Caracalla, i cavalli e il senso di impunità di chi dovrebbe far rispettare le regole
Ci sono notti che raccontano un Paese meglio di mille analisi. Quella tra venerdì 29 e sabato 30 maggio, nell’area delle Terme di Caracalla, è una di queste. Mentre l’Italia preparava la liturgia annuale della Festa della Repubblica, con i suoi reparti schierati e i suoi cavalli pronti a sfilare davanti alle massime cariche dello Stato, una manciata di petardi accesi per puro divertimento ha trasformato una prova generale in una scena di panico collettivo. Trenta cavalli imbizzarriti al galoppo lungo via Cristoforo Colombo, tra le auto in transito e i passanti, quattro feriti tra militari e forze dell’ordine, una quindicina di animali contusi e uno abbattuto perché ridotto in condizioni irreversibili.
La dinamica, per quanto ancora al vaglio dei carabinieri di Roma Centro, è già abbastanza nitida da togliere ogni alibi. Una batteria pirotecnica installata lungo una strada adiacente all’area delle esercitazioni si sarebbe ribaltata, scaricando i razzi proprio verso i recinti e i mezzi destinati al trasporto degli animali, a circa duecento metri di distanza. Secondo le ricostruzioni raccolte dagli investigatori, ad accendere quei fuochi sarebbero stati alcuni agenti della polizia locale di Roma Capitale. Pochissime unità, tre o quattro, ha precisato il comandante del corpo Mario De Sclavis, che ha aggiunto di non voler parlare con le persone coinvolte proprio perché gli accertamenti sono in corso e li sta seguendo in prima persona. Uno di questi vigili urbani avrebbe poi ammesso di aver acceso i fuochi per motivi goliardici, in compagnia di alcuni colleghi.
Goliardia. È la parola che bisogna fermare e fissare, perché contiene tutto il nocciolo della questione. Non un errore tecnico, non un incidente operativo, non una fatalità imprevedibile. Un gesto compiuto per ridere, da persone che indossavano o avevano appena dismesso una divisa, a poche centinaia di metri da una colonna di animali addestrati e da decine di militari impegnati in un’attività di servizio. Il bilancio di quella risata lo hanno pagato gli altri. Una soldatessa dei Lancieri di Montebello è finita in ospedale con diverse costole fratturate e un polmone perforato, un’agente di polizia è stata colpita al volto, altri due soldati dell’Esercito sono passati per il pronto soccorso, e un cavallo è stato soppresso. Chi ha acceso la miccia, materialmente, non ha riportato un graffio.
Sarebbe comodo archiviare l’episodio come la bravata di qualche elemento immaturo, una mela marcia in un cesto altrimenti sano. Sarebbe comodo, ma intellettualmente disonesto. Perché ciò che rende questa vicenda emblematica non è il singolo petardo, bensì la postura mentale che lo precede. Per accendere dei fuochi d’artificio per gioco accanto a un reparto a cavallo durante un’attività istituzionale serve una premessa precisa, quasi inconsapevole, ma profondissima. Serve sentirsi al riparo. Serve la convinzione, sedimentata e mai verbalizzata, che a noi non succede nulla, che la divisa non sia soltanto un dovere ma anche una corazza, che le regole valgano per chi sta dall’altra parte del fischietto.
È questo il fenomeno su cui vale la pena ragionare, andando oltre la cronaca. Esiste, in una porzione minoritaria ma non trascurabile degli apparati di sicurezza, una sindrome dell’intoccabilità. Si manifesta in forme diverse e di gravità incomparabile, dalla piccola arroganza quotidiana fino agli abusi più seri che ogni tanto finiscono nelle aule di tribunale, ma la radice è sempre la stessa. È la percezione che l’appartenenza a un corpo dotato di potere coercitivo trasformi automaticamente chi lo indossa in un soggetto meno soggetto alla legge degli altri. Un rovesciamento logico perfetto, perché chi è investito del compito di far rispettare le regole dovrebbe esserne il primo e più rigoroso osservante, non il primo a sentirsene affrancato.
