Tucidide? Chi è? Il pragmatismo del Tycoon e la sapienza del Mandarino
Il 14 maggio 2026, la Sala Grande del Popolo a Pechino ha fatto da cornice a un vertice bilaterale destinato a contrassegnare l’architettura delle relazioni internazionali contemporanee.
Il secondo viaggio ufficiale di Donald Trump in Cina – il primo dall’inizio della sua seconda presidenza – si è aperto in un clima solenne dopo un lungo stallo diplomatico, appesantito da forti tensioni tariffarie dovute all’imposizione dei dazi e da repentine scosse sui mercati energetici globali.
Fin dalle prime battute, tuttavia, l’incontro ha superato i confini della normale dialettica diplomatica per trasformarsi in uno scontro di visioni sulla tenuta del sistema internazionale.
Nel suo discorso di apertura, trasmesso in diretta dalla televisione di Stato CCTV, il presidente cinese Xi Jinping ha proiettato il vertice ben oltre le questioni economiche del momento, costringendo l’inquilino della Casa Bianca a misurarsi con la filosofia della storia:
“Una trasformazione epocale, mai vista in un secolo, sta accelerando in tutto il globo e la situazione internazionale si presenta fluida e turbolenta. Di fronte a questo scenario, la Cina e gli Stati Uniti sapranno superare la Trappola di Tucidide e creare un nuovo paradigma di relazioni tra grandi potenze? Saremo in grado di affrontare insieme le sfide globali e garantire una maggiore stabilità al mondo? Riusciremo a costruire un futuro luminoso per le nostre relazioni bilaterali, nell’interesse del benessere dei nostri popoli e del futuro dell’umanità? Questi sono gli interrogativi vitali per la storia, per il mondo e per i popoli. Sono le domande del nostro tempo a cui i leader dei grandi Paesi devono rispondere insieme”[1].
Con questa affermazione, la leadership cinese ha posto al centro del tavolo negoziale un quesito storico urgente.
Richiamando l’espressione resa celebre dal politologo di Harvard Graham Allison, Xi ha evocato lo spettro della Grecia del V secolo avanti Cristo, quando – secondo le pagine della Guerra del Peloponneso – l’ascesa di Atene e il timore che questa ispirava a Sparta resero il conflitto egemonico inevitabile.
L’evoluzione del pensiero di Xi Jinping su questo specifico paradigma ci permette di capire a fondo come Pechino abbia modificato la propria visione del mondo e la sua postura geopolitica nell’arco di un decennio.
Il confronto tra il debutto diplomatico di Xi negli Stati Uniti, culminato nello storico discorso di Seattle del 22 settembre 2015 e le parole pronunciate a Pechino nel maggio 2026 evidenzia una metamorfosi radicale.
A Seattle, parlando davanti a una vasta platea di amministratori locali e capitani d’industria, la postura di Xi era marcatamente propositiva, fiduciosa e improntata ai vantaggi dell’interdipendenza economica globale.
In quella fase, il leader cinese si muoveva dal gradino inferiore della potenza ascendente che cercava di accreditarsi e tranquillizzare i mercati occidentali, formulando una negazione netta del fatalismo storico:
“Al mondo non esiste alcuna trappola di Tucidide. Ma se i grandi paesi commetteranno ripetutamente l’errore di compiere calcoli strategici errati, rischiano di creare tali trappole per se stessi”[2].
L’evocazione del classico greco serviva allora a sgonfiare i timori del Pentagono e dell’amministrazione Obama, esortando Washington ad abbandonare la mentalità da Guerra Fredda a favore di una cooperazione fondata sul mutuo vantaggio, la cosiddetta formula win-win.
Il leader cinese enfatizzava le differenze tra il mondo contemporaneo e l’antica Grecia, proponendo una “Nuova Relazione tra Grandi Potenze” che sfuggisse al fatalismo storico del realismo occidentale.
La Cina di allora assicurava che la propria ascesa fosse intrinsecamente pacifica e che non vi fosse alcun interesse a sfidare la leadership globale americana.
Nel maggio 2026, l’atmosfera e la postura cambiano radicalmente.
Forte dello status di superpotenza consolidata, Xi Jinping non nega più l’esistenza della trappola con l’ottimismo di un tempo, ma ne formalizza la natura strutturale, ponendola direttamente sul tavolo negoziale sotto forma di un interrogativo che suona come una sfida.
Non si tratta più di rassicurare l’Occidente, bensì di costringere gli Stati Uniti a discutere le regole di coesistenza all’interno di un duopolio paritario.
Xi Jinping non liquida più la trappola come un’invenzione teorica, ma la tratta come una minaccia immanente che richiede una gestione attiva, pragmatica e consapevole da parte di entrambi i leader.
Al collante astratto della globalizzazione commerciale si sostituisce la discussione sui nodi della sicurezza e sui confini, con un ancoraggio operativo rigidissimo al dossier di Taiwan.
Elevando la questione di Taiwan dal mero ambito del diritto interno o regionale a un problema di sicurezza internazionale strutturale, Xi ha compiuto un’operazione di deterrenza sofisticata: ha ammonito Trump che Taiwan rappresenta “la linea rossa” più importante e che la sua corretta gestione garantirà una relazione costruttiva di stabilità strategica per i prossimi tre anni, mentre un errore di calcolo spingerebbe i due paesi verso un’escalation catastrofica.
Il messaggio alla Casa Bianca è nitido: una crisi nello Stretto non rimarrà un fatto locale, ma innescherà automaticamente la crisi del sistema globale.
