9 maggio: giornata della vittoria o dell’umiliazione per Putin?
Quella che il 9 maggio 2026 ha avuto luogo sulla Piazza Rossa, sotto gli occhi di un Putin che appariva più dimesso rispetto all’immagine marziale di leader volitivo cui ci ha abituati, è stata – secondo chi scrive – la “giornata della vittoria” di Zelensky.
Intendiamoci, sul campo le cose non vanno benissimo per Kiev, che ha perso vari territori e ha grossi problemi di alimentazione del proprio sforzo bellico. Tra l’altro, recentemente alcuni dei numerosi problemi delle forze armate ucraine sono stati pubblicamente evidenziati in un convegno internazionale dallo stesso Zaluznyj (il carismatico comandante in capo delle F.A. ucraine sino a febbraio 2024 e poi sostituito da Zelensky, forse per avere un interlocutore militare più accomodante o forse per allontanare un quotato concorrente alla presidenza o probabilmente per entrambe queste ragioni).
Peraltro, sappiamo anche che gli esiti delle guerre non dipendono solo dagli scontri sul campo di battaglia. Molto dipende da come l’andamento degli scontri sul campo viene percepito ed elaborato dalle pubbliche opinioni. Ricordiamo ad esempio l’offensiva del Tet1, che venne decisamente vinta sul campo, a livello tattico, dagli americani, ma che a livello strategico e politico rappresentò invece la base della vittoria di nordvietnamiti e vietcong2.
In quest’ottica, quanto è avvenuto il 9 maggio a Mosca potrebbe rappresentare un segnale forte a favore di Kiev.
Innanzitutto, Putin ha dovuto subire l’umiliazione di chiedere a Kiev un cessate il fuoco di tre giorni per poter svolgere in sicurezza la cerimonia a Mosca. A voler essere cattivi, si potrebbe dire che, di fatto, la sfilata ha avuto luogo in sicurezza grazie alla benevolenza di Zelensky (che si è anche divertito emanando un decreto al riguardo). Una umiliazione che difficilmente i nazionalisti russi saranno disposti a perdonare a Putin. Soprattutto, ciò lede pesantemente un sistema di potere che si regge sull’esaltazione del leader forte, immagine che Putin nell’ultimo quarto di secolo era stato sempre attento a trasmettere.
Inoltre, in questo caso, c’è stata anche l’implicita ammissione dell’incapacità della Russia di garantire la sicurezza della capitale persino per un arco ristretto di poche ore. Non si sarebbe trattato di garantire la sicurezza da attacchi aerei dell’intera nazione, ma della sola zona circostante la Piazza Rossa. Non sarebbe stata necessaria una protezione 24 ore al giorno per 365 giorni all’anno, ma sarebbe bastato concentrare per una giornata le capacità di difesa da attacchi di missili e di droni della capitale. Potenzialità tecniche che certo le F.A. russe hanno.
Si tratta allora di sfiducia dello Zar nelle capacità delle sue gerarchie militari? Si tratta di una leadership nel panico?
A quanto riferito da Trump, sempre estremamente discreto quando gli si chiede un favore, sarebbe stata necessaria addirittura la mediazione del Tycoon per garantire che Zelensky si attenesse al cessate il fuoco!
Ulteriore sensazione di estrema vulnerabilità della cerimonia militare a possibili attacchi ucraini veniva data dal fatto che non hanno partecipato mezzi da combattimento, che è stato bloccato internet in tutta la capitale per la durata della cerimonia e che i giornalisti occidentali sono stati quasi tutti allontanati dalla Piazza Rossa.
Anche il discorso brevissimo (circa 8 minuti) di un presidente che in genere non è parco di parole non ha certamente trasmesso l’impressione che la situazione fosse saldamente nelle sue mani.
Infine, sostenere, come ha fatto Putin, che la Russia non stia combattendo solo contro l’Ucraina bensì contro l’intera NATO non può non essere interpretato come un goffo tentativo di giustificare la mancanza di risultati militari concreti. Un ardimentoso tentativo di spacciare Golia per Davide che, se può risultare convincente nelle zone rurali, difficilmente potrà aver convinto le élite russe.
