miliardi contro 7.000 miliardi di dollari).
Nonostante l’Ucraina impegni quote maggiori della propria economia, il suo budget militare potenziale è meno della metà di quello di Mosca (197 miliardi contro 484 miliardi).
Inoltre, mentre l’Ucraina dipende strettamente dagli aiuti occidentali per colmare il gap, la Russia conta su una vasta industria bellica interna e ingenti riserve finanziarie, pur ricevendo supporto da partner come Cina e Corea del Nord.
La massa critica di risorse e l’autosufficienza industriale garantiscono alla Russia un vantaggio strutturale nel lungo periodo. Questo squilibrio si traduce, dati alla mano, in un divario tecnologico e numerico che delinea un conflitto profondamente sbilanciato.
Secondo le analisi relative al 2025, Mosca mantiene un dominio schiacciante su quasi ogni categoria di assetti pesanti. Le forze corazzate russe superano quelle ucraine con un rapporto di quasi cinque a uno, mentre i veicoli da combattimento risultano triplicati rispetto alla dotazione di Kiev.
Nel settore dell’artiglieria, assetto prioritario della strategia russa, il divario è ancora più marcato. Si va dal doppio dei sistemi d’arma trainati, a una disponibilità di lanciarazzi multipli quasi dieci volte superiore.
Anche nei cieli il confronto è impari, con una flotta aerea russa che vanta oltre un centinaio di velivoli operativi in più.
La guerra dei droni
Nemmeno il supporto tecnologico occidentale è riuscito a spostare gli equilibri in modo definitivo. Sebbene l’invio di sistemi sofisticati come i Patriot o i missili a lungo raggio abbia garantito la resistenza, l’Ucraina resta surclassata in ogni categoria di armamento pesante.
Nel cruciale settore dei droni, quella che inizialmente era una superiorità tattica di Kiev è stata annullata da una massiccia accelerazione industriale russa, che oggi produce e schiera dieci droni per ogni singolo veicolo ucraino.
Mosca ha inoltre dimostrato un’inaspettata capacità di adattamento, perfezionando l’uso della ricognizione aerea per rendere la propria artiglieria letale contro la logistica e le retrovie ucraine.
Questa evoluzione della dottrina russa emerge con chiarezza anche nelle nuove tattiche di infiltrazione adottate, mutuate dal modello delle Sturmtruppen. Con l’impiego di piccoli nuclei di commando riescono a superare la profondità della “kill zone” del fronte, eludendo la sorveglianza dei droni ucraini. Che incontrano forti difficoltà nel localizzare piccole unità.
Al contrario, la carenza di effettivi costringe gli ucraini a spostarsi ancora su veicoli corazzati bersagli visibili e vulnerabili che ne limitano l’efficacia operativa.
La combinazione tra una massa critica di uomini e una superiore velocità di innovazione tattica sta permettendo alla Russia di logorare sistematicamente le difese avversarie, rendendo gli obiettivi dell’Ucraina sempre più distanti dalla realtà dei fatti.
Il fattore umano: densità al fronte e trappola demografica
Il divario tra le ambizioni di Kiev e le realtà del campo di battaglia si fa sempre più profondo, poiché la Russia ha allineato i propri obiettivi a una superiorità numerica e tattica difficilmente colmabile.
Lungo una linea di contatto di mille chilometri, l’esercito ucraino appare pericolosamente sotto organico. Con soli 300.000 soldati al fronte, la densità è di circa uno ogni tre metri, meno della metà della soglia minima necessaria per una difesa efficace, secondo gli standard storici della NATO.
Al contrario, la Russia schiera oltre 700.000 uomini, garantendosi un rapporto di forza di oltre 2 a 1 che le permette di concentrare truppe nei punti d’attacco lasciando l’Ucraina costretta a disperdere le proprie scarse risorse lungo l’intero confine, inclusa la minacciosa frontiera bielorussa.
