E anche ‘sto mondiale ce lo siamo levato…
E anche ‘sto mondiale ce lo siamo levato… avvocato Covelli, zitto! Non si dice, bisogna salvare apparenze tarlate e demodè specie per noi, informi ectoplasmi calcistici capaci di farci gropponare 7 pappine 7 dalla Norvegia in due differenti vagonate di sberle. Sarà stato il RU! dagli spalti, saranno state classe e potenza di un centravanti (enorme!) fatto alla vecchia maniera alla John Charles, ma la bambola è stata devastante, così ubriacante che siamo riusciti a far passeggiare anche la Bosnia, altro che palla lunga e pedalare.
L’acqua sarà anche passata, ma il rodimento mica tanto, che poi è lo stesso rodimento (ma anche di più!) che sta consumando da mercoledì i sensibili esofagi francesi e inglesi; entrati in conclave da cardinali ed eccoli là usciti da chierichetti e pure condannati a ritrovarsi faccia a faccia a tavola a consumare birra e salsicce dopo aver snasato aromi più appetibili e delicati.
Ecco che gli arriva il finalino di Bertoldo, che ti paga col tintinnio della moneta per il (pro)fumo di una finale assaporata da altri e che, se ti va bene, ti porta il lacrimevole medaglino di bronzo, mentre al quarto forse un anticipo di carbone, e manco dolce. E noi lì, a vedere chi gioca, chi se la gioca, chi se la vince, chi gioca a pallone con la classe e con il cuore gettando tutto oltre quel maledetto ostacolo; noi autocondannati a farci prendere a pedate da una meritevolissima nazionale, simbolo di un Paese di 5 milioni di vichinghi, rematori nordici mica gagà.
E noi ancora lì ad aspettare l’estate tutto l’anno per vedere un unico azzurro splàpito che l’unico che lo canta ancora in un pomeriggio fin troppo lungo (12 anni!) è un certo Adriano, pure lui ormai demodè.
Gli yankee, graziati a là Marchese del Grillo da sacrosanti cartellini amaranto ma lecitamente, legittimamente, qualunquemente purgati dai picchiatori belgi, apprestano la passerella finale; il rockabilly lascia il posto a libertanghi appassionati, a valenciane e flamenchi infuocati; lasciando serenamente in pace cose molto più grandi e più serie (vd. Falkland), l’inglese dei sudditi di Sua Maestà, fregati da un allenatore amante dell’arrocco, ed il francese di galletti presuntuosi e sanculotti, lascia il posto allo spagnolo, con cui non a caso Carlo V regolava il corso delle cose con Dio.
Sono voci, le stesse che discendono da vette nascoste dalle nuvole dove indirizzare le suppliche a Zeus, centro mediano di manovra dell’Olimpo e nume tutelare di eupalla, perché conceda il suo favore per assistere a qualcosa di decente anche a chi, non potendo tifare in un oggi carente di materia prima pedatoria, spera in un domani migliore, magari in un altro vilissimo allargamento del numero dei partecipanti da 48 a 68, perché no – crepi l’avarizia – anche a 70, sempre che non si corra il rischio di giocarsela con San Marino, ché quelli corrono.
E poi occhio: Spagna e Argentina stanno a dimostrare che puoi pure arrivare a millemila squadre, ma la nobiltà pallonara viene sempre e comunque fuori: bella la cassapanca di Capo Verde, bella la boiserie di Curaçao, ma la finale, noblesse oblige, è e rimane pura aristocrazia, altro che giocate alla viva il parroco.
Mentre dall’alto della dimensione insondabile della sfera a scacchiera una voce calda e roca fa notare la perfetta praticabilità di un campo raso e morbido come un tappeto persiano, ed un’altra rimprovera un pistolismo da stucchevole eccesso di estetismi da tocchettini ed un’altra ancora rimarca come tutto sia davvero molto bello quando giocato con coraggio e vigore, i matador spagnoli si accingono a scendere in campo con la muleta delle ali e dell’attacco della profondità, ed i gauchos argentini con la nuestra, la libertà, la fantasia, il possesso palla.
E forse il bello sta proprio qui, nel cuore e nella passione, che sono poi le stesse polveri negli stessi alambicchi degli stessi laboratori di animi destinati a rimanere per sempre giovani e che da più di cent’anni pompano, spingono, fanno sudare, correre, imprecare sanguinosamente fino a tacchettare le caviglie avversarie, fino a guardare quel bolide che si stacca dal collo del piede per girare e rientrare di botto mentre si trattiene il fiato.
Scorretti? Forse. Cattivi? E allora? Lo sport è agonismo, è un qualcosa alla highlander, dove alla fine non può che rimanerne uno con la testa attaccata. The winner is, punto.
Romanticamente, vogliamo credere che domenica vincerà davvero il più bravo, il più talentuoso, quello che se ne frega di rischiare le pernacchie per uno svirgolo bananifero e che imbrocca invece il gol della domenica mentre il portiere guarda attonito non un pallone ma un ufo che sibila nel sette e un bambino fa gli occhi immensi e rotondi come tazzine da caffè a guardare la meraviglia, perché alla fine lo sport è, o meglio, dovrebbe essere questo, anche senza magliette firmate o scarpini fluorescenti.
E dunque… vamos a ganar!
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