Trump, la supply chain warfare e il Go
Che la geopolitica mondiale sia da decenni dominata dal desiderio di controllare i flussi marittimi e, in particolare, quelli delle materie strategiche, è cosa nota. Che la Cina sia uno degli obiettivi della guerra attuale degli Stati Uniti nelle acque antistanti Hormuz, come già prima nel cambio di regime in Venezuela, è ormai altrettanto noto, anche se non se ne parla adeguatamente. Perché, nelle intenzioni americane, quella avviata il 28 febbraio scorso è fra le più grandi, al momento, guerre alle catene di approvvigionamento del suo nemico dichiarato, quello del nuovo secolo, ossia la Cina e la sua supremazia produttiva in settori strategici, come l’alta tecnologia ad uso civile e militare. Benvenuti, quindi, nella nuova era della guerra alle catene di approvvigionamento (supply chain warfare).
La crisi attuale in Hormuz, infatti, illustra come gli avversari possano convertire in vere e proprie armi geopolitiche le dipendenze nemiche dalle catene di approvvigionamento mondiali. L’obiettivo americano è infatti semplice: porre sotto il proprio controllo e indebolire la catena di approvvigionamento verso la Cina del petrolio iraniano e arabico, in generale, e il flusso di altre merci strategiche, come le terre rare, di cui Pechino già abbonda nel controllo mondiale. La Cina, infatti, per anni ha manipolato le catene di approvvigionamento globali, dalle materie prime ai prodotti finali, danneggiando il Giappone, l’Australia e la Corea del Sud e molti paesi europei. Negli ultimi anni, poi, il governo cinese ha limitato fortemente le esportazioni verso gli Stati Uniti di minerali per l’elettronica avanzata (gallio e germanio per i semiconduttori)1 e per il settore della difesa (antimonio)2. Attingendo al suo dominio sulle materie prime essenziali e sfruttando sontuosi sussidi governativi e grandi mercati interni in cattività, la Cina ora domina la fornitura globale di prodotti economicamente e militarmente critici come i circuiti stampati, i semiconduttori fondamentali e ingredienti farmaceutici attivi.
Pechino ha ottenuto questo primato attraverso agili mosse, fra controllo (pluridecennale) di aree di estrazione e lavorazione delle terre rare (Africa), sovvenzioni attraverso crediti di imposta e prestiti a basso costo ad imprese locali in ogni dove dall’Asia all’Africa, ma anche cyberspionaggio e furto di proprietà intellettuale con l’acquisizione di segreti industriali stranieri. E poi vi è la strategia di “fusione militare-civile”,3 dove le autorità cinesi costringono le proprie aziende a trasferire al comparto militare tutte le tecnologie e le informazioni che raccolgono da partner stranieri. Nel frattempo, il governo centrale ha sviluppato controlli più approfonditi sulle proprie esportazioni, al fine di limitare l’accesso straniero a minerali e terre rare, tecnologie e altre forniture strategiche.
C’è chi, di fronte a queste manovre cinesi, tira in ballo per l’ennesima volta l’eccessivamente sopravalutato Sun Tzu che affermava che l’arte suprema della guerra “consiste nel rompere la resistenza del nemico senza combattere”. Vero, almeno per ora, e solo in parte. Perché la logica della guerra attuale alle catene di approvvigionamento e la relativa difesa – armata o diplomatica, come fa ora la Cina attraverso il Pakistan per arrivare ad un cessate il fuoco definitivo fra Usa e Iran – ricorda più le regole del Go, l’antico gioco delle classi nobiliari cinesi (dove è chiamato wei-ch’i, da wei, accerchiare e qi, pedina, noto in Occidente con il nome giapponese) poi diventato popolare e alla base della cultura politica di quella nazione.
In pratica, il Go è un gioco di pedine alla conquista di spazi avversari, partendo da angoli e bordi, progredendo, per influenza, nell’ acquisizione del centro della pedana di gioco, dove “l’influenza del nucleo – come recitano le sue regole – può essere inestimabile”. È un gioco complesso di intricati calcoli di equilibrio, che tengono conto di attacchi contro difese (territori contro influenze), con una quantità impressionante di combinazioni e con l’eventualità, come afferma un detto coreano, che nessuna partita di Go venga giocata due volte.
È la strategia di una vera e propria guerra per la costruzione di un impero che punta a guadagnare terreno e a conquistare, quindi, i territori dell’avversario, che non viene sconfitto od eliminato, ma esautorato del controllo. Molto più complesso del gioco degli scacchi, a noi più famigliare, il Go non ha strike vincenti (lo scacco matto). La vittoria è infatti più sfuggente e non è veramente determinata fino a quando l’intricato processo di conteggio dei territori nemici acquisiti non è completato. Insomma, un calcolo in divenire, sempre fra sicurezza e rischi.