Per capire come nasca quella postura mentale non basta l’indignazione, serve guardare a ciò che la psicologia sociale studia da decenni. Il primo meccanismo si chiama deindividuazione. Quando una persona agisce immersa in un gruppo, il senso di identità personale e di autosorveglianza tende ad attenuarsi, e il comportamento smette di essere guidato dai freni morali interni per allinearsi alle norme che il gruppo esprime in quel momento. Non è che l’individuo diventi privo di regole, è che adotta quelle del branco al posto delle proprie. L’anonimato e la sensazione di non essere chiamati a rispondere in prima persona riducono la preoccupazione per le conseguenze, ed è esattamente in quello spazio che attecchiscono comportamenti che la stessa persona, da sola e identificabile, non terrebbe mai. La divisa, in questo, ha una doppia natura. È simbolo di responsabilità, ma può anche funzionare come maschera, perché sposta il peso dell’azione dall’individuo al ruolo. Chi accende un petardo non come Tizio ma come uno dei quattro colleghi in servizio si percepisce più al coperto di quanto sarebbe da solo.
A questo si somma la diffusione della responsabilità, un fenomeno noto e misurato. In un gruppo, più cresce il numero dei presenti più si abbassa la quota di responsabilità che ciascuno avverte come propria, perché ognuno assume in modo tacito che siano gli altri a doversene fare carico. Tre o quattro persone che accendono fuochi insieme non sommano le loro coscienze, le dividono. Nessuno si sente del tutto autore, e quindi nessuno si sente del tutto colpevole.
Il terzo meccanismo è il più rivelatore, e porta la firma dello psicologo Albert Bandura. Si chiama disimpegno morale, ed è l’insieme delle manovre mentali con cui disattiviamo le sanzioni che la nostra stessa coscienza dovrebbe imporci. Una di queste manovre è l’etichettatura eufemistica, cioè ribattezzare con una parola innocua un atto che innocuo non è. Ed eccola, la parola che chiude il cerchio.
Goliardia
Chiamare goliardia l’accensione di fuochi accanto a trenta cavalli pronti a sfilare non è un semplice modo di parlare, è il disimpegno morale colto in flagrante, il dispositivo linguistico che permette a chi agisce di non vedere il petardo per ciò che è, cioè un rischio scaricato sul corpo degli altri. Accanto all’etichetta eufemistica lavorano la minimizzazione delle conseguenze, che spinge a pensare che tanto non sarebbe successo niente di grave, e il già citato spostamento della responsabilità sul gruppo o sulle circostanze.
L’ultimo tassello è la costruzione del noi contro loro. La socializzazione professionale dentro un apparato forte, con la sua gerarchia, il suo cameratismo e la sua identità chiusa, tende a far prevalere i valori interni al gruppo su quelli esterni. Si crea un confine tra chi sta dentro e chi sta fuori, e chi sta fuori, compresi i cittadini e perfino i colleghi di altri corpi, scivola in una zona di minore considerazione. È il terreno su cui cresce la solidarietà mal riposta, quella che porta a coprire, a minimizzare, a non parlare. Mettendo insieme questi quattro ingredienti, deindividuazione, diffusione della responsabilità, disimpegno morale e mentalità di gruppo, si ottiene la chimica esatta del senso di impunità. E si capisce anche dove va colpito per dissolverlo. Non sulla severità astratta della pena, che da sola non attiva nulla, ma sulla certezza di essere visti, identificati e chiamati a rispondere. Perché la sanzione interiore si riaccende solo quando l’individuo sa che il gruppo non lo proteggerà dalle conseguenze.
