Budapest cambia guida, non rotta
L’Europa dell’est esercita un fascino oltre il tempo: dalle maglie strette della cortina di ferro il vento ha soffiato sulle braci del romanticismo delle danze ungheresi fino al bagno di sangue di Melbourne del 1956, quando i pallanuotisti magiari si imposero con rabbia, disperazione e classe sulla nazionale sovietica riconquistando l’oro olimpico; il campo dei ragazzi della via Pàl si è materializzato per qualche ora nei 33 metri di una piscina diventata patria, con tantissimi soldati alla Nemecsek in un esercito pieno di ufficiali e con pochi e saggi Giovanni Boka, forse il vero ideale di un Magyar tuttavia ambivalente e quanto mai vicino all’italianissimo Tancredi Falconeri; quanto sta accadendo più che ad eroismi richiama al Gattopardo di Tomasi di Lampedusa dove, se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi.
La guerra ucraina ha spostato i baricentri Nato e UE verso oriente e Baltico, tanto da attrarre Finlandia e Svezia ad Ovest incentivando il sentimento atlantista di Paesi tradizionalmente in conflitto con Mosca, come la Polonia, l’unico vero pivot europeo che, alla testa del Tallinn Group, guarda ai Balcani occidentali alzando la percentuale del PIL per la difesa avvicinandosi al 5%, tenendo ben vivo il ricordo di una geografia da prima linea grazie al corridoio di Suwalki, che condanna Varsavia ad un’attesa logorante da Fortezza Bastiani, la stessa che vivono le repubbliche baltiche.
Ma non tutti si sono allineati alle posizioni baltico-polacche, tanto che Ungheria e Slovacchia hanno preferito dialogare con Mosca, dimostrando la loro contrarietà al sostegno a Kiev. Il quadro orientale è quanto mai dinamico; da Tbilisi a Chişinău e Bucarest, protagonista nel 2024 dell’annullamento degli esiti elettorali per via di presunte interferenze estere, Mosca mantiene alta la tensione grazie ad un arco di instabilità ed alla presenza di repubbliche non riconosciute, come Transnistria, Ossezia del Sud e Abcasia, in competizione con Moldavia e Georgia, Stati in pericolosa analogia con l’Ucraina prebellica.
Di fatto, l’attualità offre il panorama di un contesto internazionale caratterizzato da fronti di crisi e non da singoli conflitti sistemici, dove il confine tra pace e guerra diventa sempre più indistinguibile e dove l’allargamento europeo è tornato ad essere una priorità prima che Russia o Cina riempiano i vuoti politici in Serbia o Bosnia.
Intanto sono stati i mercati a reagire per primi alla vittoria di Magyar, secondo un andamento controtendente rispetto alla crisi vissuta in occidente per il rialzo del prezzo del petrolio, in funzione di un’anomalia legata a fattori interni che Bloomberg inquadra in un panorama da nuovo inizio, dove la finanza sta guardando ad un possibile cambio di traiettoria economica dovuto al più che ipotizzabile sblocco dei fondi europei, resi necessari dalle necessità di bilancio e dal bisogno di sostenere la domanda aggregata senza perdere il controllo del deficit; il problema sta nel riuscire a comprendere la strutturalità politico-economica inserita in un contesto in cui una democrazia liberale ed una illiberale si contendono il potere, condizionate dalla rigidità di Bruxelles, troppo attenta alla burocrazia e poco alla storia.
L’interpretazione dei fatti budapesti, in attesa del previsto e devastante spoil system, può essere fuorviante, visto che il cambio di leadership potrebbe non segnare l’ingresso in una fase differente ma solo il passaggio da una leadership senza cambi di paradigma politico, ma con adattamenti privi di svolte. Non è escluso che la politica precedente troverà altre forme meno conflittuali, animate da competizioni interne che si muovono entro lo stesso contesto ideologico di cdx, cosa che fa pensare ad un riassestamento funzionale in cui le linee, senza discontinuità tra flussi migratori e sovranità, sostanzialmente non cambiano.
Il riavvicinamento a Bruxelles riguarda sia la difesa, con oltre 17 miliardi di euro su 35 che l’UE tiene ancora bloccati sia la delicatissima querelle energetica, con Budapest ancora dipendente dalle importazioni russe e con un’economia caratterizzata da un deficit troppo elevato e destinato ad ulteriori sofferenze indotte da investimenti necessari su sanità, istruzione, servizi sociali e trasporti, con il rischio di dover scegliere l’inconciliabilità tra consolidamento fiscale e rilancio della spesa.
L’Ungheria post Orbán si trova dunque ancora a dx, con la scomparsa della sn e l’inizio della competizione alla polacca tra dx liberal conservatrice e dx nazionalista, impegnate su temi macroeconomici, probabilmente i più cari a qualsiasi elettorato colpito dall’arretramento del PIL pro capite, senza contare l’orientamento politico internazionale, appiattito su Mosca, mai così sentito a 70 anni dalla rivolta di Budapest ed acuito negativamente dalle visite elettorali statunitensi.
Il successo di Magyar è passato attraverso una campagna incentrata sui problemi concreti senza prestare il fianco a temi ideologici e basata su una presenza territoriale capillare, capace di intercettare quota parte dell’elettorato più disilluso. Le incognite ovviamente sono tante, tra cui il confronto con un apparato istituzionale la cui trasformazione richiederà tempo alla luce di un effettivo consenso politico da tarare alla luce di un populismo declinato differentemente e che impedisce di usare metodi che potrebbero essere considerati analoghi a quelli del precedente esecutivo.
