«Carne da cannone»: come la Russia recluta stranieri da inviare sul fronte ucraino
A oltre quattro anni dall’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina, droni, sistemi autonomi e guerra elettronica hanno trasformato il campo di battaglia, ma non hanno cancellato il bisogno di soldati. Le perdite devono essere sostituite e la necessità di reperire uomini ha prodotto strumenti di reclutamento sempre più spregiudicati.
Ne abbiamo parlato con il generale Nicola Cristadoro, autore di Carne da cannone. La trappola dell’arruolamento di personale straniero nell’esercito russo per l’impiego sul fronte ucraino, research paper pubblicato dall’Istituto Gino Germani di Scienze Sociali e Studi Strategici.
Perché concentrarsi proprio sul reclutamento di personale straniero da parte della Russia?
Perché rappresenta una delle modalità con cui il Cremlino tenta di compensare le perdite subite nello scontro con l’Ucraina.
Il paper analizza forme di reclutamento coercitivo o occulto rivolte soprattutto a persone provenienti dall’Asia, dall’Africa, dalle ex repubbliche sovietiche e dal Sud America. Si tratta spesso di individui in condizioni economiche difficili, attratti dalla promessa di un lavoro e di una vita migliore in Russia.
Una volta arrivati, possono essere indotti a firmare documenti scritti esclusivamente in russo, senza l’assistenza di un interprete. Soltanto dopo scoprono di aver sottoscritto un contratto di arruolamento e di essere destinati al fronte.
Quali lavori vengono inizialmente promessi?
Possono essere offerte occupazioni da autista, operaio o addetto a mansioni di bassa manovalanza. La prospettiva è quella di guadagnare più che nel Paese d’origine e, in alcuni casi, di ottenere la cittadinanza russa, promessa che poi non verrebbe mantenuta.
La realtà che viene prospettata, però, non corrisponde necessariamente a quella che queste persone trovano una volta giunte in Russia. Alla vulnerabilità economica si aggiunge l’impossibilità di comprendere pienamente ciò che stanno firmando.
Esistono anche altre forme di coercizione?
Sì. Vi sono intermediari che accompagnano queste persone fino al territorio russo. Successivamente possono essere create situazioni in cui lo straniero viene accusato di un reato, magari un furto o una questione legata alla droga.
Non devono necessariamente essere accuse particolarmente gravi. È sufficiente che prospettino una condanna, la perdita della possibilità di ottenere la cittadinanza o altri problemi giudiziari. A quel punto viene offerta un’alternativa: la pena oppure il combattimento.
Di fronte a una situazione del genere, molti accettano di arruolarsi. Vengono impiegati soprattutto nei battaglioni d’assalto e nelle missioni a più alto rischio.
Il ricorso a prigionieri e persone vulnerabili non è comunque una novità per Mosca…
No. La Russia aveva già attinto alle carceri quando la Wagner aveva bisogno di migliaia di uomini. Non tutti sono disposti a diventare mercenari e, quando occorre alimentare rapidamente il fronte, si cercano bacini alternativi.
Lo abbiamo visto nelle battaglie di Bakhmut e Avdiivka, dove la Wagner ha subito perdite enormi. Successivamente la Russia ha fatto ricorso anche ai militari nordcoreani per sostenere le operazioni nell’area di Kursk.
Sono strumenti differenti, ma rispondono alla stessa esigenza… trovare uomini da impiegare senza dover trasferire interamente il costo umano della guerra sulla popolazione russa.
Il motivo principale è quindi politico?
Sì. Una nuova mobilitazione o un aumento ancora maggiore delle perdite tra i cittadini russi potrebbe diventare impopolare.
Il Cremlino deve continuare a rinfoltire i ranghi, ma cerca di farlo utilizzando risorse esterne alle forze regolari: mercenari, detenuti, stranieri reclutati con la promessa di un lavoro e contingenti forniti da Paesi alleati.
È un modo per sostenere una guerra di logoramento che continua a produrre perdite ingenti su entrambi i fronti.
Un parallelo con la Legione straniera francese è un confronto possibile?
No, sono due realtà completamente diverse.
La Legione straniera recluta sulla base di presupposti e condizioni conosciute. Il legionario sa di entrare in una struttura militare, conosce gli obblighi e può ottenere uno status, benefici e, a determinate condizioni, la cittadinanza francese.
Esiste inoltre una forte identità di corpo e un’adesione quasi sacrale alla bandiera francese. Gli uomini di cui parliamo nel paper, invece, possono essere stati ingannati sulla natura stessa del contratto.