Insomma, l’impressione che se ne potrebbe trarre è che la parata del giorno della vittoria di Putin (quella che storicamente è sempre stata la quintessenza della dimostrazione muscolare della potenza militare russa) abbia potuto aver luogo in sicurezza solo grazie alla benevolenza di Zelensky e di Trump. Una esplicita ammissione di debolezza che difficilmente i gerarchi russi saranno disposti a perdonare allo Zar. Ricordiamo anche che, sin dai tempi degli zar (quelli veri), i rivolgimenti di potere a Mosca avvenivano normalmente in seguito ad umiliazioni della nazione in confronti internazionali3.
Le speranze russe deluse
Non si può non ricordare come nel febbraio 2022 vi fossero molte indicazioni che lo Zar intendesse sfruttare proprio il giorno della vittoria di quattro anni fa per annunciare la sconfitta definitiva dell’Ucraina. Quell’annuncio non ci fu il 9 maggio del 2022 e neanche in quelli del 2023, del 2024, del 2025 o del 2026. L’aspettativa comunicata ai russi era di una “operazione militare speciale” che nel giro di poco più di due mesi avrebbe portato alla capitolazione degli ucraini.
Così non è stato e dopo più di quattro anni di conflitto tale capitolazione non pare essere all’orizzonte.
È innegabile che gli ucraini abbiano subito gravi perdite umane (ma anche i russi le hanno subite), gravissimi danni infrastrutturali (certo molto più gravi di quelli subiti dai russi) e perdite territoriali che non recupereranno mai.
Certamente, peraltro anche limitandosi al solo aspetto territoriale, dopo più di quattro anni neanche l’intero territorio del Donbass è stato “liberato” dalle forze di Mosca. Occorre anche rilevare che il territorio dove avvengono gli scontri non è morfologicamente favorevole alla difesa, si tratta di un terreno che invece avvantaggerebbe chi è in attacco. L’unico vero importante ostacolo naturale è rappresentato dal fiume Dnepr (o Dnipro), per il resto si tratta terreni privi di rilievi significativi a cui aggrappare la difesa. Ovvero, terreni morfologicamente tali da poter rendere possibili celeri puntate offensive corazzate, che in questi quattro anni non si sono però viste.
Peculiare, anche che non si abbia notizia di guerriglia anti-ucraina da parte delle popolazioni russofone che “attenderebbero i liberatori russi”.
Ancor più significativo è che i pur rilevanti avanzamenti territoriali russi non abbiano consentito in quattro anni a Mosca di conseguire risultati di valenza strategica4. Non sono riusciti a giungere a collegarsi con la Transnistria, non sono riusciti a prendere il controllo del porto di Odessa (privando Kiev di accesso al mare), né hanno conquistato Kharkiv (città che per importanza e per storia avrebbe potuto essere una degna capitale della parte di Ucraina sotto controllo russo).
Però il mito della potenza militare della “Russia Imperiale” non sta franando solo in Ucraina
Lasciando da parte sia l’evoluzione della situazione sul fronte ucraino sia i problemi economici che il conflitto prolungato sta creando in Russia, problematiche di cui molto si è scritto, mi limiterei a vedere nell’ambito delle relazioni politico-militari di Mosca, come possa essere cambiata la percezione di potenza della Russia nel mondo (ricordando che Putin voleva che la “Grande Russia” riassumesse quel ruolo di superpotenza che era riconosciuto all’URSS all’epoca della Guerra Fredda).
Contrariamente alle aspettative del Cremlino, in questi quattro anni la percezione nel mondo della potenza politico-militare russa sembrerebbe essere peggiorata.
Vediamo in che modo almeno nei confronti delle principali controparti. Infatti, in geopolitica, taluni fenomeni possono ricordare quelli tipici dei mercati finanziari. Magari la solidità di un prodotto azionario non viene percepita e compresa subito dagli operatori finanziari, ma quando tale prodotto finanziario sembra dare segnali (anche se non confermati) di debolezza sul mercato, gli investitori in tutto il mondo sembrano presi dalla irrefrenabile frenesia di liberarsene. Il discorso, mutatis mutandis, potrebbe valere anche per le super potenze e le nazioni che su di esse fanno affidamento.