La differenza tra Magyar, che verso Fidesz ha adottato un sistema da insider, e l’Orbán leader della no-balization, dipenderà dalla gestione del potere una volta terminata una transizione che non elide il pragmatismo con Mosca e che non può cambiare repentinamente la postura geopolitica impressa in 16 anni, condizionata dalla mancanza di accessi al mare e da una dipendenza idrocarburica all’80%1, senza contare le relazioni con la Cina di Xi2 e la dichiarata politica nei confronti e dell’immigrazione e di Kiev, data la questione dell’oleodotto Druzhba.
Del resto, il fatto che esistano ancora Paesi europei che puntano su Mosca è il frutto dell’evoluzione di una combinazione di elementi storici, politici ed economici, non da ultima sia la mancanza nel 1989 di un Piano Marshall sia la matematica della sopravvivenza energetica ed infrastrutturale, sostenuta dall’uso dell’IA e da un pragmatismo che ha rielaborato la memoria storica sì da trasformare Bruxelles in una nuova Mosca creando nuovi ed inediti antagonisti, ed ingenerando nei Paesi dell’Est la sensazione di trovarsi costantemente sotto esame.
Esiste tuttavia un collegamento tra Russia, la polarizzante Ucraina, Ungheria e Moldova, dove la geografia si scontra con le divergenti ambizioni strategiche tra i due blocchi, decisi a conquistare ciascuno una sempre maggiore profondità strategica, con Kiev stato cuscinetto, Chișinău secondo fronte, Budapest (ex) cavallo di Troia.
Prevedibilmente, post elezioni ungheresi, Mosca agirà secondo un’attesa diplomatica che terrà conto sia del già citato pragmatismo sia di una strategia revisionista del caos, basata su una propaganda destabilizzante che erode la fiducia e che punta alla riconquista dei confini sovietici, mettendo in discussione una volta di più la teoria storica di Fukuyama.
Insomma, abituiamoci ad operazioni cognitive di attrito psicologico e generatrici di instabilità permanente specialmente nei Balcani Occidentali, pur con la presenza del gruppo di Visegrad, che sta attraversando la sua crisi storica d’identità più profonda con la fine dell’asse Ungheria-Slovacchia ed un ritorno ad un centro europeista polacco pragmaticamente opposto a Mosca, indirizzata a creare possibili recessioni economiche correlate alle necessità energetiche.
Ora andiamo sul geopsicologico: quanto pesa la solitudine (politica) su di un leader? Pericolosamente tanto, anche perché porta a radicalizzazioni: quella del numero primo slovacco, Fico, agita un malessere europeo, benché abbia comunque perso lo scudo populista-diplomatico del numero primo ungherese; quella di Zelensky è sostenuta dalla disperazione da possibile abbandono occidentale, foriero di un nemico (russo) alle porte (polacche); la solitudine di Putin è da paria globale, quella di Maia Sandu è da isola circondata da un mare infestato da squali, quella di Magyar è da studente sotto esame obbligato a mantenere realisticamente la stabilità interna mentre sposta il fuoco sull’UE; se fallirà, permetterà quasi certamente il ritorno populista filorusso.
Sulla solitudine del Presidente americano si può solo immaginare come sia stata autoindotta fino al limite dell’anatra zoppa autolesionista, visto che ad ogni masochistico ritiro statunitense corrisponde un’avanzata di Pechino, prossimo nuovo baricentro diplomatico: tutto molto bello avrebbe detto il grande Bruno, ma evidentemente fino ad un certo punto.
George Kennan avrebbe guardato all’attuale situazione con un sorriso amaro da mancato ed intelligente contenimento del soggetto politico russo, attore caratterizzato da insicurezza interna e aggressività esterna; un nuovo lungo telegramma, ne siamo certi, avrebbe richiamato al ritorno della diplomazia professionale scansando quella della piazza, trattando Mosca come un problema logistico e pratico e non certo morale, sottolineando la necessità del perseguimento degli interessi nazionali; anche Kennan probabilmente sarebbe in solitudine, ma di certo per un eccesso di cultura in un mondo naturalmente rozzo mentre, intanto, Magyar si rifà al pragmatismo kissingeriano, poco ideologico e molto concreto, secondo una versione meno cinica e più tecnologica, dove la completa indipendenza è diventata una chimera, o magari lo è sempre stata.
Più probabilmente, ora si affermerebbe la visione di Eisenhower, dove un’Europa integrata e tecnicamente autonoma è l’unica garanzia che sta permettendo a Moldova e Ucraina di resistere, grazie ad una logistica evoluta. Il voto di Budapest comunque non sembra aver prodotto onde lunghe: in Bulgaria l’euroscettico filorusso Radev ha vinto con oltre il 44% di preferenze.
Attualmente mancano diverse cose: un programma stile 1946 ed una strategia operativa egemonica più, quasi sicuramente, un nuovo Kennan, tenuto conto che il diritto ha valore solo tra uguali, mentre i forti fanno quello che possono e i deboli subiscono ciò che devono3.
Posto che il trasformismo può diventare un’esigenza, il conservatore Magyar si accinge a cambiare i toni, ma non la sostanza di linee identitarie e difensive. Peccato. Mai come ora Boka e Nemecsek osservano romanticamente dalla Via Pàl, così come guardano ansimanti da una piscina di 70 anni fa 15 ungheresi che ci hanno creduto, malgrado tutto, e hanno vinto . Ma del resto è proprio il romanzo di Molnar a ricordare che a volte si diventa grandi tutto d’un colpo, in un solo pomeriggio. E realisticamente è così che deve andare.
1 Vd. la realizzazione russa della centrale nucleare di Paks II
2 Pechino ha investito nella produzione di auto elettriche e celle per batterie e sta costruendo la ferrovia che collegherà Budapest a Belgrado e al porto greco del Pireo.
3 Tucidide
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