Anche quando il legionario viene impiegato nelle missioni più pericolose, mantiene uno status e riceve un riconoscimento. Nel sistema descritto in “Carne da cannone”, questo rispetto della persona non emerge.
Tutti gli stranieri che combattono per la Russia sono dunque costretti o ingannati?
No. Esistono anche volontari autentici, così come esistono volontari stranieri che combattono dalla parte ucraina.
Non bisogna commettere l’errore di classificare automaticamente chiunque combatta per Mosca come vittima di coercizione. Il paper si concentra sulle forme occulte, fraudolente o ricattatorie di reclutamento, non nega l’esistenza di adesioni consapevoli.
Anche l’Ucraina incontra difficoltà nel trovare uomini. Gli stessi problemi si presentano dall’altra parte del fronte?
L’Ucraina ha reclutato volontari stranieri, ma con il prolungarsi della guerra ha iniziato a mostrare difficoltà crescenti. Ci sono diserzioni, stanchezza, resistenza alla mobilitazione e proteste contro le modalità con cui gli uomini in età militare vengono prelevati.
Il problema esiste anche sul fronte ucraino e sarebbe scorretto negarlo.
Ciò che bisogna ammirare è la volontà di chi continua a combattere e la capacità di sviluppare soluzioni innovative nonostante la disponibilità di mezzi inferiore a quella russa. L’impiego dei droni ne è un esempio.
Il maggiore punto debole del sistema politico-militare ucraino resta però la corruzione. In una situazione così tragica, vedere persone che lucrano sulla guerra e sulla sofferenza del Paese è particolarmente grave.
La corruzione ucraina può essere utilizzata per giustificare l’invasione russa?
Assolutamente no. La corruzione esiste in Ucraina, ma esiste anche nell’oligarchia putiniana.
La differenza è che, in Russia, la gestione degli avversari e delle lotte interne avviene spesso in maniera molto più drastica. In Ucraina assistiamo a rimozioni di ministri o vertici militari; dall’altra parte i metodi sono differenti.
Soprattutto, resta una responsabilità originaria che non può essere cancellata: la Russia ha invaso l’Ucraina. Le contraddizioni di Kiev non assolvono Mosca.
Ci sono italiani che combattono su entrambi i fronti…
Sì, possiamo dire che anche in questo siamo “bipartisan”.
Ci sono italiani che hanno scelto la causa ucraina per ragioni ideologiche e altri che continuano a vedere nella Russia contemporanea una sorta di erede dell’Unione Sovietica o un’alternativa moralmente superiore all’Occidente.
È una visione che non tiene conto della realtà dell’attuale sistema russo e delle sue dinamiche di potere.
Esistono poi ragioni personali e familiari. Chi ha una moglie o una compagna ucraina tende più facilmente a sostenere Kiev; chi ha legami familiari con la Russia può orientarsi nella direzione opposta.
In futuro anche l’Italia potrebbe valutare una propria Legione straniera per compensare la carenza di volontari?
Non credo che, nelle condizioni attuali, sia una prospettiva realistica.
Siamo ancora a un livello precedente: quello della cittadinanza. Non si può pensare di riproporre un modello coloniale di truppe d’oltremare.
Nelle Forze Armate italiane possono già entrare giovani originari di altri Paesi, ma devono essere cittadini italiani e vengono arruolati alle stesse condizioni degli altri.
Non vedo, almeno per il momento, la possibilità di creare una forza straniera separata.
Droni, robot e sistemi autonomi potranno un giorno eliminare il problema della disponibilità di uomini?
Potranno ridurre l’esposizione del personale, ma emergerà un’altra dipendenza.
Se i componenti fondamentali vengono prodotti a basso costo all’estero e in Italia o in Europa ci limitiamo all’assemblaggio, non avremo una filiera autonoma che vada dalla progettazione alla produzione delle componenti di base.
Continueremo quindi a dipendere dai mercati esteri e, paradossalmente, potremmo dipendere proprio da Paesi considerati potenziali avversari.
La guerra tecnologica non ha dunque cancellato la “carne da cannone”. Ha semmai reso più complessi i meccanismi con cui gli uomini vengono individuati, convinti, comprati o costretti a raggiungere il fronte.
L’articolo «Carne da cannone»: come la Russia recluta stranieri da inviare sul fronte ucraino proviene da Difesa Online.
A oltre quattro anni dall’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina, droni, sistemi autonomi e guerra elettronica hanno trasformato il campo di battaglia,…
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