Ankara nella palude: repressione politica, fuga dei capitali e crisi del modello Erdoğan
La storia, bene o male, si ripete; beninteso, quando lo fa capita anche che estenda imprevedibilmente i suoi effetti su più teatri rinnovando le scenografie, scegliendone di inedite, o magari riproponendo fondali semplicemente dimenticati. Se il Regno Unito annaspa, quello spagnolo propone dei refrain in cui il brillio delle pietre preziose occultate in caveau nascosti oscura santificate glorie politiche e miti di neanche tanto tempo fa, mentre la Turchia si riavvicina ad una condizione patologica non affine certo a quella di inizio XX secolo, ma molto più complessa e destabilizzante.
In Anatolia, con un deciso aumento della polarizzazione, è continuata la pressione su sindaci ed esponenti del Partito popolare repubblicano (Chp), mentre esternamente il processo di dialogo avviato per la soluzione della questione curda è incorso in più di una battuta d’arresto. È proprio il laico e socialdemocratico Chp, partito kemalista per eccellenza, ad impensierire l’establishment, in quanto espressione di una opposizione capace di conseguire una vittoria storica alle amministrative di marzo 2024, superando per la prima volta l’Akp del reis, tuttavia pronto a rilanciare lo scontro con l’arresto del sindaco di Istanbul, Ekrem Imamoğlu. Forte nelle sue roccaforti storiche sull’Egeo, dal 2009 il Chp ha cercato di attrarre il segmento religioso e conservatore, specie in ambito alawita.
Stanti gli arresti di 16 sindaci del Chp, 13 dei quali poi sostituiti da commissari governativi, così come avvenuto dal 2019 nelle province a maggioranza curda, Özgür Özel, leader del Chp, non ha avuto remore nel parlare del tentativo di marginalizzare la sua formazione politica, l’ultimo ostacolo verso l’instaurazione di un sistema a partito unico. Non a caso lo stesso Özel è stato oggetto di un’inchiesta per presunte irregolarità relative al congresso che lo aveva eletto, nel 2023, alla guida del Chp al posto di Kemal Kılıçdaroğlu. Malgrado il tribunale di Ankara abbia deciso per l’archiviazione, la pressione non è diminuita ed Özel è risultato tra i 10 parlamentari per i quali la presidenza ha richiesto la sospensione dell’immunità pur senza fornire alcuna indicazione.
Attualmente il Chp si è confermato il primo partito con oltre il 34% dei consensi contro il 29,7% dell’Akp, mentre Imamoğlu vanterebbe ben 16 lunghezze su Erdoğan in un ipotetico ballottaggio presidenziale. Tuttavia, difficilmente Imamoğlu potrà competere, posto che neanche Erdoğan potrebbe presentarsi per un terzo mandato, a meno che non intervenga una opportunissima riforma costituzionale tipo manna dal cielo, o una più probabile tornata di elezioni anticipate.
Continua intanto il tentativo di politica di risanamento del ministro delle Finanze Mehmet Şimşek, entro la cornice di un quadro economico che illustra il perché della vulnerabilità di Erdoğan, amplificata da quello che appare sempre più come un golpe giudiziario che se da un lato azzoppa gli antagonisti dall’altro riserva l’amara certezza di annullare qualsiasi progresso conseguito. Peccato, perché Erdoğan aveva appena deciso di puntare su una posta più ambiziosa di una comune riforma fiscale, introducendo un regime pensato per attirare nell’Istanbul Financial Center patrimoni, imprenditori, multinazionali alla stregua di Dubai, Singapore e Hong Kong.
Attenzione però anche all’altra lettura, quella che mostra la Turchia quale Paese che necessita urgentemente di capitali e valuta estera. Ma è questa la contraddizione più forte: il lancio sul mercato di uno dei regimi fiscali più aggressivi d’Europa mentre rimangono dubbi su inflazione, indipendenza giudiziaria, tenuta valutaria. Il taglio dei tassi al 37% era stato calcolato su una discesa dell’inflazione, ma il crollo della borsa e la fuga di capitali determinati dagli ultimi attriti hanno cancellato qualsiasi spazio di manovra a sostegno della crescita: una fiducia faticosamente ed a lungo costruita bruciata in pochissime ore, con gli investitori terrorizzati da un’imprevedibilità istituzionale capace di polverizzare qualsiasi dato macroeconomico di valore1.