Di fronte a un Xi Jinping che, nel suo discorso di benvenuto, richiamava esplicitamente la lezione della storia classica, l’espressione di Donald Trump ha tradito un visibile disorientamento.
Quell’incertezza, catturata impietosamente dalle riprese televisive, ha immediatamente alimentato un retroscena filtrato da fonti vicine alla delegazione americana.
Secondo questa back story, il presidente statunitense si sarebbe voltato brevemente verso i propri consiglieri per rivolgere una domanda spiazzante nella sua disarmante immediatezza: chi fossero, nello specifico, Tucidide e Graham Allison.
Al di là dell’aneddotica e della reale fondatezza del sussurro diplomatico, è la sostanza della risposta di Trump a rivelare lo scarto profondo tra i due leader.
Laddove Pechino metteva in atto una sofisticata operazione di deterrenza diplomatica – proiettando il confronto bilaterale su un piano storico e filosofico speculare alla “trappola” teorizzata dal politologo di Harvard – il capo della Casa Bianca ha scelto di spostare il discorso sul terreno delle relazioni puramente transazionali e personali.Trump ha così replicato:
“Il Presidente Xi e io abbiamo il rapporto più duraturo e solido che i presidenti dei due Paesi abbiano mai avuto. […] Il Presidente Xi è un grande leader e la Cina è un grande Paese. […] Il nostro incontro di oggi è il vertice più importante che il mondo intero sta guardando. Lavorerò insieme al Presidente Xi per intensificare il dialogo e la cooperazione, gestire adeguatamente le divergenze, rendere le relazioni bilaterali migliori che mai […] Gli Stati Uniti e la Cina sono i Paesi più importanti e potenti al mondo. Insieme possiamo fare molte cose grandi e positive per le due nazioni e per il mondo. […] Ho portato con me i migliori rappresentanti delle aziende americane. […] Li incoraggio fortemente a espandere la loro cooperazione con Pechino”[3].
Il contrasto non avrebbe potuto essere più plastico. Rifiutando di rispondere sullo stesso livello concettuale del presidente cinese, Trump ha svelato una profonda asimmetria sistemica.
Se da un lato l’episodio conferma la nota insofferenza del tycoon per l’analisi storica e la dottrina geopolitica – configurando un paradosso macroscopico, dato che le tesi di Allison sul realismo strutturale non sono affatto distanti dal nucleo ideologico della destra MAGA – dall’altro l’esito di questo cortocircuito culturale si è rivelato più ambiguo del previsto.
Ignorando volutamente o meno la sofisticata dialettica di Xi, Trump ha operato un’efficace smitizzazione sul piano tattico.
L’apparente lacuna culturale si è tradotta in una postura di rottura. Rifiutando di muoversi sul terreno dell’eredità storica, il presidente americano ha smontato l’impalcatura filosofica della controparte, spostando il baricentro del vertice verso il registro che gli era più congeniale.
I risultati negoziali della giornata lo confermano senza margini di ambiguità: dopo l’apertura ad alto tasso simbolico voluta da Xi, i lavori sono progressivamente scivolati sui dossier immediati.
Washington ha strappato a Pechino impegni stringenti sul riequilibrio della bilancia commerciale, sull’acquisto di forniture energetiche statunitensi e su una tregua tariffaria calibrata sulle scadenze politiche interne americane.
Sul versante della sicurezza, Trump ha accettato di riconoscere formalmente le linee rosse cinesi sullo Stretto di Taiwan, blindando un accordo di non-escalation proiettato sui successivi tre anni – un risultato che Xi aveva perseguito fin dal discorso di apertura.
Xi Jinping, pur mantenendo il registro dell’analisi storica, si è dunque misurato concretamente con i numeri del deficit commerciale e con le scadenze negoziali imposte dalla logica transazionale americana: la prova più eloquente che la rottura del codice diplomatico cinese operata da Trump aveva centrato il suo bersaglio tattico.
In ultima analisi, l’avvio del summit di Pechino rimane l’emblema del bipolarismo contemporaneo.
Da una parte si staglia la Cina di Xi Jinping, che pianifica sul lungo termine, ragiona in termini di responsabilità storica e utilizza i codici teorici occidentali per fissare linee rosse invalicabili; dall’altra si impone l’approccio fortemente transazionale e di breve termine dell’amministrazione Trump.
Questa profonda divaricazione metodologica, tuttavia, non è contingente, ma affonda le radici nelle rispettive culture politiche.
Ed è proprio questa frattura a sollecitare una riflessione più profonda su come, nella cultura politica di queste due nazioni, sia stato recepito, rielaborato, e infine metabolizzato il pensiero di Tucidide.
La ricezione di Tucidide nella politologia e nella teoria delle relazioni internazionali statunitensi
L’attuale popolarità dei riferimenti tucididei nella retorica politico-mediatica e nell’accademia statunitense costituisce un fenomeno culturale e dottrinale unico, privo di reali riscontri nel panorama europeo.
La Guerra del Peloponneso è divenuta nel corso dei decenni il “testo sacro” e l’archetipo teorico fondamentale delle Relazioni Internazionali negli Stati Uniti, subendo una profonda evoluzione interpretativa, dall’utilizzo delle analogie storiche durante la Guerra Fredda fino alla formalizzazione del neorealismo strutturale e alle moderne teorie sulla competizione egemonica globale.
La tradizione realista americana delle origini non poggiava sul testo tucidideo.