Una questione di cultura istituzionale, non di codice penale
Va detto con chiarezza, per onestà intellettuale e per rispetto verso le decine di migliaia di operatori che svolgono il proprio lavoro con serietà e a volte con sacrificio personale. Gran parte di chi presta servizio nella polizia locale, nelle forze armate, nelle forze di polizia dello Stato non ha nulla a che fare con tutto questo, e la fila di feriti di Caracalla è composta proprio da militari e agenti che si sono lanciati per fermare i cavalli, rischiando in prima persona. La distinzione non è un dettaglio retorico, è il cuore della questione. Il problema non è la categoria, è la sacca di impunità percepita che attraversa trasversalmente alcune frange di ogni apparato.
Il punto è che questa sacca non si chiude con il solo codice penale. Un fascicolo per lesioni e danneggiamento, che pure i carabinieri sembrano pronti ad aprire dopo la prima informativa già trasmessa in procura, è una risposta necessaria ma successiva e parziale. Affronta il fatto, non la cultura che lo ha generato. La sindrome dell’intoccabilità non nasce dall’assenza di norme, nasce dalla certezza, spesso fondata sull’esperienza, che le conseguenze saranno diluite, attenuate, assorbite dal corpo di appartenenza. Si combatte sul terreno della cultura istituzionale, della formazione, della selezione e della reattività disciplinare, che deve essere percepita come rapida e ineluttabile esattamente come dovrebbe esserlo quella penale per il comune cittadino.
Come altri Paesi hanno provato a chiudere la sacca
La buona notizia è che il problema non è una maledizione italiana né un’astrazione da convegno. Molte democrazie mature lo hanno riconosciuto e hanno costruito architetture istituzionali precise per ridurre al minimo quella degenerazione. Il filo conduttore di tutte è uno solo, ed è il rovescio esatto del meccanismo psicologico descritto prima. Se l’impunità nasce dalla certezza di non essere chiamati a rispondere davanti a qualcuno di esterno al proprio gruppo, allora la cura è proprio quel qualcuno di esterno.
Da qui la diffusione, in particolare nell’ultimo decennio, degli organismi indipendenti di controllo sulle forze di polizia. Sono enti terzi, fuori dalla catena di comando, incaricati di ricevere e investigare le denunce di abusi e gli incidenti gravi. In Inghilterra e Galles opera l’Independent Office for Police Conduct, nato dalle ceneri del precedente organismo e rifondato nel 2018. In Irlanda del Nord esiste il Police Ombudsman, considerato uno dei modelli più rigorosi perché conduce indagini realmente autonome. La Scozia ha il suo commissario per le indagini, la Repubblica d’Irlanda la sua commissione ombudsman, la Nuova Zelanda un’autorità indipendente che dispone degli stessi poteri di una commissione d’inchiesta, può citare testimoni e ha il compito specifico di indagare sui casi in cui un appartenente alla polizia provochi morte o lesioni gravi, oltre a vigilare sui luoghi di detenzione. Strade analoghe hanno percorso Francia, Germania, Giappone e diverse città statunitensi, da Chicago in giù.
Sarebbe disonesto presentare questi modelli come una bacchetta magica, e qui serve il bisturi più della retorica. Quasi nessuno di questi organismi ha il potere di infliggere direttamente le sanzioni disciplinari, che restano in capo ai vertici dei corpi, per cui la loro forza dipende dalla qualità delle indagini e dalla capacità di rendere pubbliche le proprie conclusioni. La loro efficacia varia molto da Paese a Paese e dipende dalle risorse, dall’indipendenza reale e dalla cultura del rispetto delle raccomandazioni. Ma il principio resta solido, perché toglie alle forze di polizia il monopolio sul racconto di sé stesse.
