Cappellani militari, l’ultima polemica del 2 giugno

Anche quest’anno la parata del 2 giugno ha suscitato apprezzamenti, critiche e prese di posizione contrapposte. C’è chi ha scelto di disertarla, chi la considera una delle più alte espressioni della Repubblica e delle sue istituzioni e chi, al contrario, la giudica una manifestazione eccessivamente legata alla dimensione militare dello Stato.
Tra le polemiche non è mancata quella relativa alla presenza dei cappellani militari, una figura da sempre consolidata all’interno delle Forze Armate.
Scrivo queste righe da laico e agnostico e, proprio per questo, guardo alla figura del cappellano militare senza appartenenze confessionali, ma con rispetto per il ruolo umano che svolge. Non a caso avevo già affrontato l’argomento in un precedente articolo per Difesa Online, significativamente intitolato “Il cappellano militare, presenza silenziosa che non sfila ma ascolta“.
Sul tema, c’è chi, come il vicepresidente della CEI mons. Francesco Savino, teme che la loro presenza in parata possa essere interpretata come una celebrazione delle armi più che della missione spirituale. Un’obiezione rispettabile che non cancella però il ruolo di ascolto e sostegno che i cappellani svolgono quotidianamente accanto ai militari.
Nel corso dei decenni, accanto ai militari, il cappellano è stato spesso una presenza discreta, capace di ascoltare più che di parlare, di accompagnare più che di giudicare. In anni in cui il supporto psicologico era meno sviluppato (e imbarazzante) di oggi, molti appartenenti alle Forze Armate hanno trovato in questa figura un interlocutore fidato, protetto anche dalla particolare riservatezza confessionale.
Il 2 giugno celebra la nascita della Repubblica italiana, una Repubblica costruita anche, e soprattutto, attraverso il sacrificio di migliaia di uomini e donne che hanno servito il Paese. È quindi naturale che in questa giornata trovino spazio le Forze Armate, così come il volontariato, il soccorso, il Servizio Civile e tutte quelle realtà che contribuiscono al bene comune.

Una Repubblica che contiene differenze
Si può discutere sulla formula della parata, sui mezzi esposti – che inevitabilmente sono quelli del nostro tempo – o sul significato simbolico di alcune presenze, perché tutto ciò fa parte del confronto democratico.
Meno comprensibile appare invece lo stupore per la partecipazione di chi, per definizione, non porta armi ma conforto a coloro che scelgono di riceverlo. La forza della Repubblica sta proprio nella sua capacità di accogliere sensibilità diverse, facendo convivere la parata del 2 giugno e il 4 novembre con il Pride e iniziative come la Flottiglia della Libertà, perché una democrazia matura non teme il pluralismo ma lo considera una delle proprie ricchezze.
Si può essere d’accordo o meno con i messaggi che queste realtà portano, ma resta il fatto che scelgono di esporsi pubblicamente, assumendosi il peso delle critiche. Anche questo, in fondo, è un esercizio di libertà che una Repubblica democratica non solo consente, ma tutela.
In una democrazia matura, per fortuna, ognuno può esprimere le proprie convinzioni e promuovere le proprie battaglie nel rispetto delle regole comuni. Per questo motivo, la presenza dei cappellani militari non dovrebbe essere letta come una contraddizione, ma come il riconoscimento di una realtà che continua a esistere accanto alle donne e agli uomini in uniforme.
Una presenza che ricorda come dietro ogni divisa vi siano persone con fragilità, convinzioni e speranze e, come il prendersi cura di loro, resti uno dei compiti più nobili che una società libera possa riconoscere.
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Anche quest’anno la parata del 2 giugno ha suscitato apprezzamenti, critiche e prese di posizione contrapposte. C’è chi ha scelto…
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