Altro che Iran, il maxi budget USA da 1,5 trilioni prepara il confronto armato con la Cina
Quello annunciato ieri da Trump non è ancora il nuovo bilancio della “Guerra” degli Stati Uniti. Per ora è una proposta della Casa Bianca. Prima di diventare effettiva dovrà essere esaminata, discussa e votata dal Congresso. Il fatto che alla Camera dei Rappresentanti siano già state fissate, per l’11 e il 24 giugno 2026, le riunioni in cui il testo verrà analizzato dimostra proprio questo: non siamo ancora davanti a una decisione definitiva, ma a una richiesta politica che deve completare il suo percorso.
Anche la cifra di 1,5 trilioni di dollari va letta con prudenza. Non si tratta soltanto del bilancio ordinario del Pentagono, ma del totale della spesa per la difesa nazionale, ottenuto mettendo insieme più voci. In questa somma rientrano circa 1,15 trilioni previsti nel bilancio normale e altri 350 miliardi che l’amministrazione vuole ottenere attraverso un diverso passaggio legislativo. Secondo il centro studi CSIS, la parte riferibile direttamente al Dipartimento della Guerra arriverebbe così a circa 1,45 trilioni di dollari, con un aumento reale vicino al 40% rispetto all’anno precedente.
Un aumento di questa portata rende poco credibile l’idea che tutto dipenda soltanto dalla crisi con l’Iran. Il Pentagono parla apertamente di un investimento eccezionale, pensato per rafforzare le capacità militari americane nel tempo, con 756,8 miliardi destinati a nuovi mezzi e sistemi, 18 miliardi per avviare il progetto Golden Dome e oltre 74 miliardi per droni e sistemi anti-drone.
Reuters riporta che il pacchetto comprende anche forti investimenti in missili, intelligenza artificiale e marina militare, con la più ampia richiesta di fondi per il settore navale dal 1962. Non sembra quindi un piano pensato soltanto per affrontare una crisi in Medio Oriente, ma il segnale di una potenza che ritiene necessario rafforzarsi in profondità.
Naturalmente l’Iran ha avuto il suo peso. Il conflitto ha messo in evidenza alcuni limiti degli Stati Uniti: scorte non sempre sufficienti, tempi non rapidi nel sostituire i sistemi utilizzati e un problema di costi, perché spesso abbattere una minaccia relativamente economica richiede intercettori molto più costosi. Tuttavia, lo stesso CSIS osserva che questa proposta di bilancio non comprende ancora una voce specifica per coprire direttamente i costi della guerra contro Teheran. Reuters segnala infatti che quelle spese dovranno probabilmente essere affrontate con un provvedimento separato. In sostanza, l’Iran spiega il senso di urgenza, ma non basta da solo a spiegare l’impianto complessivo del bilancio.
A chiarire il vero obiettivo strategico è soprattutto la composizione della spesa. La U.S. Navy chiede 377,5 miliardi di dollari, di cui 65,8 miliardi per i cantieri navali, oltre a un vasto programma di acquisizioni che comprende 34 nuove navi e 123 velivoli. Il Dipartimento dell’Aeronautica* punta invece a 338,8 miliardi, con una forte enfasi sulla deterrenza, sulla prontezza operativa e sul rinnovamento delle capacità aeree e spaziali.
Quando Washington investe contemporaneamente in cantieri, bombardieri, spazio, droni, missili e scorte di munizioni, il riferimento reale non è una sola crisi regionale, ma la possibilità di uno scontro molto più ampio e impegnativo con una grande potenza: la Cina.
Ed è proprio qui che questo nuovo bilancio assume il suo significato più profondo. Se gli Stati Uniti ritengono necessario un salto di queste dimensioni per rafforzare la propria credibilità militare, significa che la superiorità accumulata negli anni passati non è più considerata sufficiente. La richiesta per il 2027 appare quindi meno come un semplice aumento di spesa e più come il riconoscimento implicito di un ritardo accumulato nel riarmo industriale, operativo e tecnologico. Un ritardo che, dal punto di vista americano, dovrà essere recuperato nel corso di più anni. Lo stesso CSIS osserva inoltre che, dopo il forte aumento previsto per il 2027, l’andamento successivo scenderebbe in termini reali del 16% tra 2027 e 2028, per poi stabilizzarsi. Questo elemento solleva dubbi sulla tenuta politica di uno sforzo che, per essere davvero efficace, dovrebbe invece proseguire nel tempo.
La questione decisiva, quindi, non è se questo bilancio sia enorme, ma se sia abbastanza. Per scoraggiare o affrontare Pechino non bastano cifre impressionanti sulla carta. Servono anni di continuità, una base industriale capace di produrre rapidamente, una logistica robusta, scorte adeguate e la capacità di trasformare il denaro speso in forza militare concreta. Se persino con livelli di spesa così alti gli Stati Uniti dovessero risultare ancora insufficienti in un eventuale confronto con la Cina, il problema sarebbe profondo e strutturale. Non riguarderebbe solo i soldi, ma la capacità stessa del sistema americano di tradurre risorse immense in navi, munizioni, flotte, infrastrutture spaziali e deterrenza credibile nel Pacifico.
Per questo il nuovo bilancio statunitense non va letto come una semplice risposta all’emergenza iraniana. Va interpretato piuttosto come il tentativo di rimettere in moto una macchina militare che si sente esposta a una competizione molto più ampia.
L’Iran può aver accelerato la presa di coscienza. Ma il vero riferimento, dietro quasi tutte le principali voci di spesa, resta Pechino. Ed è proprio per questo che il passaggio decisivo non sarà l’annuncio politico, ma la capacità del Congresso di trasformare realmente questa richiesta record in forza efficace in tempi estremamente complessi.
* Il Department of the Air Force (Dipartimento dell’Aeronautica) negli Stati Uniti agisce come dipartimento amministrativo che comprende due distinte forze armate: la United States Air Force (USAF) e la United States Space Force (USSF)
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