Nel libro fondamentale di Hans Morgenthau, Politics Among Nations [4] – autentica Bibbia del realismo statunitense – non vi erano inizialmente accenni alla Guerra del Peloponneso, ed essa era del tutto ignota a George Kennan quando pubblicò American Diplomacy nel 1951[5].
La prima reale introduzione di Tucidide all’interno degli apparati decisionali avvenne nell’agosto 1952 ad opera di Louis Joseph Halle. Appena entrato a far parte del Policy Planning Staff del Dipartimento di Stato, Halle lesse un riassunto dell’opera durante un corso al National War College e lo reclamizzò sul Foreign Service Journal, guadagnandosi i complimenti di Walter Lippmann e l’incarico di rivedere il documento del National Security Council (NSC-79) del 1950 sugli obiettivi politici in caso di conflitto globale.
Nelle riflessioni di Halle, Tucidide offriva un perfetto parallelismo storico incentrato sulla sfida del mondo comunista-spartano al mondo libero ateniese[6].
Da quel momento, l’appropriazione del pensiero greco penetrò stabilmente nella saggistica politologica statunitense. Già nella seconda edizione (1954) del suo trattato, Morgenthau aveva inserito un estratto del discorso dei Corinzi alla seconda assemblea di Sparta.
Pochi anni dopo, nel 1959, Kenneth Waltz ampliò questo filone classico in Man, the State, and War [7], introducendo nel dibattito contemporaneo il celeberrimo Dialogo dei Meli – riassunto nella massima “i forti fanno ciò che possono e i deboli cedono”. Il passo fu poi integrato stabilmente dallo stesso Morgenthau nella quarta edizione della sua opera fondamentale, nel 1967.
Ma l’effettivo radicamento della figura di Tucidide all’interno della politologia realista si compì nel corso del conflitto in Vietnam, lungo una doppia direttrice analitica: la formulazione di costanti teoriche universali (universal truths) e l’applicazione di parallelismi storici alla contemporaneità (historical parallels).
Parallelamente, Henry Kissinger adottava ampi estratti della Guerra del Peloponneso nel suo celebre corso “Government 180” ad Harvard.
Nelle memorie dell’ammiraglio Elmo Zumwalt viene riportato che Kissinger considerasse gli Stati Uniti, al pari di Atene, come una potenza che aveva ormai superato il proprio apice storico (passed its historic point), rendendo necessario negoziare il miglior accordo possibile con i sovietici, visti come i nuovi spartani [8].
Sebbene tale parallelo sia stato oggetto di severe critiche, esso testimonia la pervasività di quel lessico nel dibattito pubblico.
Sul fronte storiografico, Donald Kagan pubblicò nel 1969 The Outbreak of the Peloponnesian War, la prima storia completa in inglese dopo quarant’anni, sebbene ancora avara di paragoni attualizzanti [9].
Fu invece Leo Strauss a rappresentare il massimo referente filosofico della ‘tucididologia’ neocon.
Nel saggio The City and Man del 1964 Strauss operò una fondamentale revisione concettuale criticando l’assioma dell’”inevitabilità” della guerra. Egli dimostrò che tale interpretazione poggiava su un equivoco nato dalla cattiva traduzione del termine greco ἀναγκάσαι nelle versioni inglesi più diffuse, proponendo invece i termini “costretti” o “spinti” (forced or compelled) scardinando così il determinismo rigido e reimpostando la responsabilità dei leader [10].
Il realismo strutturale e la svolta militare
A radicare definitivamente Tucidide come archetipo fu la svolta sistemica della fine degli anni Settanta.
Con il monumentale Theory of International Politics, Kenneth Waltz, padre del neorealismo strutturale, riformò la tradizione realista rileggendo l’anarchia delle relazioni internazionali in chiave strutturale e valorizzando in Tucidide il determinismo delle strutture di potere rispetto alla componente psicologica [11].
Poco dopo, nel 1981, Robert Gilpin sviluppò il concetto cardine di “guerra egemonica” (hegemonic war), pilastro della balance of power theory, secondo cui l’instabilità massima del sistema si genera quando la potenza custode dello status quo viene sfidata dalla crescita di uno stato emergente revisionista [12].
Questa intuizione fu ampiamente ripresa da Robert Keohane [13] e Richard Ned Lebow [14], fino a giungere a John Mearsheimer che, nel 2001, utilizzò la logica tucididea contro la teoria liberale della “pace democratica”, ricordando il carattere efferato dell’imperialismo dell’Atene democratica [15].
L’incorporazione delle analogie tucididee divenne rapidamente dottrina operativa anche a Langley e al Pentagono. Se fin dal 1971 il paradigma spartano veniva utilizzato dagli analisti della CIA per mappare il militarismo sovietico, il culmine istituzionale si registrò nella Marina statunitense.
Nel 1973, il vice ammiraglio Stansfield Turner inaugurò la sua riforma del Naval War College di Newport. Sebbene la saggistica tenda ad attribuire a Louis Halle la paternità di questa svolta, i documenti ufficiali rivelano che a consigliare la reintroduzione di Tucidide fu lo storico marittimo William Richard Emerson. Turner si convinse che la Guerra del Peloponneso fosse il miglior modello per insegnare i problemi strategici contemporanei attraverso i casi di studio storici [16].
Per i militari, il parallelo con il Vietnam era evidente. L’impegno di Atene in una guerra marittima logorante, costosa e fortemente contestata in patria rifletteva fedelmente la situazione statunitense nelle paludi del Sud-Est asiatico[17].