Insomma, Ankara è in crisi, con un’inflazione reale elevata e caratterizzata da una perdita di valore della divisa, negli ultimi anni, del 90%. Inevitabile chiedere aiuto a Qatar, EAU e Arabia Saudita, accettando condizioni politiche tali da ridurne l’effettiva rilevanza strategica con la dispersione dello status di hub&spoke tra Occidente e Oriente, con gli USA concentrati sull’Indo-Pacifico, l’UE su sicurezza energetica e guerra in Ucraina, la Russia che opera per diminuire la sua dipendenza proprio dal corridoio turco.
È qui che la Nato vede la Turchia come un problema, con gli USA pronti a rafforzare la presenza in Grecia sì da ridurre la centralità marittima turca nel Mediterraneo orientale. Mentre l’UE mantiene un atteggiamento ambiguo, intimorita da nuove destabilizzazioni migratorie, solo due Paesi continuano a nutrire un interesse organico per Ankara: l’Italia, per Leonardo e la cooperazione industriale e militare; la Germania, per l’economia ed il timore di una nuova diaspora anatolica.
In un momento in cui flaianamente la situazione politica è grave ma non seria, continuano ad essere emanati provvedimenti che sarebbero comunque grotteschi se non si pensasse a quanti e quali danni producono; basti guardare all’Università Bilgi, vivaio politico delle opposizioni, prima chiusa e poi riaperta con decreto presidenziale nel giro di pochi giorni e la cui proprietà, la Can Holding, è stata oggetto di attenzioni nel settembre 2025 tali da imporre l’amministrazione statale fiduciaria per giungere alle odierne proteste contro cui è intervenuta la polizia, che non ha esitato nell’uso della forza per sgomberare gli immobili.
Di fatto, le ultime settimane hanno dimostrato che, in Turchia, tutto è possibile e che chiunque può essere coinvolto in circostanze affini ad un incubo da Fuga di Mezzanotte, la stessa ora in cui sono state pubblicate le decretazioni sulla Bilgi. Eppure, stavolta, la capillarità del regime si è scontrata con la resistenza opposta dalla Gen Z, quasi a voler dimostrare che la piazza può incutere timore specie dopo l’arresto del sindaco İmamoğlu visto sia che gli universitari rischiano per il loro futuro, sia che non hanno mai visto un governo diverso da quello di Erdoğan.
La rimozione per via giudiziaria della leadership del Chp ha aperto una nuova fase dello scontro politico; in attesa delle prossime elezioni il governo punta a indebolire l’opposizione che rischia la scissione, specie dopo il ritorno di Kemal Kilicdaroglu, l’ex leader estromesso in occasione del congresso del 2023 e dopo che il trasformismo è diventato un’esigenza tale da consentire discutibili cambi di casacca verso l’Akp. Se è vero che l’uso della giustizia compendia una strategia governativa che vuole calibrare i parametri dell’attività politica, è altrettanto vero che un voto anticipato appare sempre meno improbabile, specie con il Chp potenzialmente diviso al suo interno. Del resto, il timore nutrito verso il Chp trova spunto in quella che viene percepita sia come una minaccia esistenziale all’attuale sistema di potere sia come un’alternativa che non ammette convivenze.
I provvedimenti contra Özel arrivano nel momento in cui il governo starebbe dialogando con il PKK per concludere un conflitto pluridecennale, sì da suscitare aspri commenti circa una repressione che attenta alla credibilità dei tentativi laddove immersi in un contesto privo di guarentigie democratiche. Con l’arresto di Imamoğlu e la battaglia in atto tra magistratura e opposizione, Özel si sta imponendo come leader capace di sostituire lo stesso Imamoglu, almeno fino a quando recluso e dopo essersi imposto sul vecchio leader Kılıçdaroğlu: il Chp si muove per trasformarsi in forza popolare e inclusiva e non solo di pura resistenza.
Özel ha tentato la yumuşama, la normalizzazione, incontrando Erdoğan, ma il tentativo si è interrotto bruscamente una volta che il reis ha visto chiaramente Özel accreditato quale Kingmaker presidenziale. Ecco che trova fondamento la messa in discussione della competitività del sistema politico turco, avviato ad un caos progressivo, dove la sentenza ha una conseguenza ancora più profonda mettendo in discussione la competitività dell’intero sistema politico turco.
A voler azzardare si potrebbe scorgere qualcosa della Teoria dei sistemi fragili, dove piccoli guasti si accumulano fino a giungere ad un collasso sistemico attraverso una progressione geometrica del disordine, prova ne siano le indagini in corso sul sindaco di Ankara, Mansur Yavaş, un chiaro segnale su come le prossime elezioni non saranno né eque né competitive.
