La guerra che paghiamo noi: Operation Epic Fury e il fallimento strategico italiano sull’energia
L’Italia è in guerra.Non l’ha dichiarata, non l’ha voluta, ma la subisce con i propri asset militari sotto il fuoco iraniano e le bollette energetiche che strangolano famiglie e imprese. A un mese dall’inizio di Operation Epic Fury, il conflitto israelo-statunitense contro l’Iran espone con brutalità chirurgica il fallimento strategico di un Paese che da mezzo secolo si rifiuta di affrancarsi dalla dipendenza energetica estera, trasformando ogni crisi geopolitica in un’emergenza nazionale. Mentre la Spagna, che ha investito nelle rinnovabili con visione strategica, paga l’elettricità un terzo dell’Italia.
Sotto il fuoco senza voce in capitolo
L’Italia è già nel mirino. La guarnigione italiana alla base di Ali Al Salem in Kuwait è stata colpita da droni e missili iraniani: un MQ-9 Reaper dell’Esercito distrutto, due Eurofighter Typhoon resi inoperativi dalle schegge. A Erbil, nel Kurdistan iracheno, la base italiana è stata attaccata, con il personale costretto a rifugiarsi nei bunker. Il Ministro degli Esteri ha condannato, ma condannare non è decidere. La Farnesina ha lavorato all’evacuazione di 30.000 italiani dagli Emirati e dall’Oman, assetti navali sono stati dispiegati a difesa di Cipro dopo le minacce iraniane.
L’intelligence italiana ha avvertito che l’intero Mediterraneo orientale sarà investito dall’instabilità, con impatti diretti sulle rotte commerciali indo-mediterranee attraverso Suez. Il governo Meloni si è mosso su un doppio binario: riavvicinamento UE-GCC per una strategia diplomatica comune, condanna degli attacchi iraniani, neutralità formale. Una postura comprensibile sul piano diplomatico, ma che non cambia la sostanza:siamo esposti alle conseguenze di una guerra decisa a Washington e Gerusalemme, subita a Teheran e pagata a Roma.
Il paradosso è nitido. Gli Stati Uniti producono oltre 13 milioni di barili al giorno, sono sostanzialmente autosufficienti, e hanno avviato un’operazione militare il cui principale danno collaterale ricade sulle economie dei propri alleati. Come ha osservato il World Economic Forum, Washington ha imposto costi enormi a molte delle stesse economie su cui fa affidamento come partner commerciali e strategici. L’Iran, incapace di competere sul piano militare convenzionale, ha razionalmente scelto di internazionalizzare i costi del conflitto colpendo infrastrutture energetiche, civili e commerciali nel Golfo: alzare il prezzo dell’escalation fino a rendere insostenibile la prosecuzione delle operazioni. È deterrenza economica asimmetrica, e funziona.
La chiusura dello Stretto di Hormuz ha innescato la più grave crisi energetica della storia moderna. Non un’iperbole giornalistica: il capo dell’Agenzia Internazionale dell’Energia ha dichiarato che l’impatto è peggiore dei due shock petroliferi degli anni Settanta combinati. Undici milioni di barili al giorno rimossi dal mercato, il Brent schizzato a 120 dollari al barile, QatarEnergy costretta a dichiarare forza maggiore su tutti i contratti. I CEO delle maggiori compagnie petrolifere, riuniti al CERAWeek di Houston, hanno delineato uno scenario senza precedenti: carenze di jet fuel, diesel e benzina già conclamate in Asia, destinate a raggiungere l’Europa entro aprile. La Shell ha avvertito che il continente potrebbe affrontare una vera e propria penuria di carburanti.
Per l’Italia i numeri sono impietosi. Il prezzo dell’elettricità ha raggiunto i 141 euro per megawattora. L’inflazione è balzata al 2,5% annuo, contro l’1,5% del 2025. Confindustria ha tagliato le previsioni di crescita allo 0,5%, precisando che si tratta di uno scenario “ottimistico” che presuppone la fine del conflitto entro marzo. Se la guerra prosegue nel secondo trimestre, la crescita si azzera. Se arriva al quarto, entriamo in recessione. Terzo anno consecutivo sotto l’1% di PIL: non è congiuntura, è declino strutturale.
La BCE ha posticipato i tagli ai tassi, rivedendo al rialzo le proiezioni inflazionistiche. L’Europa ha iniziato il 2026 con riserve di gas a 46 miliardi di metri cubi, contro i 77 del 2024. I settori chimico e siderurgico applicano sovrapprezzi fino al 30%. La BCE stessa ha evocato lo spettro della deindustrializzazione permanente in alcuni comparti. L’Italia importa 6-7 miliardi di metri cubi di gas all’anno dal Qatar: forniture ora completamente interrotte.
Il dato che nessun politico italiano vuole leggere
Ed è qui che il discorso si fa politico, nel senso più nobile e urgente del termine. Perché esiste un Paese europeo, con un PIL pro capite inferiore a quello italiano, che sta attraversando la stessa crisi globale pagando bollette elettriche quasi tre volte inferiori alle nostre. Quel Paese è la Spagna.