Graham Allison e la formalizzazione della “Trappola”
Questo lungo percorso di assimilazione dottrinale ha trovato la sua massima e più celebre formalizzazione nel XXI secolo grazie a Graham Allison.
Se Kenneth Waltz e Robert Gilpin avevano codificato il neorealismo strutturale negli anni Settanta e Ottanta, il politologo della Harvard Kennedy School ha avuto il merito di proiettare questa eredità teorica nel cuore del dibattito geopolitico globale con il suo saggio del 2017, Destined for War: Can America and China Escape Thucydides’ Trap? [18].
Allison ha coniato l’espressione “Trappola di Tucidide” (Thucydides’ Trap) muovendo direttamente dal nucleo del pensiero tucidideo: l’idea che a rendere inevitabile la guerra del Peloponneso fosse stata la combinazione tra l’ascesa di Atene e il timore che questa incuteva a Sparta[19].
È proprio attraverso questa felice intuizione che Allison ha dato luogo a una vera e propria rinascita del pensiero tucidideo in ambito politologico contemporaneo, offrendo una grammatica comune a decisori politici e analisti di entrambe le sponde del Pacifico.
Nella declinazione moderna di Harvard, il modello descrive una rigidità strutturale oggettiva che si attiva quando una potenza emergente (rising power) minaccia di spodestare una potenza egemone consolidata (ruling power).
Secondo Allison, non sono necessariamente i singoli atti geopolitici o le intenzioni bellicose dei leader a provocare lo scontro, bensì il funzionamento sistemico del “dilemma della sicurezza”.
Ciò accade quando la potenza sfidante (Pechino) sviluppa una crescente fiducia nei propri mezzi e interpreta le mosse altrui come tentativi di contenimento, mentre la potenza custode dello status quo (Washington) risponde con una sindrome di vulnerabilità, leggendo ogni progresso della rivale come una minaccia diretta alla propria egemonia.
Per dimostrare la cogenza di questa dinamica, il gruppo di ricerca del Thucydides’ Trap Project guidato da Allison ha vagliato empiricamente sedici casi storici di transizione egemonica negli ultimi cento anni [20].
I dati emersi hanno offerto una conferma empirica alle tesi del realismo strutturale. In ben dodici casi la rivalità interstatale si è conclusa con un conflitto catastrofico – come nel caso dell’attrito tra l’Impero Britannico e la Germania Guglielmina sfociato nella prima guerra mondiale – mentre solo in quattro circostanze la guerra è stata evitata.
Tra queste ultime, l’esempio più strutturato resta la Guerra Fredda tra Stati Uniti e Unione Sovietica, congelata unicamente grazie alla mutua deterrenza nucleare e a rigorosi canali di gestione delle crisi.
Applicato alla contemporaneità, il modello di Allison evidenzia che la Cina non è più un attore regionale, ma una potenza globale la cui ascesa tecnologica, economica e militare sfida direttamente i pilastri dell’ordine americano: dal sea power nel Pacifico al controllo delle catene di approvvigionamento, fino al primato del dollaro.
L’allarme di Harvard è acuito dal fatto che Pechino ha ormai archiviato la prudente dottrina di Deng Xiaoping “nascondi la tua forza, attendi il momento opportuno” (hide your strength, bide your time).
In un simile contesto, il rischio maggiore non è un attacco deliberato, ma che un innesco casuale – come un incidente navale nel Mar Cinese Meridionale, un collasso finanziario o una crisi nello Stretto di Taiwan – possa trascinare i due giganti in una spirale di escalation incontrollabile.
Nonostante il successo mediatico, l’impianto teorico di Allison ha sollevato ferme obiezioni da parte di storici e teorici delle relazioni internazionali, che ne hanno evidenziato tre vistose aporie.
La prima riguarda il rifiuto del determinismo storico. La saggistica critica ha respinto la pretesa di conferire un valore rigidamente meccanico all’esperienza storiografica, contestando i riduzionismi strutturali di Harvard – primo tra tutti il limitare la complessa genesi del primo conflitto mondiale al solo asse anglo-tedesco.
In secondo luogo, la scuola liberale ha sottolineato la totale assenza nel mondo antico di potenti fattori di stabilizzazione contemporanei, quali la forza dell’integrazione economica globale e il ruolo frenante delle istituzioni sovranazionali.
Infine, sul piano dell’autocoscienza nazionale americana, questo parallelo antico-moderno crea un paradosso ideologico inaccettabile per Washington. Identificare gli Stati Uniti con la conservatrice e autoritaria Sparta e la Cina con la democratica Atene, non solo smentisce il mito della superiorità democratica americana, ma costringe la Casa Bianca a specchiarsi nel ruolo di una potenza declinante e arroccata, disposta a tutto pur di difendere lo status quo [21].
In conclusione, sebbene la realtà storica rifugga per sua natura dalle astrattezze dei modelli politologici, i pericoli strutturali evidenziati dalla scuola neorealista nell’interazione tra Washington e Pechino rimangono innegabili.
Tuttavia, la lezione finale di Tucidide – recuperata sia attraverso la critica filologica straussiana dell’inevitabilità, sia attraverso il superamento delle rigidità di Harvard – ricorda che la scelta suprema tra la pace e la guerra, per quanto condizionata dalle pressioni sistemiche, continuerà a dipendere interamente dalla saggezza e dalla responsabilità degli uomini politici.
