USA-Iran: un accordo che soddisfa solo Teheran?
Dopo quasi tre mesi dall’inizio dell’attacco USA all’Iran (Operazione Epic Fury) sembra che questa volta si sia più vicini a un accordo.
“Sembra”, perché più volte in questi mesi si sono succeduti annunci da parte del Tycoon di accordi ormai “quasi conclusi”. Annunci inseguito regolarmente rivelatisi eccessivamente ottimistici.
Staremo a vedere, ma ipotizziamo che, questa volta, si proceda veramente sulla via dell’accordo e tentiamo di capire cosa ciò potrebbe significare.
Quale sarebbe l’accordo?
Intanto, vediamo cosa trapela al momento in merito ai contenuti di tale accordo, pur consci dell’estrema probabilità che tali anticipazioni vengano smentite dai fatti nel giro di poche ore.
Secondo tali anticipazioni e secondo l’Agenzia Axios, la bozza di accordo prevederebbe una proroga del cessate il fuoco (l’ennesima!) di 60 giorni. Termine peraltro ulteriormente prorogabile. In pratica, sembra una chiara indicazione a Teheran che, comunque, gli USA non torneranno a bombardare e ciò priva Washington di un’arma negoziale importante.
In tale periodo di cessate il fuoco sarebbero previsti:
- La riapertura dello Stretto di Hormuz al traffico commerciale (con o senza pagamento di pedaggio? Le versioni al riguardo sembrano contrastanti). Nel caso migliore si tornerebbe alla situazione precedente al conflitto (ma nel caso peggiore cosa succederebbe?).
- Lo sminamento dello Stretto da parte degli stessi iraniani (ma non ci dicevano che nessuno sapeva più dove fossero andate a finire le mine?).
- La revoca del blocco dei porti iraniani a suo tempo disposto dagli USA.
- La revoca di qualsiasi limitazione alla vendita di petrolio da parte iraniana, in deroga alle sanzioni in atto (ovvero, la situazione dell’Iran da questo punto di vista migliorerebbe addirittura rispetto a quella precedente all’attacco USA).
- L’avvio di negoziati per limitare il programma nucleare iraniano (ovvero, il discorso del nucleare resterebbe ancora sul tavolo da discutere dopo che gli USA avranno scaricato la propria pistola?).
- Il cessate il fuoco in Libano (aspetto che penalizzerebbe pesantemente Israele, che è impegnato a risolvere il complesso problema degli attacchi terroristici contro il territorio israeliano da parte egli Hezbollah).
Tutto ciò potrebbe portare ad un accordo di pace duraturo? Oppure, questo accordo, ove venisse raggiunto, risulterebbe soltanto in una ulteriore dilazione? Dilazione di cui potrà trarre vantaggio solo l’Iran.
Non lo sappiamo, ma temiamo che Trump vada a confermare il suo nomignolo di TACO, di cui abbiamo già scritto1.
Ovviamente, quanto trapela oggi è poco, è confuso e non è definitivo. Al netto di questa incertezza, possiamo chiederci, però, se la mossa di Washington sembri o meno destinata a conseguire risultati che rendano pagante quanto finora fatto. Su questo, purtroppo, però nutriamo qualche dubbio.
Quali erano i reali obiettivi degli USA in Iran?
Abbiamo già evidenziato, su queste colonne, come l’unico reale risultato che potesse dare un senso alla onerosa operazione militare, economica e diplomatica USA fosse di conseguire un regime change che consentisse di sottrarre l’Iran alla sfera di influenza cinese.
Un subordine, Trump probabilmente mirava ad estendere gli Accordi di Abramo a tutte le monarchie sunnite della regione, in modo da crearsi uno zoccolo duro di paesi amici sui quali incardinare qualsiasi eventuale futura operazione USA (commerciale o militare) di contenimento della Cina.
Qualunque altro risultato eventualmente ottenuto (incluse misure coercitive per interdire temporaneamente l’accesso del regime iraniano al nucleare bellico) non sarà stato, comunque, un risultato che possa giustificare le risorse militari, economiche e diplomatiche impegnate in questa onerosa operazione. Al riguardo, stanno montando severe critiche all’operazione negli USA stessi e non solo da parte di chi condanna l’attacco in quanto tale (tutti i DEM e molti MAGA), ma anche da parte di una fascia di repubblicani (ad esempio Bolton) che temono (a ragione direi) che ancora una volta Trump non vada sino in fondo e premono perché si riprendano gli attacchi militari sino ad ottenere il regime change.
Il solo blocco navale, per quanto più efficace di quanto si potesse prevedere, non avrebbe mai potuto produrre un cambio di regime favorevole agli USA, stante anche la profonda frammentazione del potere in Iran.