Ucraina
Se fino a febbraio 2022 si poteva ancora ipotizzare che un cambiamento politico a Kiev (un “regime change” per usare un termine oggi in voga) avrebbe potuto riportare l’intera Ucraina nell’orbita russa, oggi una tale ipotesi deve apparire irrealistica anche ai più esaltati sostenitori del ritorno al ruolo egemone di Mosca.
Sicuramente prima o poi il conflitto terminerà e terminerà con inevitabili cessioni territoriali da parte ucraina (il punto sarà se concedere o meno a Mosca anche parte dei due oblast del Donbas ancora non conquistate). Però nessuno dei reali obiettivi strategici russi sarà stato raggiunto e di fatto l’Ucraina (seppur amputata di alcuni territori) è ormai saldamente ancorata (politicamente ed economicamente) alla UE5 e a ciò che eventualmente resterà della NATO al termine della presidenza Trump. Inoltre, l’Ucraina, che dall’epoca della dissoluzione dell’URSS in poi non aveva mai giocato un ruolo né economico né politico importante, si è imposta in questi quattro anni come un abile player a livello internazionale.
Nel 2022 in tanti, compreso chi scrive, si era convinti che un eventuale attacco militare contro l’Ucraina avrebbe potuto risultare politicamente controproducente per Mosca, ma che a livello militare non sarebbe stato difficile per le F.A. russe avere ragione sul campo di battaglia di quelle ucraine. Così non è stato e molti osservatori, in diversi continenti, hanno incominciato a pensare di aver sopravvalutato le reali potenzialità militari di Mosca.
NATO
La NATO nel 2022 usciva malamente da una campagna in Afghanistan che ne aveva minato la credibilità. Lo stesso Macron aveva dichiarato che la NATO avesse ormai l’elettroencefalogramma piatto.
Se l’operazione militare speciale aveva l’obiettivo di far implodere la NATO ha, invece, ottenuto l’opposto. Non solo due importanti paesi neutrali (Svezia e Finlandia), contro qualsiasi aspettativa, hanno chiesto di accedere all’Alleanza, ma la minaccia russa ai paesi NATO (reale o immaginaria che sia) ha rappresentato una nuova ragion d’essere dell’Alleanza Atlantica.
La NATO ha ripreso una centralità che aveva perso dopo la caduta del muro di Berlino, dopo più di trent’anni ha tirato fuori dalla naftalina la “difesa e deterrenza” e ha ripreso a pianificare per difendersi da una aggressione da Est.
Inoltre, paesi NATO che fino a un paio d’anni fa si dichiaravano assolutamente non in grado di raggiungere il 2% del PIL da dedicare a spese della difesa (come richiesto dall’amministrazione Obama nel 2014) l’anno scorso si sono baldanzosamente impegnati a dedicare a tali spese il 5% del loro PIL (che riescano a farlo poi è tutto un altro discorso).
UE
Per quattro anni Putin ha sdegnosamente rifiutato di riconoscere come potenziali interlocutori nel contesto della soluzione del conflitto ucraino sia l’UE sia singole nazioni europee importanti (Gran Bretagna, Francia, Germania). Il motivo era evidente. Il messaggio voleva essere: “La Russia è una super potenza e tratta solo con l’altra superpotenza, quella USA”. In effetti, l’incontro di Anchorage6 in un certo senso aveva confermato la validità di un tale approccio. Sembra che però Mosca abbia ora dovuto prendere atto che, nonostante il disimpegno USA, sia UE in quanto tale sia gran parte delle nazioni europee continuano a sostenere un’Ucraina che comunque la Russia non riesce a far arrendere. Pertanto, a sorpresa, il 9 maggio 2026 Putin ha dovuto dichiarare di essere pronto a dialogare con la UE.