Accanto al controllo che interviene dopo il fatto, esistono strumenti pensati per prevenire. I cosiddetti sistemi di intervento precoce sono piattaforme basate sui dati che incrociano gli indicatori di rischio di un singolo operatore, dal numero di ricorsi all’uso della forza alle denunce ricevute, per segnalare in anticipo chi mostra schemi di comportamento problematici e attivare non una punizione ma un sostegno, fatto di colloqui con i superiori, formazione mirata e accompagnamento. La logica è preventiva, non repressiva. Le evidenze scientifiche sono incoraggianti ma ancora discontinue, perché dimostrare un rapporto di causa diretta è difficile e i sistemi mal tarati rischiano di riprodurre pregiudizi, eppure alcune sperimentazioni hanno mostrato cali sensibili delle denunce nell’arco di pochi anni. A questi si aggiungono le telecamere indossabili, utili a ridurre gli abusi ma soltanto, e questo è il punto che ci riguarda da vicino, quando sono inserite in un quadro che ne disciplini l’uso, perché una telecamera che può essere spenta a discrezione e le cui immagini restano accessibili solo all’autorità giudiziaria protegge più chi la indossa che chi le sta davanti.
Il caso italiano: il controllore senza un controllo esterno permanente
Ed è esattamente sul confronto che l’Italia mostra il suo ritardo. Nel nostro ordinamento le condotte illecite degli operatori vengono perseguite dalla magistratura e trattate dai procedimenti disciplinari interni, ma manca un’autorità civile indipendente, specializzata e permanente, paragonabile a quelle britanniche o neozelandesi, che vigili in modo strutturale sull’operato delle forze di sicurezza. Si procede caso per caso, per via giudiziaria, e quasi sempre dopo che il danno è fatto.
Il nodo più simbolico è quello dei codici identificativi. L’Italia è rimasta tra i pochissimi Paesi europei a non prevedere alcun contrassegno che renda riconoscibili gli agenti impegnati in operazioni di ordine pubblico, malgrado una risoluzione del Parlamento europeo del 2012 che invitava gli Stati membri a dotare il personale di polizia di un numero identificativo. La memoria storica di questa lacuna ha un nome e una data, il G8 di Genova del 2001, per i cui fatti la Corte di Strasburgo ha condannato l’Italia riconoscendo come tortura le violenze commesse, e dove molti responsabili materiali sono rimasti impuniti anche perché impossibili da identificare. Le proposte di legge in materia si sono arenate più volte in Parlamento, e il recente dibattito sulle telecamere indossabili ha riproposto lo stesso limite, perché introdurre lo strumento senza l’impalcatura della trasparenza significa, ancora una volta, costruire una garanzia per chi indossa la divisa più che per chi le sta di fronte.
Va riconosciuta, per correttezza, l’obiezione di chi a quei codici si oppone, e che proviene anche da una parte del mondo sindacale di polizia. Il timore è che l’esposizione di un identificativo apra la strada a ritorsioni private contro i singoli agenti. È un’obiezione che merita rispetto, ma che si confronta con due controrilievi solidi. Il primo è che il codice tutela anche, e forse soprattutto, l’operatore che agisce correttamente, perché lo distingue da chi sbaglia e protegge l’intero corpo dall’ombra del sospetto collettivo. Il secondo è che ogni operatore è comunque già tracciato dal foglio di servizio e dalle relazioni d’ufficio, sicché il vero effetto del codice non è creare una tracciabilità che non esiste, ma renderla immediata e verificabile dal cittadino senza dover passare ogni volta per un’indagine.
Il caso di Caracalla illumina anche questo. Vale la pena essere precisi, perché qui a indagare sono i carabinieri, un corpo diverso da quello coinvolto, in raccordo con la procura, e dunque un elemento di terzietà esiste. Ma quel raccordo nasce dall’emergenza, non da un’architettura stabile. Il comandante della polizia locale ha dichiarato di seguire personalmente gli accertamenti, e nessuno ha motivo di dubitare della sua buona fede, eppure è proprio la normalità di questa formula, il corpo che concorre a verificare ciò che è accaduto al suo interno, a fotografare la distanza che ci separa dai modelli che hanno scelto di affidare quella verifica a un soggetto esterno e permanente.