È ben vero che l’alternativa (peraltro sempre minacciata da Trump) poteva essere solo ricominciare la campagna di bombardamenti. Bombardamenti che avrebbero potuto forse avere efficacia, ma che sarebbero risultati estremamente onerosi per gli USA se protratti nel tempo. Inoltre, per darvi nuovamente inizio (essendo trascorsi ormai molto più di 60 giorni dall’inizio delle operazioni) costituzionalmente a Trump sarebbe servito l’avvallo del Congresso (e non è detto che avrebbe potuto ottenerlo).
Come sono giunti gli USA a infilarsi nel cul de sac iraniano?
La logica dell’attacco USA all’Iran aveva, secondo chi scrive, poco a che fare sia con la difesa di Israele sia con la paura del nucleare iraniano.
In realtà, questa operazione poterebbe essere solo un altro tassello di una manovra avvolgente per contenere la Cina. Infatti, la campagna di Trump tende a contenere e controllare le vie di alimentazione (sia attuali sia future potenziali) del Dragone che con sempre maggior efficacia si sta imponendo come il pericoloso competitor geopolitico dello Zio Sam.
Il riferimento teorico dell’amministrazione USA sembrano essere ancora una volta le teorie di Mahan2. Strumentali a questa campagna mondiale sono le mire statunitensi sul Canale di Panama3, sul Venezuela, su Cuba, sulla Groenlandia4 che vanno viste in sistema con l’attuale operazione in Iran.
Continuando in questa logica di accerchiamento commerciale, se l’operazione in corso avesse esito positivo per gli USA, sarebbe logico che poi l’attenzione dello Zio Sam si spostasse sullo strategico Stretto di Malacca5. Sembra, pertanto, che un ambizioso disegno generale di contenimento geopolitico di Pechino a Washington ci sia, checché noi europei se ne pensi. Non è altrettanto sicuro, invece, che il passo relativo all’Iran, nel quadro di tale disegno generale, sia stato ponderato in tutti i suoi aspetti militari e politici.
Il protrarsi non preventivato dell’impegno militare nel Golfo Persico ha, comunque, messo in evidenza alcune vulnerabilità della manovra USA (incapacità di garantire la necessaria protezione agli alleati regionali, incapacità di garantire il transito selettivo, ossia solo al naviglio “amico”, attraverso lo Stretto di Hormuz, eccessiva incidenza del consumo di munizionamenti sofisticati e costosi sulla consistenza delle scorte USA6; ecc.)
Però, l’accordo di cui oggi si parla non può soddisfare gli USA. Infatti, se il l’accordo andasse in porto, quali sarebbero i risultati reali?
Cina
In assenza di un regime change, l’Iran si conferma saldamente legato alla Cina, la potenza geopolitica che sta sfidando gli USA. Cina che ha visto il riconoscimento formale del suo ruolo di superpotenza con le recenti visite dei due “postulanti” Trump e Putin. Evidentemente, Trump avrà trattato con Xi la questione iraniana, ma non pare aver ottenuto l’aiuto che sperava di ottenere.
Comunque, anche per l’Iran il supporto cinese non è più garantito. Certamente il petrolio a buon mercato iraniano rimane molto importante per la Cina. Ma è merce che può essere sacrificata per ottenere relazioni economiche stabili e vantaggiose con gli USA. Insomma, parrebbe che sia Pechino ad avere le “carte migliori” in questa partita, per usare una terminologia cara a Trump.
Iran
Nessun regime change si prospetta in Iran, dove, nonostante la drammatica situazione interna e le lotte intestine, il potere resta saldamente nelle mani di leadership ostili agli USA, ostili a Israele, ostili a tutti i paesi della regione “amici” di Washington (Arabia Saudita, UAE, Egitto ecc).
In caso di accordo sulla base di quanto trapelato, il regime iraniano avrebbe dimostrato al mondo intero, ma soprattutto ai suoi competitor regionali e alla sua opposizione interna, che contrariamente alle aspettative generali del giorno prima:
- Teheran è in grado di tener testa all’attacco combinato della superpotenza USA e di Israele;
- gli USA non sono in grado di difendere adeguatamente i paesi nella regione cui sono legati da accordi commerciali e militari;
- e, soprattutto, che né gli USA né i loro alleati possono garantire con le armi il libero transito commerciale attraverso Hormuz ove l’Iran non voglia.
Si tratterebbe di una grave perdita di credibilità degli USA nell’intera regione.
Messaggio che, come un ferale tam tam, sarebbe percepito con preoccupazione in tutto l’Indo-Pacifico, da Taiwan alle Filippine, dal Giappone alla Corea del Sud, dall’Australia alla Nuova Zelanda. Nazioni che già non devono aver preso bene le dichiarazioni di Trump, al termine della sua visita a Pechino, in merito all’impegno USA in difesa di Taiwan7
Israele
Israele è stato sostanzialmente aiutato dagli USA di Trump, a differenza di quanto avvenuto con l’amministrazione Biden dopo il 7 ottobre 2023, quando il supporto statunitense era stato decisamente tiepido. Peraltro, in questo processo, Israele non ha solo ricevuto assistenza dagli USA, ma è stato fondamentale per garantire il successo della prima fase del conflitto ed è stato il principale obiettivo della reazione iraniana (sia quella diretta sia quella condotta per il tramite di Hezbollah e ciò che resta dii Hamas).