Gli attori politici esterni possono (e vogliono) poco, dato che per l’UE il processo di adesione turco di fatto è sospeso, per l’attuale amministrazione americana le priorità sembrano essere diverse mentre per i suoi partner più prossimi, Ankara rimane cruciale quanto meno nel prossimo futuro. In fin dei conti gli unici abilitati a plasmare il proprio futuro rimangono i turchi con tutte le incognite del caso, a cominciare dalla violenza di piazza nei principali centri nazionali dove immagini pubblicate sui media mostrano a Adana dei militanti dell’Akp tra i poliziotti mentre lanciano pietre contro i manifestanti, senza contare la denuncia della stampa turca circa la presenza, tra gli uomini in uniforme, di civili armati di randelli.
Nel breve termine, Erdoğan non rischia ancora molto circa la tenuta del potere, visto che ne controlla i gangli, ma l’estremismo della dottrina giuridica dell’assoluta nullità adottata per annullare la leadership di Özel dimostra la logica della difesa preventiva di un regime che si sta addentrando nella palude dei rischi strutturali: l’economico da investimenti; il collasso del sistema fondato sui bassi tassi di interesse; il boomerang della creazione di martiri politici quali ultimo baluardo contro il fascismo istituzionale; la trasformazione delle prossime elezioni presidenziali in un cruento referendum personale.
Di fatto, Erdoğan si sta dirigendo verso l’impossibilità di transizioni ragionate visto che i canali istituzionali del dissenso sono stati azzerati e che l’unica dialettica è quella da dentro o fuori; per il reis, perdere oggi significherebbe portare la sua eredità politica e familiare all’annientamento.
Cosa attendersi? Un inasprimento dello stato di polizia capitalizzato dalla frammentazione del Chp; una saldatura, forse la più pericolosa, tra un’escalation delle proteste e la congiuntura economica che sta finendo di erodere il potere d’acquisto delle famiglie. Se si percepirà l’infrangersi della sottile linea rossa della democrazia, non è escluso che l’opposizione possa cronicizzarsi per trasformarsi in elemento di instabilità costante per l’intero quadrante anatolico.
Il parallelo Gezi Park 2013 sorge spontaneo, benché le differenze strutturali siano profonde: mentre a Gezi Park, luogo ancora vivo nella memoria popolare, la rivolta fu spontanea e verso l’alto, gli eventi odierni portano a pensare ad uno scontro frontale a carattere istituzionale molto più pericoloso e totalizzante. A Gezi Park la gioventù chiedeva spazio vitale, oggi si tratta di una battaglia di potereper il pluralismo politico.
Da non sottovalutare le dichiarazioni di Devlet Bahçeli, leader del partito ultranazionalista Mhp, pietra angolare esterna del governo Erdoğan, secondo cui dopo l’Iran, il prossimo obiettivo è la Turchia, così da creare la sensazione da assedio da Fortezza Bastiani. Si tratta di un’affermazione di impatto non solo retorico ma geopolitico, dato che Bahçeli evoca lo spettro di una minaccia esterna sostenendo che la destabilizzazione che colpisce l’Iran faccia parte di un piano più ampio volto a colpire in seconda battuta Ankara, determinata a fare sì che il XXI sia il secolo della Turchia ma dimentica del rischio di poter perdere il controllo della propria autonomia strategica.
Al di là delle possibili ed apparenti aperture alla querelle curda, le affermazioni di Bahçeli appartengono al campionario della più sprezzante e calcolatrice ingegneria geopolitica, poiché puntano ad evitare che il Chp possa appropriarsene per compattare il fronte anti AKP.
La Turchia si trova di fronte ad una situazione difficilmente interpretabile: nel nuovo MO il suo spazio geopolitico si sta riducendo per l’emersione arabo israeliana, con gli Emirati che tendono a bypassare Ankara, soggetto politico da contenere; all’interno, la debolezza congenita spinge ad usare il leverage politico per compattare un nazionalismo pericoloso in un mix che riduce le capacità di influenzare gli equilibri regionali.
Al netto di una sorprendentemente mancata e più attenta considerazione degli eventi turchi, le prossime settimane potranno forse dare risposte e prime ipotesi su un Paese in crisi ma forte di una convinta profondità strategica.
1 La Banca centrale è stata costretta a vendere quasi 8 miliardi di dollari di riserve in valuta estera per contenere le oscillazioni della lira turca sui mercati.
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