In una guerra d’attrito, la vittoria non si misura solo con il terreno conquistato, ma con la capacità di assorbire perdite e rigenerare le forze. In questo contesto la variabile demografica rappresenta il manpower critico, ovvero la riserva di uomini in età da combattimento (25-54 anni) indispensabile per alimentare sia i ranghi dell’esercito che la forza lavoro industriale.
Qui, i dati aggiornati al 2025 delineano un quadro drammatico per l’Ucraina. La Russia dispone di una popolazione quasi quattro volte superiore a quella ucraina e di un bacino maschile mobilitabile enormemente più vasto.
Secondo le stime incrociate di agenzie indipendenti come la russa Mediazona e l’ONG ucraina UA Losses, l’impatto relativo delle perdite è asimmetrico. Sebbene la Russia registri un numero di caduti assoluti superiore (stimati in oltre 219.000 unità), ha intaccato solo lo 0,5-0,7% della medesima fascia di età, potendo contare su un bacino di oltre 30 milioni di uomini.
L’Ucraina, al contrario, pur con perdite assolute inferiori ‒ circa 87.000 morti in combattimento accertati e oltre 85.000 dispersi ‒ ha già visto svanire tra l’1% e il 2% della sua fascia demografica vitale.
Questa sproporzione permette a Mosca di assorbire il logoramento senza compromettere la tenuta sociale e produttiva del Paese.
Volontari contro coscritti
A questa disparità numerica si aggiunge una profonda differenza qualitativa nel reclutamento. La Russia si affida prevalentemente a soldati a contratto.
Si tratta di volontari motivati che permettono di tenere i coscritti lontani dal fronte. L’Ucraina, invece, è costretta a una mobilitazione sempre più coercitiva per raggiungere gli obiettivi mensili.
Pratiche come la cosiddetta “busification” (termine che ricalca un neologismo nato nel gergo popolare ucraino busifikatsiya), ovvero il prelievo forzato di uomini per strada o da luoghi pubblici portati in prima linea, sono diventate comuni.
Si tratta generalmente di soldati anziani, meno sani e scarsamente addestrati. Il risultato è un esercito logorato, in cui l’alto tasso di diserzione e la scarsa motivazione delle nuove reclute rischiano di vanificare gli sforzi bellici sul campo.
L’asimmetria strategica tra fini e mezzi
Un punto forte del saggio è l’analisi della coerenza tra obiettivi politici e capacità militari.
Mosca, sostiene Desch, ha progressivamente moderato le proprie ambizioni. Controllo del Donbass e neutralità dell’Ucraina rispetto alla NATO. Obiettivi compatibili con le capacità russe attuali.
Kiev, al contrario, mantiene come linea ufficiale il ripristino dei confini del 1991, inclusa la Crimea, e la piena libertà di aderire alle alleanze desiderate, posizione ribadita dal presidente Volodymyr Zelens’kyj.
Per Desch, questa asimmetria è il nodo strategico. La Russia ha adattato le proprie ambizioni alle capacità; l’Ucraina no.
È una lettura coerente con la scuola realista delle relazioni internazionali, che invita gli Stati a calibrare gli obiettivi sulla base dell’equilibrio di potenza.
Il fantasma di Monaco e la risposta europea
I critici della soluzione “cessione dei territori in cambio di pace”, evocano l’analogia con Monaco 1938. Concedere ora significherebbe incoraggiare ulteriori aggressioni da parte di Putin, non solo verso l’Ucraina, ma potenzialmente anche contro i Paesi Nato.
Desch respinge il parallelo. Il Donbass non è la regione dei Sudeti e la Russia non dispone di una capacità di blitzkrieg tale da minacciare rapidamente l’Europa.
I dati sulla velocità di avanzata russa ridimensionano lo spettro di una guerra lampo.
Tra l’ottobre 2024 e l’ottobre 2025 Mosca ha conquistato circa 1.700 miglia quadrate (circa 4.400 km², ndr).
Mantenendo questo ritmo, occorrerebbero oltre trent’anni per occupare tutto il territorio ucraino a est del Dnepr. Consolidare il Donbass, argomenta Desch, non equivarrebbe a spalancare le porte a Varsavia o Berlino.