Ora non è tanto importante se un negoziato Russia-UE avrà o meno luogo e se, in caso avesse luogo, sarà o meno efficace. Il vero punto è che Putin ha di fatto ammesso che la Russia non è una superpotenza di livello superiore alla molle e debosciata UE. Una ammissione che non può non fare male all’ego dei nazionalisti russi, che sicuramente già non perdonano allo Zar l’andamento tutt’altro che brillante di una campagna che sta durando molto più del previsto senza grandi risultati.
Inoltre, il conflitto ucraino ha di fatto convinto la quasi totalità dei governi UE che l’Unione deve costruire una sua dimensione militare, autonoma dalla NATO, orientata prevalentemente alla difesa del suo fianco Est. Il continente che fino ad oggi è stato rigorosamente erbivoro e che negli ultimi decenni era ingrassato con il gas russo (con beneficio anche di Mosca) sembra ora deciso a cambiare dieta, a sviluppare una dentatura più efficace e, comunque, a cambiare fornitori. Ne risulta che “Readiness 20307” non può che essere un progetto elaborato prioritariamente in funzione di protezione da Mosca. D’altronde, le minacce rivolte all’Armenia, che mira a rinforzare i propri legami con l’UE (di cui si tratterà più avanti), sembrano confermare che più che l’inesistente minaccia di una NATO in espansione verso est ciò che ha sempre preoccupato la Russia (sovietica o putiniana non fa differenza) sia la paura di vedere i propri satelliti tentare di scappare verso ovest.
Insomma, torniamo alla vecchia abitudine sovietica di costruire muri per impedire non ai nemici di entrare ma agli amici di uscire.
Africa e M.O.
In Africa e in Medio Oriente, l’URSS era presente e influente prima del crollo sovietico. Si pensi alle strette relazioni di Mosca con la Siria e l’Iraq baathisti, con l’Egitto, con la Libia di Gheddafi e con molti paesi dell’Africa sub-sahariana. Una ragnatela di alleanze che si indebolì con il disfacimento dell’URSS. Peraltro, dopo il 2002, con Putin al potere, Mosca ha ripreso a guardare sia all’Africa sia al Medio Oriente e per circa 20 anni ha tessuto con grande capacità una vasta ragnatela di relazioni politico-militari in queste regioni. Ragnatela di relazioni che appariva solida, ma che negli ultimi quattro anni sembra essersi andata disfacendo.
In Siria, la Russia aveva una penetrazione sin dai tempi dell’URSS e aveva nel paese la sua più importante base navale nel Mediterraneo (Tartus). Dopo le rivolte scoppiate anche in Siria con le “primavere arabe”, l’aiuto russo era stato fondamentale per mantenere Bashar al-Assad al potere per altri 13 anni. Peraltro, nel novembre 2024, quando il regime di Assad era sotto assedio da parte delle milizie di al-Jawlani (sostenute da USA e Turchia), la Russia, impegnata pesantemente in Ucraina, non fece niente né per salvare il regime né per conservare le sue basi nel paese. Ovviamente, l’atteggiamento russo in questa crisi generò l’impressione che Mosca non fosse più in grado di difendere i suoi alleati nella regione. Un segnale pericoloso che non è passato inosservato.
In Iran, al regime di Teheran Mosca è legata almeno dall’inizio dell’intervento russo a sostegno di Assad. L’Iran ha rappresentato, insieme alla Turchia, la potenza regionale con la quale la Russia dal 2016 al 2020 si era coordinata (incontri di Astana) per la gestione della crisi siriana e per la divisione delle reciproche sfere di influenza nel paese. A gennaio 2025 Mosca aveva sottoscritto con Teheran un “Trattato di partenariato strategico globale” per mutua assistenza militare, per contenere l’influenza occidentale nell’area e per aggirare le sanzioni economiche imposte all’Iran tramite sistemi di pagamento indipendenti. Peraltro, in occasione del recente attacco statunitense all’Iran la reazione di Mosca è apparsa molto timida. Tanto che l’Iran ha trovato decisamente maggior supporto dalla Cina che dalla Russia. Infatti, proprio a Pechino si è rivolto il ministro degli esteri iraniano Araghchi per ottenerne il supporto nei negoziati con Trump. Tra l’altro, lo stesso Trump ha gelato le offerte di Putin di mediare in relazione alla crisi nel Golfo, dicendogli in maniera “franca” (come si usa dire in termini diplomatici) di veder di mettere fine al conflitto in Ucraina anziché occuparsi dell’Iran. È chiaro che per far pressioni su Teheran, Trump si interfacci solo con Xi Jinping e che non ci sia molto spazio di manovra reale per Putin in questi negoziati. Tutti segnali che sembrano contenere gli spazi di manovra di Mosca nella regione e che, ovviamente, non possono essere sfuggiti agli altri paesi del Golfo.