Inoltre, se negli scacchi ogni pedina opera come attività indipendente, le 361 pietre del Go sono tutte identiche per dimensioni e forza (cambia solo il colore per i due avversari). È più una forza collettiva interdipendente che l’unione di singole e specifiche potenzialità individuali. Se il focus primario degli scacchi sono i benefici immediati (usare bene le proprie pedine e sacrificare quelle nemiche), l’obiettivo del Go è strategico e più ampio nel tempo.

L’unico punto di similitudine fra scacchi e Go è dato dal concetto di “informazione perfetta”, ossia per entrambi i giocatori tutte le informazioni sullo stato del gioco, proprie e dell’avversario, sono completamente visibili e accessibili: nessuna carta nascosta e nessun elemento casuale come il tiro dei dadi, ad esempio.
Se la stessa logica di gioco viene trasposta nella politica internazionale, ecco delinearsi le regole della supply chain warfare. Per la Cina del Go, si tratta dell’azione (per lo più diplomatica e commerciale) volta al controllo finale del centro dell’impero, attraverso il potenziamento delle catene di approvvigionamento, partendo da angoli e bordi ed avanzando a spese dell’avversario di turno lungo le direttrici di gioco, ossia le supply chain del nostro caso.
Per il resto del mondo, invece, in particolare quello della sfera occidentale e americana, la logica dominante e le relative risposte all’approccio del Go, allo stato delle cose attuali, e anche per azione dell’amministrazione Trump 2.0, sono quelle dello scacchista, che calcola e ricalcola l’equilibro fra pedina e posizione. In pratica, la continua ricerca di un equilibrio ma sempre rimanendo in difensiva, al centro della scacchiera, e rilanciandosi nell’offesa, sino alla morte del re.
Con questa logica di gioco, lo scorso anno e all’interno di quello che già era l’ambiente del supply chain warfare, gli Stati Uniti hanno lanciato la Pax Silica4, un’iniziativa tra partner globali di fiducia progettata per costruire una catena di approvvigionamento del silicio indipendente dalla Cina, nella speranza di indebolirla e sferrare lo strike finale, ossia lo scacco matto. La priorità americana è infatti quella di costruire catene di approvvigionamento di minerali critici che siano resilienti, con tecnologie dell’informazione affidabili, software strategici e tutte le infrastrutture indispensabili per l’intelligenza artificiale e che presuppongano supply chain alternative a quella cinese. Lo scacco matto al re cinese equivarrebbe a togliergli definitivamente l’approvvigionamento e porre fine alla sua supremazia. È, in conclusione, la perfetta realizzazione della supply chain war.
Ma per dominare totalmente il centro del campo d’azione e sferrare definitivamente lo scacco matto, il governo degli Stati Uniti deve eliminare le scappatoie che ancor oggi deviano i dollari delle tasse americane verso le aziende cinesi. Il Dipartimento del Tesoro, inoltre, dovrebbe colmare il divario tra l’intento del Congresso e la realtà normativa. Le agenzie governative possono anche sostenere la formazione della forza lavoro e la costruzione di infrastrutture come spina dorsale di queste catene. Se un’entità sviluppa una tecnologia importante, il governo dovrebbe aiutare però a costruire una catena di approvvigionamento di supporto mondiale. Ma per fare questo, Washington deve confrontarsi con player alleati e indebolire quelli avversi, quali la Cina appunto, in una lotta senza quartiere per via della scarsità di risorse strategiche, a fronte di un’aumentata domanda mondiale.
Questo è, in definitiva, il panorama che si prospetta a Trump nella sua visita a Pechino il 13 e 14 maggio, ben oltre il nucleare iraniano. In fondo in fondo, ormai è chiaro, se l’Iran tiene Washington sveglio tutta la notte, la Cina, allo stato attuale del suo possesso di materie strategiche, dovrebbe tenerla sveglia almeno per una generazione intera, perché se gli scacchi dell’America di Trump 2.0 sono la battaglia medievale, come in un gioco infinito in uno spazio definito, quella del Go della Cina di XI Jinping è la guerra per la costruzione di un impero, ossia un gioco complesso, dalle possibilità infinite in un campo operativo dalle dimensioni illimitate.
Questo è lo stato delle cose, e sempre che l’amministrazione americana, per le intemperanze del suo leader e la strategia del caos che la caratterizza, non riduca il suo gioco ad una semplice dama nella scacchiera della supply chain warfare oggi attiva nelle acque del Golfo Persico.
1 https://www.mining.com/china-lifts-export-ban-on-gallium-germanium-and-antimony-to-us/
2 https://www.reuters.com/business/energy/us-military-developing-small-refineries-critical-minerals-2025-12-09/
3 https://www.state.gov/wp-content/uploads/2020/05/What-is-MCF-One-Pager.pdf
4 https://www.hudson.org/events/pax-silica-under-secretary-state-jacob-helberg-ai-race-economic-security
L’articolo Trump, la supply chain warfare e il Go proviene da Difesa Online.
Che la geopolitica mondiale sia da decenni dominata dal desiderio di controllare i flussi marittimi e, in particolare, quelli delle…
L’articolo Trump, la supply chain warfare e il Go proviene da Difesa Online.
Per approfondimenti consulta la fonte
Go to Source
