MBDA e la Difesa aerea multistrato: il cielo europeo non si protegge con un solo scudo
Per decenni la difesa aerea è stata raccontata soprattutto come una sfida tra aerei e missili terra-aria. Oggi questo schema non basta più. Il cielo è diventato uno spazio molto più affollato, ambiguo e pericoloso. Ci sono droni piccoli ed economici, razzi, missili da crociera, missili balistici, velivoli pilotati, elicotteri e sistemi senza pilota impiegati per osservare, disturbare o colpire.
La conseguenza è semplice: nessun singolo sistema può proteggere tutto da tutto. Non si può usare lo stesso tipo di missile contro un piccolo drone commerciale modificato e contro un missile balistico. Non si può consumare una munizione costosissima per abbattere ogni bersaglio a basso costo. Non si può nemmeno pensare che un radar, da solo, basti a vedere e classificare ogni minaccia.
Per questo MBDA, a Eurosatory 2026, ha insistito sul concetto di difesa aerea multistrato. L’espressione può sembrare tecnica, ma il significato è molto concreto, ovvero costruire più livelli di protezione, ciascuno adatto a una famiglia di minacce. In basso ci sono i sistemi contro droni e minacce ravvicinate. Più in alto ci sono i missili per aerei, elicotteri, missili da crociera e missili balistici. L’obiettivo è usare ogni volta la risposta giusta.
Che cosa significa “difesa multistrato”
La difesa multistrato può essere rappresentata come una serie di cerchi attorno a un obiettivo da proteggere. Il primo cerchio intercetta ciò che arriva vicino, lento o a bassa quota. Il secondo affronta minacce più veloci e complesse. Il terzo serve contro bersagli ancora più difficili, come missili balistici o attacchi condotti da più direzioni.
Non è solo una questione di distanza. È anche una questione di costo, tempo e priorità. Se arriva un piccolo drone da osservazione, può bastare disturbarlo o neutralizzarlo con un sistema leggero. Se arriva un missile da crociera, serve una risposta diversa. Se la minaccia è balistica, il problema cambia ancora: il tempo di reazione diminuisce, la velocità aumenta e la finestra utile per l’intercettazione diventa molto più stretta.
Il principio è quindi semplice: non esiste lo scudo perfetto, esiste una rete di scudi diversi. Sensori, radar, missili, laser, sistemi di guerra elettronica, centri di comando e operatori devono lavorare insieme. Se ogni elemento resta isolato, la difesa si indebolisce. Se invece tutti gli elementi condividono dati e risposte, la protezione diventa efficace.
SKY WARDEN, il primo livello contro i droni
Il primo problema è rappresentato dai droni. Droni commerciali modificati, piccoli velivoli da ricognizione, sistemi d’attacco economici e sciami improvvisati possono osservare, correggere il tiro dell’artiglieria, colpire mezzi, disturbare movimenti e minacciare infrastrutture.

Contro questa minaccia MBDA propone SKY WARDEN, un sistema modulare anti-drone. Non è una singola arma, ma una rete che integra sensori, radar, sistemi elettro-ottici, comando e controllo, disturbatori elettronici, intercettori, missili, laser e altri effettori. Il sistema deve prima vedere la minaccia, poi riconoscerla, classificarla e scegliere come neutralizzarla.
La parte decisiva è proprio questa scelta. Un piccolo drone da osservazione può essere disturbato. Un drone con carico esplosivo può richiedere l’abbattimento immediato. Uno sciame impone di stabilire priorità, evitando di consumare munizioni costose contro bersagli economici.
Il valore di SKY WARDEN non riguarda solo il campo di battaglia. La stessa minaccia interessa aeroporti, porti, centrali elettriche, raffinerie, depositi, basi militari, eventi pubblici e confini. Per questo MBDA lo presenta come sistema utilizzabile sia in tempo di pace sia in tempo di guerra.
Il sistema ha già ottenuto segnali di maturità commerciale e operativa: MBDA ha comunicato il primo contratto export con un Paese mediorientale e il riconoscimento nel contest Frontex C-UAS 2025. Sono elementi che confermano come l’anti-drone sia ormai un mercato operativo, non una nicchia sperimentale.
DEFENDAIR e laser: la risposta al problema dei droni di massa
Un aggiornamento importante riguarda DEFENDAIR, il nuovo missile anti-drone presentato da MBDA a ILA 2026 insieme a una soluzione con laser ad alta energia. Contro droni piccoli, veloci e a basso costo, la difesa deve poter combinare più strumenti.
Il missile offre una risposta cinetica, cioè fisica, contro il bersaglio. Il laser offre una risposta diversa, potenzialmente utile quando servono ingaggi ripetuti e costi per colpo più contenuti.