Anche nell’area del Sahel, negli scorsi anni, la Russia ha tentato, inizialmente con grande successo, di sostituire la Francia nella lotta al jihadismo islamista, fenomeno sempre più virulento in quelle regioni. Mosca vi ha operato prima con la Wagner e, dopo la morte molto sospetta di Evgenij Prigozin nel 2023, con l’Afrika Corps (in pratica la Wagner con altro nome, ma che ora fa capo al ministero della difesa russo). Sicuramente, ci si potrebbe anche interrogare in merito all’adozione di questi nomi (Wagner e Afrika Corps, entrambi legati all’immaginario nazista, ma questo è un altro problema). In diversi paesi del Sahel i russi si erano messi a disposizione dei governi locali, in precedenza supportati dalla Francia, per offrire sicurezza e capacità militari nella lotta al terrorismo jihadista, in cambio di influenza politica e accesso privilegiato alle preziose materie prime locali. In Mali, in particolare, l’Afrika Corps, che è là a sostegno della giunta militare, ha subito recentemente sconfitte significative nei combattimenti contro separatisti Tuareg e jihadisti vicini ad Al Qaeda8. In particolare, il comportamento dei russi è stato molto criticato in relazione alla perdita della città chiave di Kidal, nello scorso mese di aprile, quando Afrika Corps è stato accusato di essersi ritirato in disordine, dopo essersi accordato con i ribelli, abbandonando le forze governative maliane indietro. Quello in Mali è stato percepito come un fallimento del modello russo, nonostante lo stesso ministro della difesa russo sia intervenuto per minimizzare l’accaduto, ma è facile che le perplessità circa la reale efficacia ed affidabilità dell’aiuto di Mosca incomincino a sorgere anche in altri paesi della regione.
Repubbliche ex sovietiche
Oltre alla Georgia, che da trent’anni guarda alla NATO e all’UE, recentemente anche l’Armenia ha manifestato interesse ad avvicinarsi alla UE. Putin lo ha percepito come un tradimento (anche perché l’Armenia era considerata una delle repubbliche ex-sovietiche più fedeli a Mosca) e ha minacciato di adottare misure simili a quelle adottate nei confronti dell’Ucraina nel 2022 e della Georgia nel 2008 (ovvero, l’invasione militare). Peraltro, nell’ultimo conflitto per il controllo del Nagorno Karabak (2020-2023) tra l’Armenia e l’Azerbaigian (fortemente appoggiato dalla Turchia) il sostegno fornito da Mosca all’alleata Erevan è stato praticamente irrilevante, consentendo agli azeri di prendere il controllo dell’intera regione contesa. È possibile che anche la percezione di essere stati abbandonati dalla Russia, che probabilmente in cambio voleva un supporto turco in relazione ad altri teatri di mutuo interesse, abbia indotto gli armeni a guardare ad ovest.
Cina
La Russia, sia dal punto di vista economico sia come rilevanza quale player globale, appare oggi sempre più dipendente dalla Cina e ciò ne fa inevitabilmente una superpotenza di seconda categoria, in un mondo dove “i grandi” restano solo Cina e USA.
Ovviamente, si potrebbe andare a vedere come, negli ultimi quattro anni la percezione della Russia come superpotenza militare si sia offuscata anche in altri continenti (America Latina e Indo Pacifico), ma ciò aggiungerebbe poco al discorso che si intende fare.