I numeri sono inequivocabili. Il prezzo dell’elettricità in Spagna oscilla tra 37 e 57 euro per megawattora. In Italia, 141. La ragione non è congiunturale, non è geografica, non è meteorologica: è strategica. Oltre il 57% dell’energia elettrica spagnola proviene da fonti rinnovabili, e il gas naturale determina il prezzo marginale dell’elettricità solo nel 15% del tempo. In Italia, questa percentuale raggiunge l’89%. Significa che per quasi nove decimi del tempo il costo dell’energia che pagano le nostre famiglie e le nostre imprese è dettato dal prezzo di un combustibile fossile importato dall’estero, che transita attraverso chokepoint geopolitici su cui non abbiamo alcun controllo.
Questo non è un dato ambientale. È un dato di sicurezza nazionale. E il fatto che in Italia venga ancora trattato come una questione da ambientalisti o da convegnistica sul green deal è la misura esatta dell’analfabetismo strategico della nostra classe dirigente.
La Spagna non è diventata resiliente per caso. Ha investito sistematicamente nelle rinnovabili per oltre un decennio, installando parchi solari ed eolici su larga scala, sviluppando la rete idroelettrica, mantenendo il 20% di generazione nucleare. Ha costruito un’infrastruttura energetica diversificata con sette impianti di rigassificazione e un sistema di gasdotti flessibile. Quando la crisi ha colpito, Madrid ha potuto varare un pacchetto anticrisi da 5 miliardi di euro con 80 misure, tagliando l’IVA su tutti i vettori energetici dal 21% al 10%, perché disponeva di margini fiscali che la minore dipendenza energetica le consentiva. Il premier Sánchez ha potuto dichiarare, dati alla mano, che un sabato recente l’elettricità spagnola costava sette volte meno di quella francese e tedesca.
Certo, il quadro spagnolo non è esente da criticità. Le rinnovabili sono intermittenti, il gas resta necessario per la stabilizzazione della rete, il blackout dell’aprile 2025 ha evidenziato vulnerabilità infrastrutturali. Ma il punto non è l’utopia dell’autosufficienza energetica totale. Il punto è la riduzione strutturale della dipendenza, la diversificazione delle fonti, la costruzione di un mix che non consegni l’89% della formazione del prezzo a una materia prima controllata da altri. In Spagna il gas fissa il prezzo il 15% del tempo. In Italia l’89%. Questa differenza non è un dettaglio tecnico: è il fossato che separa un Paese che ha una strategia energetica da uno che non ce l’ha.
La subalternità come strategia (non dichiarata)
Ogni crisi energetica degli ultimi cinquant’anni ha posto all’Italia la stessa identica domanda: quanto a lungo possiamo permetterci di affidare la nostra sicurezza economica alle rotte marittime del Golfo Persico, ai gasdotti che attraversano zone di conflitto, ai contratti di fornitura con regimi il cui allineamento geopolitico può cambiare dalla sera alla mattina?
Nel 1973 la risposta fu il Piano Energetico Nazionale, poi largamente disatteso. Nel 2022, dopo l’invasione dell’Ucraina, la risposta fu la diversificazione d’emergenza dal gas russo, che significò semplicemente spostare la dipendenza dalla Russia all’Algeria, all’Azerbaijan, al Qatar e agli Stati Uniti. Non un cambio di paradigma, ma un cambio di fornitore. Nel 2026, con il Qatar in forza maggiore e lo Stretto di Hormuz chiuso, scopriamo che anche questa diversificazione era illusoria.
Il risultato è che l’Italia si presenta a ogni crisi nella stessa posizione: con un mix energetico dominato dal gas importato, senza nucleare (per scelta referendaria mai messa seriamente in discussione), con un potenziale solare tra i più alti d’Europa cronicamente sottosfruttato, con un eolico frenato da burocrazia, ricorsi e veti locali, con una rete elettrica che necessita di investimenti massicci per gestire la generazione distribuita delle rinnovabili.
Non è ignoranza. È qualcosa di peggio: è una scelta, anche se nessuno la rivendica. È la scelta di mantenere un sistema energetico che genera rendite per chi importa, distribuisce e rivende combustibili fossili, a scapito dell’interesse nazionale. È la scelta di trattare la politica energetica come un capitolo della politica estera, piuttosto che come il fondamento della sovranità economica. È la scelta, consapevole o meno, di rimanere subalterni.
Il think tank Bruegel lo ha scritto con una chiarezza che dovrebbe essere scolpita sulle pareti di ogni ministero europeo: la vulnerabilità dell’Europa agli shock geopolitici resta radicata nella dipendenza strutturale dai combustibili fossili importati, anche dopo aver spostato la dipendenza dalla Russia ad altri fornitori. Solo riducendo questa dipendenza attraverso fonti pulite prodotte internamente l’Europa potrà proteggersi durevolmente dagli shock esterni ricorrenti.
