Dal centro di gravità al sistema di gravità: perché Carl von Clausewitz va aggiornato nel XXI secolo
La guerra è tornata al centro del sistema internazionale, ma gli strumenti concettuali con cui continuiamo ad analizzarla appaiono sempre più inadeguati. Le categorie novecentesche, costruite su conflitti industriali e lineari, faticano a spiegare fenomeni che caratterizzano il presente: crisi sistemiche senza distruzione su larga scala, effetti strategici sproporzionati rispetto all’azione militare, centralità crescente della percezione rispetto alla realtà operativa. Le recenti tensioni nel Golfo Persico ne offrono un esempio paradigmatico: la sola possibilità di un’interruzione dei flussi energetici, anche in assenza di danni concreti, è sufficiente a produrre effetti globali immediati. Comprendere la guerra, oggi, non significa più soltanto analizzare lo scontro tra forze armate, ma interpretare il funzionamento di un sistema complesso e interconnesso. È su questo terreno che si rende necessario aggiornare alcune categorie classiche, a partire da una delle più influenti: il centro di gravità.
Per comprendere la portata di questo aggiornamento è opportuno ripercorrere, sia pur brevemente, la genealogia del concetto. Antoine-Henri Jomini, il grande sistematizzatore della dottrina napoleonica, elaborò la nozione di punto decisivo – point décisif – come nucleo della sua teoria operativa. Il punto decisivo è un elemento fisico, localizzabile sulla carta topografica: una posizione geografica, un nodo di comunicazione, un passaggio obbligato il cui controllo conferisce vantaggio all’avversario. La logica è geometrica ed esogena: l’elemento determinante è identificabile dall’esterno del sistema nemico, misurabile, conquistabile. La guerra, in questa prospettiva, è un problema di geometria applicata, e la vittoria dipende dal colpire il luogo giusto nel momento giusto.
Carl von Clausewitz compì un passo teorico decisivo. Il Schwerpunkt – il centro di gravità – non è più un punto fisico sul terreno, ma l’elemento che garantisce forza e coesione all’intero sistema avversario. Può essere l’esercito principale, la capitale, un’alleanza o, nel caso di movimenti di resistenza popolare, la volontà politica stessa. La natura del Schwerpunkt è quindi endogena: non è rilevabile dall’esterno con gli strumenti del geometra, ma deriva dalla struttura interna del sistema nemico, dalla coesione del legame tra esercito, governo e popolo che Clausewitz individua come trinità dinamica del conflitto. Questa concezione è strutturalmente più sofisticata di quella jominiana, ma condivide con essa un presupposto fondamentale: che esista un punto – o quanto meno un elemento identificabile – la cui neutralizzazione produce un effetto decisivo sull’intero sistema. La linearità causale è preservata: colpisci il centro di gravità, il sistema collassa.
Negli ultimi decenni, il pensiero strategico ha progressivamente ampliato e problematizzato il concetto di centro di gravità, spostando l’attenzione dalle entità materiali alle relazioni tra capacità, vulnerabilità e sistemi. Le dottrine più recenti, sviluppate anche in ambito NATO, hanno introdotto una visione multi-dominio della guerra, riconoscendo l’interazione tra dimensioni terrestri, marittime, aeree, spaziali e cyber, cui si è aggiunta una sfera sempre più rilevante: il dominio cognitivo, inteso come spazio in cui si formano percezioni, decisioni e volontà. L’Allied Joint Doctrine for the Conduct of Operations (AJP-3) e l’Allied Joint Doctrine for Operational-Level Planning (AJP-5) riconoscono esplicitamente la centralità di questa dimensione, inquadrando il dominio cognitivo come spazio in cui la volontà del nemico può essere condizionata prima ancora che le sue capacità materiali vengano degradate.
Parallelamente, si è affermata una concezione sistemica del conflitto, in cui gli attori non operano più in isolamento, ma all’interno di reti complesse, dove gli effetti di un’azione possono propagarsi in modo non lineare. In questo processo, il centro di gravità ha iniziato a perdere la sua natura puntuale, assumendo una forma più diffusa e meno facilmente identificabile. Se il dominio cognitivo amplifica gli effetti sul sistema di gravità, ne segue che la capacità di agire efficacemente in un conflitto contemporaneo non si misura più soltanto in termini di potenza materiale applicata, ma di comprensione e controllo delle interdipendenze sistemiche su cui quella potenza produce effetti.
Nonostante questi sviluppi, una parte significativa del pensiero strategico continua a cercare un punto decisivo, un elemento centrale da colpire per ottenere la vittoria. Questa ricerca si scontra però con la realtà di conflitti in cui gli effetti strategici non derivano dalla distruzione, ma dalla destabilizzazione. Le crisi energetiche contemporanee lo dimostrano chiaramente: è possibile generare conseguenze globali senza colpire direttamente le infrastrutture, semplicemente alterando le aspettative degli attori. Il sistema reagisce non tanto a ciò che accade, quanto a ciò che si teme possa accadere. Il problema, dunque, non è più individuare un centro di gravità, ma comprendere la natura del sistema che lo rende tale.
Da qui deriva la necessità di un passaggio concettuale. La nozione di “sistema di gravità” – che si propone qui come strumento analitico e non come revisione dottrinale formale – mira a catturare una realtà che né Jomini né Clausewitz potevano pienamente anticipare. Il centro di gravità non può più essere inteso come un punto, nemmeno come un punto interno e strutturalmente determinante: deve essere reinterpretato come una relazione sistemica, fondata sull’interconnessione tra elementi diversi e sulla fiducia che ne garantisce il funzionamento. Rispetto alla genealogia jominiana-clausewitziana, questo passaggio completa una traiettoria in tre stadi: dal punto fisico esterno e conquistabile di Jomini, all’elemento interno e coesivo di Clausewitz, alla relazione fiduciaria diffusa del sistema contemporaneo.