La sinizzazione di Tucidide: la risposta di Pechino alle teorie occidentali
Se il dibattito statunitense soffre del paradosso di dover identificare la Repubblica Popolare con l’inedito ruolo di un’Atene democratica e dinamica, la risposta teorica e strategica di Pechino alla “Trappola di Allison” compie un’operazione speculare.
Sganciandosi dalle categorie occidentalocentriche del realismo strutturale, l’accademia e la diplomazia cinese hanno dato vita a una vera e propria ‘sinizzazione’ del pensiero tucidideo.
A Washington lo storico ateniese viene interrogato come un oracolo o come un manuale operativo per la gestione dell’impero marittimo.
A Pechino, al contrario, la ricezione del testo è mediata da una tradizione filosofica millenaria e dalla necessità politica di decostruire quello che viene percepito come un pregiudizio egemonico occidentale.
Lo studio sistematico della Guerra del Peloponneso all’interno delle Relazioni Internazionali in Cina è un fenomeno recente, esploso in concomitanza con l’ascesa globale del paese e come reazione simmetrica alle tesi sostenute dal realismo di matrice statunitense.
Questo processo di assimilazione e confutazione si articola su precise direttrici filologiche, epistemologiche, politologiche e militari.
L’impalcatura filologica della ricezione cinese poggia innanzitutto sul tentativo di accostare la storiografia greca ai classici del “Periodo degli Stati Combattenti” (453-221 a.C.).
In questa prospettiva storica, il lavoro di Xu Songrock, professore di Storia Antica presso l’Università di Shanghai e autore di una fondamentale traduzione commentata dell’opera tucididea, contesta radicalmente la lettura statica del realismo americano.
Secondo Xu, Tucidide non esclude affatto la dimensione morale, la giustizia e gli errori di calcolo dei leader: la rovina di Atene è semmai il prodotto dell’esasperazione della hybris imperiale.
Lo studioso traccia così un parallelismo ideale tra la caduta della democrazia attica e il concetto confuciano della perdita del “Mandato del Cielo”(Tianming), causata dall’arroganza e dalla cecità etica del potere [22].
Sindrome di Sparta e pensiero militare: il rovesciamento del paradigma
A questa impostazione filologica si affianca la dura critica geopolitica di Wang Jisi, presidente dell’Istituto di Studi Internazionali e Strategici della Peking University. Wang liquida la “Trappola di Allison” come un costrutto retorico eurocentrico e una pericolosa “profezia che si auto avvera” (self-fulfilling prophecy), alimentata da una “sindrome di Sparta” che spinge gli Stati Uniti a proiettare la storia coloniale occidentale sulla Cina di oggi.
Al messianismo espansionista americano, Wang contrappone il principio dell’armonia (Hexie), un imperativo strategico proattivo volto a gestire la transizione multipolare per evitare che la competizione precipiti in un conflitto.
Per lo studioso, il cuore del rischio risiede in una profonda divergenza metodologica.
Da un lato il pragmatismo statunitense, focalizzato sui singoli problemi concreti; dall’altro, la diplomazia cinese, che esige la definizione preliminare di macro-cornici di principio – secondo il classico precetto “cercare un terreno comune mettendo da parte le differenze” – per orientare la successiva composizione delle divergenze di ordine materiale.
Il vero pericolo non è il mero bilanciamento militare, ma il “divario di comprensione” (understanding gap) tra i due differenti orientamenti mentali.
Per evitare il decoupling o l’incidente cinetico, Pechino, sostiene Wang, dovrà necessariamente sviluppare un’empatia strategica ancorata a tre linee di fondo: canali diplomatici permanenti, l’interdipendenza economica come ammortizzatore strutturale e la tutela degli scambi interpersonali attraverso la cultural diplomacy.
La stabilità globale si gioca in definitiva sulla tenuta di questo dialogo, non sulla corsa agli armamenti [23].
Questa netta frattura si fa ancora più marcata sul terreno della pianificazione militare, dove il confronto si sposta direttamente tra Tucidide e Sun Tzu.
Figure di spicco come il generale Yao Yunzhu evidenziano come la dottrina strategica cinese operi un radicale rovesciamento del paradigma classico occidentale [24].
Se lo storico greco descrive la guerra come il risultato inevitabile di passioni e calcoli legati alla forza bruta, L’Arte della Guerra focalizza la strategia sul disinnesco del conflitto prima della sua manifestazione fisica, consacrando la sottomissione del nemico senza combattere:
“Ottenere cento vittorie non è prova di suprema eccellenza; il massimo dell’abilità consiste nel piegare il nemico senza combattere” [25]
Per gli analisti dell’Esercito Popolare di Liberazione (PLA), Tucidide non costituisce dunque una guida per pianificare l’egemonia marittima, bensì un catalogo di errori tragici da evitare attraverso la prudenza strategica.
La Scuola di Tsinghua e la dottrina del Realismo Morale
Sul piano strettamente politologico, l’operazione ricostruttiva più ambiziosa porta però la firma di Yan Xuetong, direttore dell’Istituto di Relazioni Internazionali dell’Università Tsinghua.
Pur accettando le premesse della scuola realista di stampo occidentale, Yan ne rifiuta il pessimismo fatalista applicato alla contemporaneità.
Attraverso l’approccio della “Scuola di Tsinghua” da lui fondata [26], lo studioso individua nella filosofia cinese classica i fondamenti per una nuova teoria delle relazioni internazionali, traducendo concetti tradizionali come Tianxia (Tutto sotto il cielo) e il Chaogong (l’antico sistema tributario) in categorie politiche moderne, capaci di arricchire i modelli occidentali.