L’energia rinnovabile è difesa nazionale
Occorre dirlo con la brutalità che il momento richiede: in Italia il dibattito sulle rinnovabili è stato sequestrato da una narrazione che le confina nell’ambito ambientalista, come se fossero una concessione al “pensiero green” piuttosto che un pilastro dell’interesse strategico nazionale. Questa narrazione è funzionale a chi beneficia della dipendenza fossile, ed è letale per il Paese.
La Spagna dimostra empiricamente, in tempo reale, sotto la pressione della più grave crisi energetica della storia, che la transizione alle rinnovabili è un moltiplicatore di sicurezza nazionale. Non produce solo elettricità più pulita: produce elettricità più economica, più indipendente, meno esposta ai ricatti geopolitici, meno vulnerabile alla chiusura di uno stretto o al lancio di un missile iraniano su una raffineria del Golfo.
Un megawattora prodotto dal sole del Mezzogiorno o dal vento dell’Appennino non transita per Hormuz. Non richiede contratti con il Qatar. Non è soggetto a forza maggiore. Non alimenta i bilanci di regimi autoritari. Non finanzia guerre per procura. È energia sovrana nel senso più concreto del termine.
L’Italia dispone di un irraggiamento solare tra i più alti d’Europa, di coste e rilievi favorevoli all’eolico, di un tessuto industriale che potrebbe beneficiare enormemente di costi energetici stabili e prevedibili. Eppure, a ogni discussione sulle rinnovabili, il dibattito si impantana nelle stesse obiezioni: l’intermittenza (risolvibile con storage e smart grid), l’impatto paesaggistico (come se un gasdotto o un rigassificatore fossero più estetici di un parco eolico), i tempi autorizzativi (che dipendono esclusivamente dalla volontà politica).
La verità è che l’Italia tratta le rinnovabili come un accessorio della politica industriale, mentre dovrebbe trattarle come un asset strategico della difesa nazionale, con la stessa urgenza con cui si discute l’acquisizione di un sistema d’arma o il dispiegamento di una fregata. Perché un blackout energetico causato dalla dipendenza fossile è una minaccia alla sicurezza nazionale esattamente come un attacco cibernetico o una violazione dello spazio aereo. Con la differenza che il blackout energetico è prevedibile, prevenibile, e ci coglie ugualmente impreparati ogni volta.
La guerra finirà. La dipendenza no.
Operation Epic Fury si concluderà, come si è conclusa ogni operazione militare nella storia. Lo Stretto di Hormuz riaprirà, il Brent tornerà a livelli sopportabili, i titoli di prima pagina si sposteranno altrove. Ma la prossima crisi è già inscritta nella struttura del nostro sistema energetico. Può essere un’altra guerra nel Golfo, un’escalation nel Mediterraneo orientale, un sabotaggio a un gasdotto, una crisi diplomatica con un fornitore. La forma sarà diversa, la sostanza sarà identica: un Paese con il potenziale per essere tra i più autosufficienti d’Europa sul piano energetico, che si ritrova ogni volta in ginocchio perché le sue classi dirigenti hanno preferito la rendita della dipendenza all’investimento nella sovranità.
La Spagna ha dimostrato che un’alternativa esiste, funziona, e paga dividendi in tempo di crisi. L’Italia ha dimostrato, per l’ennesima volta, che ignorare l’interesse strategico nazionale ha un costo. Quel costo, oggi, è di 141 euro per megawattora. Domani potrebbe essere molto più alto.
Operation Epic Fury
Impatto Economico e Interesse Strategico Nazionale
Giorno 30 del conflitto · Dati aggiornati
| Paese | Diesel (€/L) | Variazione |
|---|---|---|
Irlanda |
€ 2,30 | +17,5% |
Germania |
€ 2,16 | +18,7% |
Finlandia |
€ 2,05 | +16% |
Francia |
€ 2,02 | +15% |
Italia |
€ 2,01 | +20% |
Paesi Bassi |
€ 2,00 | +14% |
Austria |
€ 1,92 | +13% |
Spagna |
€ 1,79 | +34% |
Portogallo |
€ 1,76 | +17,5% |
2 Typhoon danneggiati
Personale in bunker
a difesa dell’isola
da UAE / Oman
Spagna
ItaliaL’Italia tratta le rinnovabili come un accessorio della politica industriale. Dovrebbe trattarle come unasset strategico della difesa nazionale, con la stessa urgenza di un sistema d’arma o del dispiegamento di una fregata. Un blackout energetico causato dalla dipendenza fossile è una minaccia alla sicurezza nazionale esattamente come un attacco cibernetico. Con la differenza che è prevedibile, prevenibile, e ci coglie ugualmente impreparati ogni volta.
L’Italia è in guerra. Non l’ha dichiarata, non l’ha voluta, ma la subisce con i propri asset militari sotto il…
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