Per Israele non può essere accettabile terminare il conflitto senza aver:
- veramente azzerato la minaccia nucleare iraniana;
- messo in sicurezza i suoi confini settentrionali, da decenni minacciati da Hezbollah sotto gli occhi impotenti di UNIFIL e delle LAF.8
In caso di raggiungimento del cessate il fuoco esteso all’intera regione (come chiesto da Teheran) sulla base dell’accordo in discussione e senza alcun regime change a Teheran:
- non vi sarebbero certezze circa una futura eliminazione della minaccia nucleare iraniana;
- la minaccia di Hezbollah ai confini settentrionali di Israele non verrebbe affrontata e anche i colloqui diplomatici recentemente avviati tra Israele e Libano perderebbero di significato, perché le decisioni che spetterebbero a Beirut continuerebbero ad essere prese a Teheran.
Situazione questa ovviamente non accettabile per Israele (che il primo ministro sia Netanyahu o chiunque altro9).
Il rischio per Washington è che Israele decida di continuare la sua operazione in Libano anche senza l’avvallo politico di Washington, cosa che nuocerebbe enormemente alla credibilità degli USA e ne minerebbe i rapporti strategici con Israele.
Le monarchie sunnite
Le monarchie sunnite del Golfo e, in particolare, Arabia Saudita e UAE avrebbero desiderato una operazione militare USA (molto intensa ma contenuta nei tempi) che portasse al regime change in Iran. Oggi i loro rapporti con Teheran sono, se possibile, ancora peggiori di quanto non fossero prima, stanno subendo il ricatto della chiusura di Hormuz e inaspettati danni economici, mediatici ed infrastrutturali dovuti alla reazione iraniana. Soprattutto, potrebbero incominciare a pensare che il cowboy un po’ smargiasso d’oltre oceano, su cui hanno fanno affidamento, non sia poi così efficiente come proclama di essere. Per il futuro potrebbero anche prendere in considerazione di affidarsi magari a quel silenzioso e grigio mandarino con gli occhi a mandorla che sembra restare sempre impassibile.
In conclusione, l’eventuale accettazione di un accordo del genere da parte degli USA potrebbe forse contenere i danni nelle prossime elezioni di midterm, ma chi ne uscirebbe in fondo rafforzato nell’immagine sarebbe innanzitutto il sadico ma scaltro regime di Teheran.
E intanto, a Pechino, Xi sorriderebbe pensando a Tucidide.
1 TACO: Trump Always Chickens Out Trump always chickens out? (Trump si tira sempre indietro?) – Difesa Online
2 Ammiraglio Alfred Thayer Mahan ((West Point, 27 settembre 1840 – Washington, 1º dicembre 1914) ), statunitense, considerato uno dei punti di riferimento della geopolitica.
3 Il Canale di Panama era il passaggio obbligato più conveniente per i traffici marittimi tra la Cina e i paesi atlantici del Sud e Centro America (in primis Venezuela e Brasile), che verrà rimpiazzato dalla recente realizzazione a cura della compagnia cinese COSCO Shipping del mega-porto di Chancay in Perù, inaugurato a novembre 2024, ma non ancora totalmente collegato via terra ai paesi della costa atlantica dell’America meridionale)
4 La Groenlandia è importante sia per l’accesso alle materie prime ivi presenti sia per le possibilità di controllare le vie di navigazione artiche, che l’innalzamento delle temperature rende più facilmente accessibili e su cui sia Russia sia Cina stanno da anni investendo.
5 Lo Stretto di Malacca (meno di 3 km nel suo punto più stretto) è essenziale per i traffici marittimi cinesi verso ovest e finora circa il 75% delle importazioni cinesi via mare di greggio proveniente da Africa e Medio Oriente transitava da questo strategico choke point.
6 Problema questo in relazione al quale il vicepresidente JD Vance ha esplicitamente accusato il Segretario della Guerra Pete Hegseth di aver sottovalutato l’incidenza.
7 Trump ha fatto capire che gli USA non si sarebbero impegnati in una guerra a oltre 15.000 km di distanza per difendere Taiwan dalla Cina.
8 LAF: Forze Armate Libanesi
9 Recentemente il leader di Blu e bianco (partito di opposizione al Likud) Benny Gantz ha dichiarato che “è assolutamente vietato accettarla cessazione delle ostilità in Libano come parte di un accordo con l’Iran!”
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