La combinazione tra DEFENDAIR e laser rientra perfettamente nella logica della difesa multistrato. Non si sceglie un’unica arma valida per tutto. Si costruisce una protezione con più mezzi, capaci di sovrapporsi e completarsi. In alcuni casi sarà preferibile disturbare il drone. In altri usare un intercettore. In altri ancora, se le condizioni lo permettono, un laser.
MBDA indica DEFENDAIR come sistema sviluppato nell’ambito di un contratto con le forze armate tedesche, con attività produttive previste nei prossimi anni e l’obiettivo di una prima capacità entro la fine del decennio. È un elemento da osservare con attenzione perché conferma quanto la difesa anti-drone sia oramai una componente strutturale della difesa aerea.
Alta Ares e la lezione degli Shahed
Un altro aggiornamento riguarda la collaborazione tra MBDA e Alta Ares per sviluppare soluzioni di intercettazione contro droni, comprese minacce del tipo Shahed. Il riferimento è significativo perché i droni d’attacco a basso costo, impiegati in quantità, hanno mostrato quanto possano mettere sotto pressione anche sistemi di difesa sofisticati.
Il problema non è solo abbattere un singolo drone. Il problema è farlo molte volte, per giorni, settimane o mesi, senza consumare tutte le munizioni più pregiate. Per questo servono intercettori dedicati, economici quanto basta, integrabili in una rete come SKY WARDEN e utilizzabili contro minacce specifiche.
È una delle lezioni più evidenti delle guerre recenti: la difesa aerea deve essere efficace, ma anche sostenibile. Se il costo della difesa è sempre enormemente superiore al costo dell’attacco, l’avversario può cercare di vincere per logoramento economico e industriale.
SAMP/T NG, lo scudo europeo contro minacce più complesse
Il secondo livello della difesa aerea è quello dei sistemi terra-aria più complessi. Qui entra in gioco la famiglia ASTER, integrata nel SAMP/T NG, un sistema europeo di difesa aerea e antimissile di nuova generazione, destinato a sostituire il SAMP/T nelle forze armate italiane e francesi.
In termini semplici, il SAMP/T NG è uno scudo mobile per proteggere aree sensibili e forze schierate. Può operare da solo oppure essere collegato a una rete più ampia di difesa aerea. Questa seconda opzione, lo ripetiamo, è ormai essenziale: in una guerra moderna, un sistema isolato vede meno, reagisce peggio e rischia di essere saturato. Un sistema connesso può invece ricevere dati da altri radar, condividere informazioni e partecipare a una difesa collettiva.

Il SAMP/T NG offre prestazioni migliorate rispetto alla generazione precedente, con maggiore portata, maggiore quota d’intercettazione e capacità antimissile più avanzate. Il nuovo radar multifunzione con tecnologia AESA garantisce copertura a 360 gradi contro missili, aerei e minacce balistiche. In pratica, il sistema deve vedere tutto intorno, seguire più bersagli e reagire rapidamente.
Il sistema è mobile, automatizzato e progettato per rispondere in tempi molto ridotti. Una batteria può essere composta da unità di lancio verticali, centro di comando e sensori. I lanciatori possono impiegare missili ASTER pronti al tiro, mentre il radar e il modulo d’ingaggio guidano l’intercettazione.
La Francia sviluppa il SAMP/T NG dual-layer
La Francia ha compiuto un passo ulteriore con il contratto firmato il 30 aprile 2026 da OCCAR, per conto della DGA, con EUROSAM, consorzio che coinvolge MBDA e Thales. L’obiettivo è sviluppare una versione “dual-layer” del SAMP/T NG, cioè a due livelli, integrando anche il missile VL MICA accanto agli ASTER.
Il significato operativo è chiaro. ASTER resta il missile per minacce più impegnative, comprese quelle balistiche. VL MICA copre invece il livello a corto raggio. In prospettiva, il sistema potrà evolvere ulteriormente integrando anche MISTRAL 3, missile a cortissimo raggio. Così lo stesso sistema di comando potrà scegliere tra più armi, secondo distanza, tipo di bersaglio e urgenza dell’ingaggio.

È come avere una difesa organizzata non per compartimenti stagni, ma per livelli collegati. Un bersaglio piccolo e vicino non richiede lo stesso tipo di risposta di un missile balistico. Un sistema multistrato consente di evitare sprechi, aumentare la probabilità di intercettazione e rendere più difficile la saturazione da parte dell’avversario.
Entro il 2030, secondo MBDA, le otto sezioni SAMP/T NG previste dalla legge di programmazione militare francese dovrebbero essere trasformate e consegnate all’Aeronautica e Spazio francese in configurazione dual-layer. Il dato riguarda la Francia, ma il messaggio vale per l’intera Europa: la difesa aerea non può più essere una somma di batterie isolate. Deve diventare un ecosistema.
Il nodo italiano e il CAMM-ER
MBDA segnala anche la disponibilità a lavorare sull’integrazione del CAMM-ER nella versione italiana del sistema. È un dettaglio importante per l’Italia, perché il CAMM-ER è già parte dell’evoluzione della difesa aerea nazionale e può rappresentare un ulteriore tassello nella costruzione di una protezione stratificata.
Il punto non è aggiungere sigle a un catalogo. Il punto è avere più effettori, cioè più strumenti d’intercettazione, collegati a un sistema di comando comune. In una difesa moderna, il valore non sta solo nel singolo missile, ma nella capacità di scegliere rapidamente quale missile usare contro quale bersaglio.
Per l’Italia, questo significa ragionare non solo sull’acquisto dei sistemi, ma sulla loro integrazione. SAMP/T NG, CAMM-ER, MISTRAL 3, radar, centri di comando e sistemi anti-drone devono poter dialogare. Senza integrazione, anche sistemi validi rischiano di lavorare come isole separate.
Le domande finali restano nuovamente politiche e industriali
Quanti sistemi saranno acquistati? Quante munizioni saranno prodotte? Con quali tempi? Con quale interoperabilità tra alleati?
La difesa aerea non si improvvisa quando cadono i missili. Si costruisce prima, con investimenti costanti, addestramento, scorte e capacità produttiva.
Eurosatory 2026 ha indicato una direzione: il cielo europeo non si protegge con un solo scudo, ma con una rete di scudi diversi, collegati e intelligenti. È una lezione che arriva dai fronti di guerra e che l’Europa non può più permettersi di ignorare.
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Per decenni la difesa aerea è stata raccontata soprattutto come una sfida tra aerei e missili terra-aria. Oggi questo schema…
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