Operation Epic Fury: quando scatterà l’ora X per l’operazione terrestre?
Siamo al trentunesimo giorno di Operation Epic Fury, il nome in codice dell’offensiva aerea congiunta USA-Israele lanciata contro l’Iran il 28 febbraio 2026. Le bombe continuano a cadere su Teheran, Isfahan, Shiraz, Tabriz, Abadan e Karaj, i missili balistici iraniani continuano a colpire Israele e le basi americane nel Golfo, lo Stretto di Hormuz resta chiuso e il prezzo del Brent ha sfondato i 108 dollari al barile. Ma la vera domanda che i pianificatori del Pentagono, gli analisti e i mercati si pongono in queste ore è un’altra: quando, e se, scatterà la fase terrestre del conflitto?
Il Washington Post ha rivelato il 29 marzo che il Pentagono sta predisponendo piani per settimane di operazioni terrestri limitate in Iran, non un’invasione su vasta scala ma raid mirati condotti da forze per operazioni speciali e fanteria convenzionale, con obiettivi probabili nell’isola di Kharg, il nodo cruciale da cui transita il 90% delle esportazioni petrolifere iraniane, e nei siti costieri adiacenti allo Stretto di Hormuz. La portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt ha precisato che la preparazione del Pentagono serve a garantire al Comandante in Capo la “massima flessibilità decisionale”, senza che ciò implichi una decisione già presa. Ma le truppe si muovono, e i movimenti parlano più delle parole.
La USS Tripoli è arrivata in teatro il 28 marzo con 3.500 Marines del 31° MEU (Marine Expeditionary Unit), confermati dal Comando Centrale USA. Si aggiungono agli elementi della 82ª Divisione Aviotrasportata già dispiegati nella regione e ad almeno un altro Amphibious Ready Group in avvicinamento. Un analista militare del think tank Defense Priorities stima che ci siano circa 4.000-5.000 effettivi da combattimento pronti, sufficienti a prendere un obiettivo limitato per un periodo circoscritto ma non a sostenere un’operazione su larga scala senza rinforzi successivi. È il profilo classico di un raid anfibio, non di un’invasione.
La scadenza politica: 6 aprile
Il fattore temporale primario è la deadline che Donald Trump si è autoimposto. Il 26 marzo, su Truth Social, il Presidente ha annunciato la proroga di dieci giorni della pausa sugli attacchi alle infrastrutture energetiche iraniane, fissando la nuova scadenza al 6 aprile 2026, ore 20:00 Eastern Time (il 7 aprile alle 02:00 in Italia). “Talks are ongoing and they are going very well”, ha scritto Trump, mentre Teheran continuava a negare qualsiasi negoziato diretto. L’inviato speciale Steve Witkoff ha confermato che un piano in quindici punti è stato trasmesso all’Iran attraverso il Pakistan, ma lo speaker del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf ha risposto che le forze iraniane sono “in attesa dell’arrivo dei soldati americani a terra per dargli fuoco”, definendo il piano americano un tentativo di ottenere con la diplomazia ciò che Washington “non è riuscita a ottenere con la guerra”.
Se i negoziati falliscono, e le premesse non sono incoraggianti, la finestra per una decisione politica di escalation si apre dopo il 6 aprile. Servono poi dai sette ai dieci giorni perché l’ordine presidenziale si traduca in un ordine operativo esecutivo, i comandanti completino il briefing finale e le forze assumano le posizioni di lancio. Questo colloca l’operazione, qualora venga autorizzata, in una finestra che va dalla seconda alla terza settimana di aprile.
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