In particolare, recuperando il pensiero dell’antico filosofo confuciano Xunzi (310-215 a.C.), Yan formula la dottrina del “realismo morale” e introduce la categoria di “Autorità Morale” (Xian Wang).
Per lo studioso, le cause dei conflitti – dalla competizione per le risorse alla rivalità di rango – rimangono costanti storiche, ma l’esito finale non è affatto già scritto: esso dipende interamente dalla condotta e dalla responsabilità dei leader.
Di conseguenza, l’attuale transizione geopolitica tra Stati Uniti e Cina non replicherà necessariamente la traiettoria della trappola tucididea.
La stabilità del sistema odierno non è una semplice questione di bilanciamento militare, ma dipende dalla qualità della leadership e dalla sua legittimità, interna e internazionale.
Laddove la dottrina statunitense valuta l’egemonia (badao) in termini di stabilità e sicurezza militare, il realismo morale di Yan Xuetong scommette sulla capacità di esercitare un’”Autorità Umana” (wangdao) ancorata alla credibilità strategica.
Quella della Scuola di Tsinghua non è però un’utopia pacifista: Yan Xuetong non dimentica la centralità del potere materiale (hard power).
I grandi leader della storia hanno trionfato solo quando la superiorità morale si è tradotta in supremazia economica e militare.
La vera lezione che Pechino trae da Xunzi per disinnescare lo spettro di Tucidide è che la forza bruta, priva di una legittimità condivisa, genera un’arroganza (hybris) geopolitica che conduce inevitabilmente al disordine e al declino sistemico [27].
Questa impostazione viene tuttavia contestata da diversi studiosi occidentali di Relazioni Internazionali, i quali rifiutano l’idea che il realismo morale sia una teoria scientifica neutrale.
Al contrario, essa viene considerata come un manifesto ideologico studiato per sostituire l’egemonia occidentale con una “egemonia con caratteristiche cinesi”, più sofisticata e meno coercitiva nell’aspetto, ma pur sempre centrata sul potere della Cina. Si tratta di giustificare l’ascesa cinese e celare una nuova forma di imperialismo [28].
Questo sforzo di decostruzione accademica trova la sua applicazione pratica nella strategia diplomatica di Pechino, e la prassi dei recenti summit bilaterali nella capitale ne rappresenta la conferma più limpida.
In queste sedi, Xi Jinping ha evocato la tesi di Allison con un obiettivo preciso: disinnescare l’allarme geopolitico occidentale, contrapponendo a quel costrutto conflittuale la formula dottrinaria della “Comunità dal Futuro Condiviso” per offrire una solida sponda teorica alla nuova postura proattiva dello Stato cinese [29].
Nelle intenzioni di Pechino, la globalizzazione economica, l’interdipendenza e l’era nucleare hanno reso obsoleto il sistema anarchico teorizzato dai realisti statunitensi.
La risposta strategica cinese consiste nel tentare di superare la rigidità della logica a somma zero con il principio del mutuo beneficio (win-win). In definitiva, mentre il realismo americano utilizza Tucidide per razionalizzare l’inevitabilità della contesa e proteggere lo status quo, la politologia cinese converte lo storico ateniese in uno specchio critico, volto a denunciare l’ansia egemonica e l’attitudine offensiva degli Stati Uniti.
Il bilancio del summit: cosa hanno ottenuto Washington e Pechino
Quando le categorie concettuali delle relazioni internazionali trovano nella prassi diplomatica la loro verifica empirica, le divergenze dottrinali e i modelli analizzati finora cessano di essere confinati nei perimetri dell’accademia per diventare la grammatica invisibile che orienta le mosse reali delle due superpotenze.
Se il divario di comprensione tra l’approccio di Washington e quello di Pechino alimenta costantemente il rischio di una profezia che si autoavvera, il negoziato interviene proprio per disinnescarne gli esiti fatali.
In questo senso, il vertice alla Sala Grande del Popolo del maggio 2026 ha offerto una dimostrazione plastica di come questa cooperazione forzata si traduca in azione immediata, svelando quali dividendi strategici i due leader abbiano concretamente capitalizzato al tavolo negoziale.
Sul piano della stabilità internazionale a breve termine, il summit ha prodotto un temporaneo ma efficace congelamento delle ostilità strategiche.
Il presidente cinese Xi Jinping ha ottenuto il risultato geopolitico per lui più rilevante: il riconoscimento formale, da parte della Casa Bianca, delle “linee rosse” cinesi sullo Stretto di Taiwan.
Blindando un accordo di non-escalation e stabilità strategica proiettato sui successivi tre anni, Pechino neutralizza l’imprevedibilità tattica americana, garantendosi la cornice di sicurezza necessaria a consolidare la propria transizione tecnologica e interna.
Dal canto suo, Donald Trump ha capitalizzato l’incontro sul terreno a lui più congeniale: quello della transazione commerciale immediata.
Sfruttando la propria dichiarata estraneità ai modelli teorici delle relazioni internazionali e agendo con pura efficacia transazionale, il leader statunitense torna a Washington potendo esibire impegni stringenti sul riequilibrio del deficit, garanzie commerciali a lungo termine e un pacchetto di commesse economiche immediatamente spendibile di fronte al proprio elettorato interno.
Il cortocircuito culturale della prima giornata si ricompone così in una sintesi pragmatica: Pechino ha protetto il proprio orizzonte storico e strategico; Washington ha incassato il dividendo economico immediato.