Il concetto di “fiducia”, introdotto come elemento centrale del sistema di gravità, richiede una precisazione operativa. Non si tratta di fiducia nel senso psicologico individuale, ma di un costrutto strutturale: la convinzione condivisa degli attori – stati, mercati finanziari, operatori logistici, consumatori di energia – che determinate reti e flussi continueranno a funzionare in modo stabile e prevedibile. Questa fiducia è il presupposto invisibile su cui poggiano le reti energetiche, logistiche, finanziarie e informative che costituiscono il sistema internazionale contemporaneo. Quando essa viene erosa, gli effetti si manifestano immediatamente e in modo non lineare, indipendentemente dal danno materiale effettivo: i mercati si aggiustano anticipando scenari avversi, le rotte vengono ridisegnate per cautela, le decisioni politiche si orientano verso la gestione dell’emergenza percepita. Colpire un nodo non equivale più a distruggere il sistema: è sufficiente destabilizzare le aspettative condivise che lo tengono insieme per ottenere un effetto strategico di prima grandezza.
Le dinamiche legate all’Isola di Kharg e allo Stretto di Hormuz illustrano con chiarezza questo passaggio. Kharg rappresenta un nodo critico del sistema energetico iraniano, mentre Hormuz costituisce uno dei principali choke point globali. Tuttavia, il loro valore strategico non risiede esclusivamente nella funzione materiale, ma nella percezione della loro sicurezza. Un’azione militare limitata su Kharg potrebbe avere effetti globali sproporzionati rispetto al danno fisico inflitto, perché verrebbe meno la fiducia nella continuità dei flussi energetici. I mercati reagirebbero immediatamente, le rotte commerciali verrebbero modificate, le decisioni politiche si orienterebbero verso la gestione dell’emergenza. In questo scenario, ciò che viene colpito non è tanto un’infrastruttura, quanto la stabilità del sistema che essa sostiene.
Il ruolo del dominio cognitivo emerge qui in tutta la sua rilevanza. Nella dottrina NATO, esso è definito come lo spazio in cui si formano le percezioni e si prendono le decisioni: non uno spazio fisico, ma l’ambiente in cui le informazioni vengono elaborate, le narrative costruite, le volontà orientate. In questo quadro, il dominio cognitivo agisce come moltiplicatore sul sistema di gravità: poiché la stabilità del sistema dipende dalla fiducia degli attori, la capacità di influenzare le loro percezioni – amplificando il rischio percepito, alterando la narrativa sugli eventi, creando ambiguità sull’attribuzione delle responsabilità – consente di produrre effetti strategici senza necessariamente infliggere danni materiali proporzionati. Gli attori non reagiscono solo ai fatti, ma alla loro rappresentazione. Controllare la rappresentazione significa intervenire direttamente sulla stabilità del sistema.
Questo mutamento ha implicazioni profonde e convergenti. Per gli Stati, la superiorità militare tradizionale non è più sufficiente: occorre comprendere e, se possibile, controllare le interconnessioni che strutturano il sistema globale. Per la guerra, il focus si sposta dalla distruzione alla destabilizzazione: l’obiettivo non è più necessariamente annientare il nemico, ma alterare le condizioni in cui opera e le aspettative su cui fonda la propria coerenza sistemica. Per la deterrenza, la credibilità assume una dimensione nuova, che non riguarda solo la capacità di infliggere danni, ma la possibilità di compromettere la stabilità del sistema su cui l’avversario si regge.
Il pensiero di Carl von Clausewitz non è superato: resta un punto di riferimento imprescindibile. Tuttavia, richiede una reinterpretazione alla luce delle trasformazioni contemporanee. La traiettoria che va da Jomini a Clausewitz a questa proposta non è una negazione progressiva, ma un approfondimento: ogni stadio conserva la logica del precedente e la porta oltre i propri limiti.
Se nel XIX secolo il punto decisivo era ciò che conferiva forza all’avversario da una posizione identificabile sul campo, e il centro di gravità clausewitziano era ciò che teneva unito il sistema nemico dall’interno, oggi il sistema di gravità è ciò che tiene insieme le relazioni di fiducia su cui poggia l’ordine internazionale. Non è più un punto da colpire, né un elemento da neutralizzare: è una relazione da comprendere. E, se necessario, da destabilizzare.
*L’autore è ufficiale e docente di Storia Militare
Fonti e riferimenti essenziali
(non esaustivi, utili come base di orientamento per il lettore)
- Clausewitz, C. von (2024), Della guerra, ed. integrale, prefazione di Mini F., trad. Fumagalli G., Tarsetti M., Villa M., IBEX Edizioni.
- Jomini A.-H. (2007), Sommario dell’arte della guerra, a cura di Botti F, Edizioni Rivista Militare.
- NATO (2019), Allied Joint Doctrine for the Conduct of Operations, AJP-3, Ed. F, Ver.1.
- NATO (2019), Allied Joint Doctrine for Operational-Level Planning, AJP-5, ED. A, Ver. 1.
- Handel M.I. (a cura di) (1986), Clausewitz and Modern Strategy, Frank Cass.
- Luttwak E.N. (2001), Strategy: The Logic of War and Peace, revised and enlarged edition, Belknap Press of Harvard University Press.
- Arquilla J., Ronfeldt D. (a cura di) (2001), Networks and Netwars: The Future of Terror, Crime and Militancy, RAND Corporation.
- Rapporti e analisi su sicurezza energetica e choke points globali (EIA, IEA) disponibili su: https://www.eia.gov.
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