Il potere pretende “mutismo e rassegnazione”. Un giudice risponde con il diritto…
C’è un momento in cui il rapporto tra istituzioni e stampa rivela la sua natura più autentica. Non accade quando tutto fila liscio, quando le informazioni vengono distribuite in modo comodo, quando i giornalisti si limitano a raccogliere dichiarazioni già confezionate o a rilanciare versioni ufficiali senza attrito. Accade quando emergono domande vere, quando si chiede accesso, quando si pretende chiarezza, quando si prova a verificare ciò che non è stato spontaneamente comunicato.
È in quel momento che si comprende se un’istituzione considera la stampa un interlocutore libero oppure un semplice terminale della propria comunicazione.
Il punto è elementare, ma spesso viene deliberatamente aggirato: il giornalismo non nasce per accompagnare il potere, nasce per osservarlo, interrogarlo, controllarlo e, quando necessario, contraddirlo. Non è un ornamento della democrazia. È uno dei suoi strumenti di verifica. Per questo, quando un’amministrazione, un ministero o un vertice politico si infastidisce davanti a domande legittime, a richieste di trasparenza o a ricostruzioni non allineate, il problema non è il tono del giornalista. Il problema è quasi sempre il fastidio che provoca un controllo non addomesticato.
Molto spesso, infatti, il potere non rifiuta la stampa in quanto tale. Rifiuta la stampa indipendente. Accetta volentieri quella che si mostra docile, prudente, rispettosa dei confini non scritti, incline a non insistere troppo. Ma appena il giornalismo smette di essere decorativo e torna a fare il proprio mestiere, ecco che cambia il lessico: le domande diventano “strumentali”, le richieste di chiarimento vengono vissute come provocazioni, la critica viene scambiata per ostilità, e la ricerca di notizie non filtrate viene trattata quasi come una scorrettezza.
È qui che si consuma lo scarto più pericoloso: quello tra “informazione” e “comunicazione”
La comunicazione istituzionale ha il compito di rappresentare l’ente, difenderne l’immagine, valorizzarne l’operato. È naturale che sia così. Il giornalismo, invece, ha il compito opposto: non proteggere l’istituzione, ma raccontarla nella sua realtà, anche quando questa realtà è scomoda, contraddittoria o imbarazzante.
Confondere i due piani significa pretendere che chi informa accetti di muoversi entro limiti stabiliti da chi dovrebbe essere oggetto di controllo.
Ma c’è anche un altro punto, decisivo e spesso rimosso. Il potere non può lamentarsi delle notizie, delle interpretazioni, delle polemiche o persino degli errori di percezione pubblica se non costruisce esso stesso, in modo costante e serio, un rapporto trasparente e continuativo con la stampa. Se non offre occasioni regolari di confronto. Se non accetta domande libere. Se non risponde in modo tempestivo. Se non si espone a un contraddittorio civile ma reale. Dove manca questa normalità democratica, cresce inevitabilmente lo spazio della diffidenza, delle ricostruzioni parziali, delle tensioni e delle incomprensioni.
Non a caso, nei Paesi civili e nelle democrazie mature, il rapporto tra istituzioni e informazione non viene affidato all’umore del momento o alla suscettibilità del vertice di turno. Viene strutturato attraverso CONFERENZE STAMPA REGOLARI, accesso dei giornalisti NON SELEZIONATO, domande LIBERE, confronto APERTO, perfino nelle fasi più delicate.
È un principio semplice. Più una materia è sensibile, più il bisogno di credibilità pubblica richiede un rapporto serio con il giornalismo, non la sua domesticazione.
Per questo è sempre un pessimo segnale quando si cerca di distinguere tra giornalisti graditi e giornalisti sgraditi, tra chi “collabora” e chi “disturba”, tra chi è utile alla narrazione del potere e chi invece insiste nel porre domande fuori copione. In quel momento non si sta difendendo un’istituzione. La si sta indebolendo, perché si sostituisce la trasparenza con la selezione, il confronto con il filtro, la fiducia con la fedeltà.
Se tutto questo può sembrare a qualcuno una lettura eccessiva o polemica, basta guardare a quanto accaduto negli Stati Uniti. Un giudice federale di Washington ha infatti appena demolito le restrizioni imposte al Pentagono da Pete Hegseth, che subordinavano i pass stampa all’impegno a non cercare informazioni non approvate per la diffusione.
Tutti i giornalisti indipendenti rifiutarono quelle condizioni e lasciarono il Pentagono (solo una testata su 56 rimase e accettò le nuove condizioni).
Il magistrato ha dato loro ragione, riaffermando un principio che dovrebbe essere ovvio in ogni democrazia:non c’è vera libertà di stampa se l’accesso alle informazioni dipende dall’obbedienza.
Oltreoceano qualcuno ha dunque appena ricordato che, senza il rispetto dei più basilari principi costituzionali, nessun potere può poi lamentarsi. Se nascono dispute mediatiche, tensioni o narrazioni conflittuali,la responsabilità ricade anzitutto su chi non ha voluto garantire trasparenza e accesso, non su chi ha semplicemente fatto il proprio lavoro.
Fonti:
https://www.nytimes.com/2026/03/20/us/federal-judge-constitution-press-freedom.html
https://apnews.com/article/pentagon-policy-news-reporters-hegseth-dc7a69b7e7c3f618b3879d9cafec9b25
https://www.theguardian.com/us-news/2026/mar/20/us-judge-blocks-pentagon-policy
L’articoloIl potere pretende “mutismo e rassegnazione”. Un giudice risponde con il diritto…proviene daDifesa Online.
C’è un momento in cui il rapporto tra istituzioni e stampa rivela la sua natura più autentica. Non accade quando…
L’articoloIl potere pretende “mutismo e rassegnazione”. Un giudice risponde con il diritto…proviene daDifesa Online.
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