L’equilibrio instabile di un bipolarismo imperfetto
In ultima analisi, ci troviamo ancora all’interno di un “bipolarismo imperfetto”, in cui l’ordine globale non rappresenta una mera replica speculare della Guerra Fredda.
Rispetto allo scontro ideologico e geopolitico globale che oppose Stati Uniti e Unione Sovietica, l’interazione tra Washington e Pechino si sviluppa oggi in un contesto inedito, caratterizzato da una profonda interdipendenza economica e dalla centralità delle istituzioni multilaterali.
Queste variabili introducono nel sistema spinte strutturali contrastanti. Se da un lato la rigidità delle dinamiche egemoniche spinge i due contendenti verso la rottura, dall’altro la razionalità economica e la mutua deterrenza impongono una cooperazione forzata.
Il successo e la tenuta di questo assetto dipenderanno dalla capacità delle due superpotenze di gestire le pressioni sistemiche senza compiere errori di calcolo strategico.
Ciò che si decide oggi tra la Casa Bianca e Zhongnanhai è se il sistema internazionale del XXI secolo sarà governato dalla logica della trappola – ovvero dalla paura, dal calcolo e dall’inevitabilità – oppure dalla saggezza politica che Tucidide stesso, al di là di ogni determinismo, non smise mai di invocare.
Note
[1] Ministry of Foreign Affairs of the People’s Republic of China, “President Xi Jinping Holds Talks with U.S. President Donald J. Trump,” Official News, May 14, 2026, 15:00.
[2] Full text of Xi Jinping’s speech on China-US relations in Seattle. Chinese President Xi Jinping on Tuesday night delivered a speech on China-US relations here at a welcoming dinner hosted by local governments and friendly organizations in the United States. Xinhua, 2015-09-24, 09:30:50; Han Dongping, “Xi’s US visit is a trip for peace and cooperation,” China Daily, 23 settembre 2015.URL: http://www.chinadaily.com.cn
[3] Ministry of Foreign Affairs of the People’s Republic of China, “President Xi Jinping Holds Talks with U.S. President Donald J. Trump”, cit.
[4] H. J. Morgenthau, Politics Among Nations: The Struggle for Power and Peace, Alfred A. Knopf, 1948[trad. it Politica tra le nazioni. La lotta per il potere e la pace, con introduzione di L.Bonanate, Il Mulino, 1997].
[5] G. F. Kennan, American Diplomacy, University of Chicago Press, 1951[trad. it Diplomazia americana: 1900-1950 Garzanti,1952].
[6] L. J. Halle, The Cold War as History, Chatto & Windus, London 1967. Per la genesi dell’introduzione di Tucidide negli apparati del Dipartimento di Stato e la revisione del documento NSC-79, si veda la rassegna di V. Ilari citata alla nota [14].
[7] Kenneth N. Waltz, Man, the State, and War: A Theoretical Analysis, Columbia University Press, 1954 [trad. it. L’uomo, lo Stato e la guerra: un’analisi teorica, con introduzione di M. Cesa, Giuffrè, 1998].
[8] E. R. Zumwalt Jr., On Watch: A Memoir, Quadrangle, 1976.
[9] D. Kagan, The Outbreak of the Peloponnesian War, Cornell University Press, 1969. [trad. it Le origini della guerra del Peloponneso, Mondadori, 2019].
[10] L. Strauss, The City and Man, Rand McNally, 1964 [trad. La città e l’uomo, Marietti. 199
[11] K. N. Waltz, Theory of International Politics, Addison-Wesley, Reading (MA) 1979 1979 [trad. it. Teoria della politica internazionale, con introduzione di L. Bonanate, il Mulino, 1987].
[12] R. Gilpin, War and Change in World Politics, Cambridge University Press, Cambridge 1981, in particolare il Cap. V, pp. 186-210 [trad. it.Guerra e mutamento nella politica internazionale, con introduzione di Angelo Panebianco, Il Mulino, 1989].
[13] R. O. Keohane, After Hegemony: Cooperation and Discord in the World Political Economy, Princeton University Press, Princeton 1984 (rist. 2005); Id. (a cura di), Neorealism and Its Critics, Columbia University Press, 1986; R. O. Keohane e J. S. Nye, Power and Interdependence, 3ª ed., Longmam, 2001.
[14] Richard Ned Lebow, A Cultural Theory of International Relations, Cambridge University Press,2008.
[15] John J. Mearsheimer. The Tragedy of Great Power Politics, W.W. Norton, 2001 [trad. it. La tragedia delle grandi potenze, con introduzione di A. Orsini, Luiss University Press, 2019].
[16] Sui programmi didattici del Naval War College e il ruolo di Turner ed Emerson nel recupero strategico di Tucidide durante la crisi del Vietnam, si veda ancora V. Ilari, op. cit., pp. 18-22.
[17] La ricostruzione della ricezione dell’opera dello storico ateniese nel dibattito accademico delle IR e del pensiero strategico statunitense qui presentata assume come principale riferimento storiografico la fondamentale rassegna critica di V. Ilari, «Le trappole di Tucidide: la guerra del Peloponneso nella retorica politica americana», Rivista di studi militari, n. 7, 2018, pp. 7–26.