Nel breve termine (18 mesi), per contro, la Russia ha la capacità concreta di completare la conquista del Donetsk e di porzioni delle regioni di Kharkiv e Zaporizhzhia.
Un obiettivo limitato, ma dal costo umano ed economico che Kiev fatica a sostenere, anche a causa di una corruzione interna che mina gli sforzi bellici.
Sul fronte europeo, al contrario, la linea resta compatta. I vertici dell’UE ‒ dall’Alto rappresentante Kaja Kallas alla presidente Ursula von der Leyen, fino al cancelliere tedesco Friedrich Merz e al presidente francese Emmanuel Macron ‒ hanno ribadito che i confini internazionali non si toccano.
Questa ferma posizione politica poggia sul principio solennemente riaffermato dal Consiglio Europeo nel marzo 2026, secondo cui l’integrità territoriale dell’Ucraina resta la “pietra angolare” di ogni pace giusta⁶.
La deterrenza nei confronti dell’espansionismo russo, osservano i critici di Desch, esige il rigido rispetto del diritto internazionale. Accettare la modifica dei confini con la forza potrebbe indebolire l’architettura di sicurezza europea costruita dopo il 1945.
Se dal punto di vista politico il Donbass è considerato non negoziabile, l’analisi militare offre sfumature diverse. Città come Kramatorsk e Sloviansk restano nodi difensivi cruciali, ideali per la guerra urbana; ma l’esperienza di Chasiv Yar e Pokrovsk dimostra che anche le roccaforti possono essere isolate e aggirate.
Alcuni analisti suggeriscono che la difesa del territorio oltre la linea del fronte potrebbe essere garantita da fortificazioni, rendendo la conservazione di queste città meno indispensabile ai fini della sopravvivenza dello Stato.
Cresce intanto lo scetticismo tra gli stessi alti funzionari ucraini, incluso il capo dell’intelligence militare Kyrylo Budanov. Nonostante i successi nei raid in profondità e i colpi alla “flotta ombra russa”, la percezione è che tali azioni non bastino a piegare Mosca nel breve periodo.
Una nuova identità per salvare il futuro
Con gli obiettivi massimi di riconquista territoriale sempre più fuori portata, l’Ucraina si trova davanti a una scelta drammatica: accettare la perdita delle regioni orientali o rischiare il collasso in una guerra d’attrito insostenibile.
La cessione del Donbass, per quanto dolorosa, potrebbe paradossalmente essere il prezzo necessario per garantire la sopravvivenza di uno Stato sovrano e moderno.
Diversi osservatori suggeriscono una ridefinizione dell’identità ucraina. Già prima del 2022 il Paese stava spostando il proprio asse economico lontano dalla “cintura di ruggine” (Rust Belt) del Donbass, ossia senza la base industriale dell’Est, puntando sulle regioni centrali e occidentali.
Una Ucraina ridimensionata, ma pienamente integrata nel sistema occidentale, potrebbe trasformarsi in un hub post-industriale e tecnologico.
Un accordo di pace sfavorevole oggi non sarebbe una resa incondizionata, ma una mossa tattica per guadagnare il tempo necessario a riforme strutturali non più rimandabili.
La lotta radicale alla corruzione, soprattutto nel settore della difesa, e investimenti massicci in tecnologie e fortificazioni avanzate per la guerra contro i droni.
Tali misure costituirebbero una deterrenza in grado di rendere ogni ulteriore aggressione troppo onerosa per l’invasore.
Conclusione
La proposta di “terra in cambio di pace” si scontra con la visione liberale internazionalista, che si fonda sul primato dei principi di sovranità e di integrità territoriale degli Stati.
Per i liberali, accettare modifiche dei confini imposte con la forza equivarrebbe a minare le basi del diritto internazionale e dell’ordine europeo costituito dopo il 1945.
Al contrario, l’approccio realista, come quello proposto da Desch, considera tali principi secondari rispetto all’equilibrio di potenza (balance of power): l’ordine internazionale non scaturisce da norme astratte ma dai rapporti di forza.