Inevitabile che quando una potenza vuole basare la propria egemonia e la propria credibilità esclusivamente o quasi sulla capacità di coercizione militare, una volta che tale capacità venga messa alla prova (tra l’altro nei confronti di una nazione molto più piccola da riportare “all’ordine”) ma tale capacità risulti meno efficace di quanto fatto credere, l’intero castello incomincia a franare.
Il punto è fino a quando le élite russe accetteranno la sempre più pesante dipendenza dal nemico storico cinese e l’imbarazzante perdita di prestigio nazionale? Fino a quando accetteranno (per paura o per convenienza) di supportare una guerra che non sta portando ai risultati ripetutamente promessi?
Fino a quando l’”uomo forte” del Cremlino sarà in grado di convincere i suoi pretoriani che la situazione è sotto controllo e che l’avventura ucraina terminerà con la punizione esemplare dei “traditori” della Grande Madre Russia?
Molto spesso gli “uomini forti” al potere quando cessano di essere percepiti come forti cessano anche di essere veramente al potere.
Non può essere neanche del tutto escluso il pericolo, paventato da alcuni analisti, che ove le popolazioni della Federazione Russa dovessero prendere atto della “non vittoria” e trarne le conseguenze, non sarebbe da escludere un effetto centrifugo da parte di alcune regioni periferiche della Federazione Russa9, fenomeno da non augurarsi perché porterebbe una pericolosa instabilità che si diffonderebbe ben oltre gli attuali confini della Federazione Russa.
1 scontro combattuto da gennaio a settembre 1968, dove nonostante l’offensiva nordvietnamita fosse stata efficacemente respinta da USA e sudvietnamiti, portò alla decisione del presidente Johnson di arrestare l’escalation USA, dando praticamente la vittoria strategica ai nordvietnamiti, di rinunciare a ricandidarsi alle elezioni presidenziali e a ritirarsi dalla vita politica.
2 In merito a come la sconfitta tattica venne però trasformata in successo politico e strategico interessante anche leggere l’intervista, a conflitto ancora in corso, di febbraio 1969 di Oriana Fallaci al Generale Giap (“Interviste con la Storia”)
3 Solo per citare alcuni esempi recenti: rivoluzione russa del 1905 (dopo la sconfitta nella guerra russo-giapponese), rivoluzione russa del 1917 (anche in seguito al deludente andamento per la Russia della I Guerra Mondiale), glasnost, dissoluzione del Patto di Varsavia e dissoluzione dell’URSS (anche in seguito alla sconfitta tecnologica subita dagli USA nella corsa agli armamenti degli anni’80 del secolo scorso)
4 Per quanto certi calcoli non abbiano in realtà alcun significato dal punto di vista militare, in quanto il ritmo di avanzamento passato non può mai essere preso come metro di paragone per ipotizzare il futuro andamento delle operazioni, per i media può essere comunque interessante notare come la rivista Forbes abbia calcolato che, continuando ad avanzare con il ritmo attuale, alle forze russe occorrerebbero altri 230 anni per occupare l’intera Ucraina.
5 A Bruxelles si tratterà già nei prossimi giorni di procedure accelerate (e molto discutibili a parere di chi scrive) per l’accesso di Kiev nella UE
6 Ne abbiamo scritto in Dopo l’Alaska: non sappiamo chi abbia vinto ma sappiamo chi ha perso – Difesa Online
7 Più noto con il nome originario di “ReArm Europe”
8 Recentemente le forze ribelli hanno ucciso con un’autobomba lo stesso ministro della difesa del Mali (Sadio Camara)
9 Ci si riferisce in particolare alla Siberia Orientale (territorio che fu strappato alla Cina nel 1860, ma con popolazione etnicamente non caucasica) e alle repubbliche di religione islamica ai confini meridionali della Federazione Russa
L’articolo 9 maggio: giornata della vittoria o dell’umiliazione per Putin? proviene da Difesa Online.
Quella che il 9 maggio 2026 ha avuto luogo sulla Piazza Rossa, sotto gli occhi di un Putin che appariva…
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