[18] G. Allison, Destined for War: Can America and China Escape Thucydides’s Trap?, Houghton Mifflin Harcourt, 2017 (ed. it.: Destinati alla guerra. Possono l’America e la Cina sfuggire alla trappola di Tucidide?, Fazi Editore, 2018). Per le anticipazioni del tema, si veda anche: Id., “Thucydides’s Trap Has Been Sprung in the Pacific”, Financial Times, 21 agosto 2012; Id., “The Thucydides Trap: Are the U.S. and China Headed for War?”, The Atlantic, 24 settembre 2015.
[19] Tucidide, La Guerra del Peloponneso, I, 23, 6.
[20] I dati completi della ricerca e le schede relative ai sedici modelli storici di transizione egemonica sono consultabili nel database ufficiale del Thucydides’s Trap Project presso il Belfer Center for Science and International Affairs di Harvard.
[21] Per un inquadramento critico generale del dibattito, si veda E. Gin, «The Thucydides Trap», in Future Wars. Quaderno SISM 2016, a cura di V. Ilari, Roma, Acies Edizioni, 2016, pp. 681-686]. Per un approfondimento, si vedano, in proposito, i contributi di orientamento liberale volti a confutare il determinismo della transizione di potenza: M. Buffett, Response to Graham Allison on US-China Relations and Nuclear Deterrence, Harvard Kennedy School, Belfer Center for Science and International Affairs, Transcripts, 2015; A. Chance, Is Thucydides Helpful in Explaining Sino-US Relations?, ICAS Briefing Analysis, Institute for China-America Studies, Washington (DC), novembre 2016; K. W. Eikenberry, Toward an Effective US-China Policy: Beyond the Thucydides Trap, Shorenstein Asia-Pacific Research Center (APARC) Briefing, Stanford University, Stanford (CA), giugno 2015.
[22] Thucidides, History of the Peloponnesian War. Traslated into Chinese from Greek by Xu Songyan Xu [Xu Songrock], Commercial Press, 2017. Si tratta di una traduzione commentata e di un saggio critico in cui studioso analizza l’evoluzione della hybris ateniese in rapporto ai processi decisionali della democrazia assembleare attica, proponendo una chiave di lettura comparativa con le dinamiche interstatali del periodo pre-imperiale cinese.
[23] Per un’ampia trattazione del concetto di “divario di comprensione” e della sfiducia metodologica tra Pechino e Washington, si veda K. Lieberthal e W. Jisi, Strategic Trust in U.S.-China Relations: A Shared Vision or Different Paths?, Brookings Institution Press, 2012; si veda anche W. Jisi, «China’s Search for a Grand Strategy», in Foreign Affairs, Vol. 90, N. 2, 2011, pp. 68-79.
[24] K. Lieberthal e W. Jisi, Strategic Trust…, cit., pp. 45-52.
[25] Sun Tzi, L’Arte della Guerra, cap. 3 (La strategia dell’offensiva), Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito, Roma 1995² (prima traduzione italiana diretta dall’originale, con introduzione di Raimondo Luraghi).
[26] Sebbene punto di riferimento della “Scuola di Tsinghua”, Yan Xuetong rifiuta l’etichetta di una teoria “cinese” delle RI, sostenendo l’universalità scientifica della disciplina. Il suo obiettivo è estrarre dal pensiero classico principi validi universali. Cfr. Y. Xuetong, The Rise of China and its Power Strategy, in “Chinese Journal of International Politics”, Vol. 1, N. 1, 2006, p. 1; Id., Ancient Chinese Thought, Modern Chinese Power, Princeton University Press, 2011, pp. 252-259.
[27] Y. Xuetong, Ancient Chinese Thought…, cit., pp. 67-89.
[28] La scelta di tradurre wangdao (la classica “Via del Re” o “Egemonia Civile” della tradizione confuciana, con la formula occidentale di “Autorità Umana” è al centro del dibattito terminologico volto a trasporre i concetti filosofici del pensiero antico cinese entro i parametri scientifici delle relazioni internazionali contemporanee. Diversi analisti occidentali accusano Yan di aver depurato il lessico antico attraverso traduzioni volutamente infedeli, destinate a presentare la postura di Pechino in una veste edulcorata e rassicurante per l’opinione pubblica internazionale. Su questo cfr., tra gli altri, W. A. Callahan e L. Cunningham-Cross, Ancient Chinese Power, Modern Chinese Thought, introduzione a Y. Xuetong, Ancient Chinese Thought, Modern Chinese Power, Princeton University Press, Princeton 2011. Per un’analisi approfondita della struttura concettuale della teoria, si veda anche F. Zhang, “The Conception of Morality in Moral Realism”, in The Chinese Journal of International Politics, Vol. 9, N. 2, 2016, pp. 197–223.
[29] Per la declinazione politica e diplomatica del concetto di “Comunità dal Futuro Condiviso” in opposizione alla logica bipolare della “Trappola”, si veda il già citato discorso pronunciato da Xi Jinping a Seattle nel settembre 2015, successivamente integrato nei documenti ufficiali del Partito Comunista Cinese. Per un contraltare teorico sul fronte strategico statunitense, si veda C. S. Gray, Thucydides Was Right: Defining the Future Threat, U.S. Army War College Press, Carlisle 2015.
L’articolo Tucidide? Chi è? Il pragmatismo del Tycoon e la sapienza del Mandarino proviene da Difesa Online.
Il 14 maggio 2026, la Sala Grande del Popolo a Pechino ha fatto da cornice a un vertice bilaterale destinato…
L’articolo Tucidide? Chi è? Il pragmatismo del Tycoon e la sapienza del Mandarino proviene da Difesa Online.
Per approfondimenti consulta la fonte
Go to Source