Se questi rapporti cambiano, anche gli assetti territoriali possono cambiare. In questa logica, la priorità assoluta diventa la sopravvivenza dello Stato, anche a costo di dolorose rinunce territoriali.
Ne deriva una posizione pragmatica. Se per Kiev gli obiettivi massimalisti non sono militarmente raggiungibili, la prosecuzione ad oltranza del conflitto rischierebbe di produrre unicamente una spirale di distruzione e un declino demografico irreversibile, compromettendo la tenuta stessa della nazione.
In tale prospettiva, la scelta per Kiev e per i suoi alleati si riduce a un calcolo di sostenibilità strategica: valutare se il proseguimento delle ostilità possa realmente rafforzare il potere negoziale ucraino o se, al contrario, non rischi di erodere ulteriormente le basi strutturali su cui ricostruire il Paese al termine delle ostilità.
Richiamando i canoni della scuola realista, Desch suggerisce che l’Ucraina ‒ e con essa l’Occidente ‒ debba improntare la propria strategia al “senso del limite” (prudence⁷), accettando i vincoli ineludibili imposti dai rapporti di forza sul campo.
Solo attraverso questo realismo negoziale sarebbe possibile preservare le condizioni minime per la sopravvivenza e la futura stabilità dello Stato ucraino.
Note
¹ M. Desch, Ukraine Is Losing the War, in “Foreign Affairs”, 26 febbraio 2026.
² Id., Civilian Control of the Military: The Changing Security Environment, Johns Hopkins University Press, 2001; Id., America’s Liberal Illiberalism: The Ideological Origins of Overreaction in U.S. Foreign Policy, in “International Security”, vol. 32, no. 3, 2007, pp. 7–43; Id., Power and Military Effectiveness: The Fallacy of Democratic Triumphalism, Johns Hopkins University Press, 2008; Id., Cult of the Irrelevant: The Waning Influence of Social Science on National Security, Princeton University Press, 2019.
³ K. Waltz, Man, the State, and War: A Theoretical Analysis, Columbia University Press, 1954 [trad. it. L’uomo, lo Stato e la guerra: un’analisi teorica, con introduzione di M. Cesa, Giuffrè, 1998]; Id., Theory of International Politics, Addison-Wesley, 1979 [trad. it., Teoria della politica internazionale, con introduzione di L. Bonanate, il Molino, 1987].
⁴ J. J. Mearsheimer, The Tragedy of Great Power Politics, W.W. Norton, 2001 [trad. it. La tragedia delle grandi potenze, con introduzione di A. Orsini, Luiss University Press 2019]; Id., The Great Delusion. Liberal Dreams and International Realities, Yale University Press, 2018 [trad. it. La grande illusione. Perché la democrazia liberale non può cambiare il mondo, con introduzione di R. Marchetti, Luiss University Press, 2019]; Id., The False Promise of International Institutions, in “International Security”, Vol. 19, No. 3 (Winter, 1994-1995), pp. 5-49.
⁵ Id., Why the Ukraine Crisis Is the West’s Fault. The Liberal Delusions That Provoked Putin, in “Foreign Affairs”, vol. 93, n. 5, 2014, pp. 77-89.
⁶ Cfr. European Council Conclusions on Ukraine, 19 March 2026 (EUCO 4/26): “For peace to be just and lasting, respect for Ukraine’s independence, sovereignty and territorial integrity is the cornerstone. Borders must not be changed by force…”
⁷ “The quintessential realist virtue is prudence, which requires a statesman to weigh the consequences of his actions rather than just their intentions. Realism’s focus on the balance of power and the limits of national capability serves as a necessary corrective to the liberal impulse to transform the world in its own image, an impulse that often leads to overextension and unnecessary conflict.”, in Michael C. Desch, It is Kind to Be Cruel: The Case for Hard-Nosed Realism, “International Security”, Vol. 28, No. 1 (Summer 2003), p. 119.
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