L’impunità non è un’eccezione, è una grammatica
Fin qui abbiamo guardato l’individuo e il corpo. Ma sarebbe miope fermarsi lì, perché il petardo di Caracalla non cade in un vuoto culturale, cade in un Paese che con l’impunità ha un rapporto antico e ambiguo. Esiste, nel pensiero del cittadino medio, una convinzione raramente confessata e largamente praticata, secondo cui le regole sono una cornice negoziabile e che con la conoscenza giusta, la telefonata giusta, l’amico nell’ufficio giusto, quella cornice si può sempre aggirare. È la grammatica della raccomandazione, elevata da vizio a metodo, la persuasione diffusa che una gara d’appalto non la vinca l’offerta migliore ma il contatto migliore, che il concorso lo superi non il più preparato ma il più introdotto, che la sanzione la eviti non chi non sbaglia ma chi conosce qualcuno.
I numeri raccontano quanto questa percezione sia radicata. Nelle rilevazioni europee sulla corruzione, l’Italia si colloca stabilmente ai vertici per quota di cittadini e imprese convinti che il fenomeno sia diffuso, attorno a nove su dieci, e per quota di chi ritiene che senza agganci e relazioni sia difficile ottenere ciò che spetterebbe di diritto. Sono dati di percezione, non misure dirette della corruzione reale, e questa distinzione va tenuta ferma per onestà metodologica. Ma proprio in quanto percezione sono pericolosi, perché si autoalimentano. Se tutti credono che le regole siano fatte per gli ingenui, rispettarle smette di essere una virtù e diventa un segno di dabbenaggine, e il cerchio si chiude.
L’indice di percezione della corruzione conferma questa collocazione intermedia e scivolosa. L’Italia si attesta intorno a un punteggio di poco superiore alla metà della scala, cinquantatreesima su cento nell’ultima rilevazione, attorno alla cinquantesima posizione mondiale e nella parte bassa della classifica tra i ventisette Paesi dell’Unione. Va riconosciuto, in equilibrio, che si tratta di un progresso netto rispetto a tredici anni fa, quando il Paese decise di puntare seriamente sulla prevenzione, con un guadagno di oltre dieci punti, anche se le ultime due edizioni hanno registrato una lieve inversione. Il punto non è il dramma, è la mediocrità persistente, lo stazionare in quella zona grigia che racconta un’integrità mai diventata cultura condivisa.
La radice sociologica di tutto questo ha un nome che gli studiosi usano da decenni, il familismo amorale descritto da Edward Banfield già negli anni Cinquanta, cioè il primato del legame ristretto, la famiglia, la cerchia, la cordata, sul dovere impersonale verso la regola e verso lo sconosciuto. L’omertà non è altro che la versione estrema, organizzata e criminale della stessa grammatica, la regola del silenzio che protegge il gruppo contro l’istituzione. Tra l’innocua raccomandazione per il posto e l’omertà che copre il clan non c’è un muro, c’è un continuum, perché entrambe poggiano sull’identica premessa, e cioè che la fedeltà alla relazione conti più della fedeltà alla legge. È la corruzione morale che precede, e rende possibile, quella penale. La seconda è la punta visibile, la prima è l’iceberg sommerso fatto di gesti quotidiani, spesso perfettamente legali e proprio per questo più insidiosi.
Il problema più grave è che lo Stato sembra non accorgersene, o fingere di non accorgersene, trattando questa deriva quasi con indulgenza folkloristica, come fosse il colore di un popolo anziché la sua malattia. Ed è qui l’errore di calcolo più costoso. Ogni regola piegata, ogni occhio chiuso, ogni eccezione concessa all’amico preleva un piccolo deposito dal conto della credibilità dello Stato, e quel conto non è infinito. Uno Stato che lascia credere ai propri cittadini che le regole valgano a corrente alternata, secondo le conoscenze, mina alla base la ragione stessa per cui dovrebbe essere obbedito, e prepara il terreno perché anche chi quelle regole dovrebbe farle rispettare si senta autorizzato a giocarci.
Il paradosso della fiducia e l’onore che si difende da solo
Eppure, e qui sta il paradosso più interessante, in questo Paese diffidente verso sé stesso le forze dell’ordine e le forze armate godono di una fiducia altissima. Le rilevazioni più recenti collocano l’Arma dei Carabinieri intorno al settanta per cento di consensi, l’Esercito ancora più su, attorno al settantacinque, la Guardia di Finanza poco sotto i Carabinieri, la Polizia di Stato saldamente sopra i due terzi, mentre i Vigili del Fuoco sfiorano addirittura l’unanimità con valori intorno all’ottantasei per cento. Lo scarto con il resto delle istituzioni è impressionante. Negli stessi mesi i partiti politici raccolgono appena un cittadino fiducioso su cinque, la pubblica amministrazione poco più di un terzo, e la sfiducia verso la magistratura sfiora la metà del campione.
Questo divario è la vera storia nascosta dentro la cronaca di Caracalla. Gli italiani distinguono nettamente la divisa dal sistema che la comanda, si fidano del corpo più di quanto si fidino delle istituzioni che lo dirigono. E la ragione è tanto semplice quanto istruttiva. I corpi hanno fatto, in larga parte da soli, ciò che lo Stato non ha saputo fare in modo sistemico, cioè costruire e difendere una cultura interna dell’onore. L’Arma dei Carabinieri è il caso da manuale, con la sua identità fortissima, il suo spirito di corpo, la sua mitologia del fedele nei secoli, una disciplina interna che funziona di fatto come un sistema di controllo morale autoimposto, in cui il disonore di uno diventa il disonore di tutti e quindi viene combattuto dall’interno. Lo stesso vale, per ragioni diverse, per i Vigili del Fuoco, la cui fiducia plebiscitaria nasce da una missione inequivocabile e da una condotta visibile a occhio nudo.
È esattamente questo il modello di controllo morale del personale in divisa che la vicenda chiama in causa, e che vale la pena nominare con precisione. Quel modello poggia su due gambe. La prima è interna, ed è fatta di selezione, formazione, esempio dei comandanti, codici d’onore, identità di corpo capace di rendere intollerabile il comportamento del singolo che la infanga. La seconda è esterna, ed è la verifica indipendente di cui abbiamo parlato, l’occhio terzo che guarda dentro l’apparato. L’Italia ha storicamente scommesso quasi tutto sulla prima gamba, affidando a ciascun corpo il compito di custodire da sé il proprio onore. La forza di quella scommessa è scritta nei numeri della fiducia. La sua fragilità si manifesta nel momento esatto in cui la cultura interna di un corpo è debole, o assente.
E qui i dati consegnano il colpo più affilato di tutta questa storia. Il corpo che nelle rilevazioni raccoglie la fiducia più bassa tra quelli in divisa è proprio la polizia locale, ferma poco sopra la metà del campione, ed è proprio la polizia locale a sedere oggi sul banco degli imputati di Caracalla, mentre le forze che hanno pagato il prezzo di quella notte, i Lancieri di Montebello dell’Esercito e la Polizia di Stato, si collocano molto più in alto. Non è un dato da brandire come una clava contro un’intera categoria, perché le polizie locali scontano una frammentazione strutturale, una dipendenza dai singoli Comuni e l’assenza di un unico spirito di corpo nazionale che le renda paragonabili all’Arma o alla Guardia di Finanza. Ma quel dato illustra la tesi con spietata chiarezza. Dove la gamba interna dell’onore è più debole e quella esterna del controllo indipendente è del tutto assente, la sacca dell’impunità trova lo spazio maggiore per aprirsi.
La lezione è allora più ampia del singolo episodio. L’onore che si difende da solo è prezioso ma precario, perché dipende dalla buona volontà e dalla cultura di ciascun corpo, e non c’è ragione perché uno Stato maturo deleghi la propria credibilità a una virtù che non può garantire in modo uniforme. Costruire la seconda gamba, la verifica esterna e indipendente, non serve a umiliare la divisa. Serve a proteggere proprio l’onore che i migliori tra gli uomini in divisa hanno faticosamente costruito, garantendo che i pochi che lo tradiscono non possano più nascondersi dietro i molti che lo rispettano.
Lo specchio e il 2 giugno
C’è un’ironia amara, e quasi cinematografica, nel fatto che tutto questo sia accaduto alla vigilia del 2 giugno, la giornata in cui lo Stato celebra sé stesso e la propria capacità di tenere insieme la nazione. La parata della Festa della Repubblica è una rappresentazione, un rito che dice agli italiani che le istituzioni esistono, funzionano, sono ordinate e affidabili. Veder degenerare le sue stesse prove in una fuga di animali terrorizzati per colpa di chi avrebbe dovuto garantire l’ordine ha qualcosa di uno specchio rotto, in cui il Paese si guarda e non riconosce l’immagine che vorrebbe restituire.
Non sorprende che siano arrivate subito le strumentalizzazioni, con chi ha letto nella fuga dei cavalli addirittura un gesto simbolico di ribellione alla presunta militarizzazione della Repubblica. Sono letture che dicono più di chi le formula che dei fatti, perché trasformano un atto di sconsiderata leggerezza in una bandiera ideologica e, nel farlo, finiscono per spostare l’attenzione dal vero problema. Il vero problema non è che la Repubblica abbia i suoi reparti a cavallo e le sue parate. Il vero problema è che alcuni di coloro che dovrebbero proteggere quei riti, e i cittadini che vi assistono, si sono sentiti tanto al di sopra delle regole da poter giocare con la sicurezza altrui.
Lo stesso comandante De Sclavis, definendo l’animale soppresso una vittima dell’idiozia umana e arrivando a sostenere che a questo punto i fuochi d’artificio andrebbero semplicemente vietati, ha colto l’esasperazione del momento. Ma il divieto dei petardi, per quanto sensato in molti contesti, rischia di essere la solita risposta che colpisce lo strumento e non la mano. Si potranno vietare tutti i fuochi d’artificio del mondo, ma finché sopravviverà l’idea che chi indossa una divisa appartiene a una categoria meno esposta alle conseguenze delle proprie azioni, e finché quell’idea continuerà a respirare nella stessa aria della raccomandazione e dell’appalto pilotato, qualcuno troverà sempre il modo di tradurre quella convinzione in un danno per gli altri.
Perché è questo, alla fine, il filo che lega il petardo acceso per ridere a un’intera grammatica nazionale dell’eccezione. Lo stesso ragionamento che fa dire a un cittadino che senza la conoscenza giusta non si ottiene nulla è quello che permette a un agente di sentirsi al riparo mentre gioca con la sicurezza di una parata. Cambia la scala, non la radice. E uno Stato che non si accorge, o finge di non accorgersi, che ogni piccola impunità tollerata è un prelievo dal capitale della propria credibilità, finirà per scoprire il conto vuoto nel momento peggiore.
Le democrazie che hanno preso sul serio il problema non hanno proibito gli strumenti, hanno costruito occhi indipendenti capaci di guardare dentro gli apparati, e hanno scommesso sulla certezza di essere visti più che sulla durezza della punizione, perché solo così si protegge l’onore di chi la divisa la merita davvero.
È la lezione che la notte di Caracalla, con i suoi quattro feriti e il suo cavallo morto, ci consegna senza mezzi termini. Sarebbe il caso di non aspettare la prossima per impararla.
L’articolo Caracalla, i cavalli e il senso di impunità di chi dovrebbe far rispettare le regole proviene da Difesa Online.
Ci sono notti che raccontano un Paese meglio di mille analisi. Quella tra venerdì 29 e sabato 30 maggio, nell’area…
L’articolo Caracalla, i cavalli e il senso di impunità di chi dovrebbe far rispettare le regole proviene da Difesa Online.
Per approfondimenti consulta la fonte
Go to Source
