Il punto esatto
Quando si parla di paracadutismo militare, il rischio è di cadere in due malintesi opposti.
Il primo: considerarlo una semplice specialità tecnica, una procedura, un equipaggiamento, un modo per raggiungere un obiettivo operativo.
Il secondo: trasformarlo in una narrazione romantica, fatta di coraggio, eccezionalità e gesti spettacolari.
In realtà, il significato profondo dell’essere paracadutista sta altrove. È’ nell’accettazione volontaria di una condizione che da sempre accompagna l’uomo: affrontare il rischio senza poter esercitare un controllo assoluto sugli eventi.
Parliamo di predestinazione.
Avevo cinque anni. Mio padre mi teneva per mano su un lungomare, durante una manifestazione militare. Ricordo il collo piegato all’indietro, la bocca aperta, gli occhi fissi nel cielo. Guardavo gli uomini in mimetica volteggiare verso terra. Alla fine formarono un quadrato sulla piazza, sentii tuonare: “Folgore”.
Non capii. Non feci nemmeno domande.
Ma qualcosa si era acceso.
L’essere umano cerca naturalmente la sicurezza. Ogni istinto suggerisce di evitare il pericolo, mantenere il controllo, ridurre l’incertezza.
Il paracadutista fa il contrario. Accetta una verità fondamentale: esistono situazioni nelle quali il controllo assoluto è impossibile. Il lancio rappresenta esattamente questo. Si può – anzi si deve – preparare ogni dettaglio. Verificare ogni procedura. Controllare ogni equipaggiamento. Addestrare il corpo e la mente. Poi arriva il momento, quello in cui occorre affidarsi a ciò che si è costruito, e compiere il passo.
Molti vedono il lancio. Pochi vedono ciò che lo precede.
La parte più importante dell’esperienza del paracadutista è invisibile. Ore di addestramento. Procedure ripetute fino a diventare automatismi. Preparazione fisica e mentale. Disciplina mantenuta anche quando nessuno osserva.
Il lancio è la manifestazione visibile di una lunga preparazione invisibile. Come nelle grandi tradizioni guerriere: lo spartano non diventava tale alle Termopili, il legionario non diventava tale in battaglia, l’Ardito non nasceva nell’istante dell’assalto.
La prova rende visibile ciò che la disciplina ha costruito nel tempo.
Non è l’uscita dal portellone a definire il paracadutista, ma tutto ciò che lo ha reso capace di farlo.
Questa preparazione si svolge spesso in una condizione che la rende ancora più esigente: l’isolamento. Lontani dal sostegno immediato, si impara l’autosufficienza. A conoscere le proprie capacità. Ma soprattutto i propri limiti.
Forse è per questo che mi torna spesso in mente una frase della preghiera del paracadutista francese:
«Dammi, mio Dio, ciò che Ti resta, che nessuno Ti chiede mai. Insieme, dammi il coraggio, la forza e la fede.»
Non c’è esaltazione della forza. C’è accettazione del dovere. E disciplina del distacco.
Esiste una definizione che considero particolarmente efficace.
Il paracadutista è colui che sceglie di stare nel punto esatto dove la paura e il dovere si incontrano.
La paura è naturale. Il dovere è una scelta. Tra i due si colloca la responsabilità.
Ed è qui che emerge una differenza fondamentale: l’aviolancio militare non è un’impresa sportiva. Il lancio è inserito in una missione. L’ambiente è ostile. La pressione psicofisica è continua. E, soprattutto, la responsabilità non riguarda soltanto se stessi. Riguarda i camerati, l’unità, il compito assegnato.
Il paracadutista non salta per dimostrare qualcosa. Salta perché la missione lo richiede.
Per questo il valore fondamentale non è la prestazione individuale.
È’ l’affidabilità.
Tra il paracadutista moderno e i guerrieri del passato esiste una differenza sostanziale.
Lo spartano nasceva spartano. Il samurai nasceva samurai. Molti guerrieri appartenevano a caste, a tradizioni che decidevano per loro.
Il paracadutista moderno, invece, sceglie.
Sceglie di entrare in una realtà nella quale il rischio è strutturale. Sceglie la disciplina, l’incertezza. Sceglie di mettere la missione prima dell’agio e dell’interesse personale. Egli potrebbe essere altrove.
È’ la volontarietà a dare valore alla sua scelta. Non si tratta semplicemente di rinunciare, ma di scegliere ciò che vale più di ciò che si lascia.
Le verità hanno bisogno di tempo. Se mai.
Da tenente a capitano fui trasferito dal Nono al Secondo battaglione. All’epoca lo considerai un ridimensionamento. Lasciavo gli Incursori. Approdavo alla leva.
Poi conobbi quei ragazzi. Avevano vent’anni. E possedevano la purezza della volontarietà.
Avevano scelto di essere lì. Senza chiedere nulla. Senza calcoli. Senza riserve.
E lì, per la prima volta nella mia vita, sentii di contare qualcosa. Non come ufficiale. Come uomo.
In quei volti giovani intravidi una natura che ancora adesso mi emoziona: la scelta coraggiosa, il sacrificio, il cameratismo. Non so cosa avessero imparato da me. So cosa io avevo imparato da loro.
Dal punto di vista operativo, il mondo è cambiato. Droni, satelliti, sistemi di comando e controllo automatizzati, intelligenza artificiale, difese aeree sempre più efficienti. I grandi lanci di massa appartengono a un’altra epoca.
Ma sarebbe riduttivo misurare il valore del paracadutista attraverso la sola tecnologia.
Le tecniche evolvono. Le piattaforme si trasformano. Le modalità operative si adattano. Ciò che rimane è il fattore umano. Con mezzi più sofisticati, altri campi di battaglia e cieli diversi, l’umanità avrà comunque bisogno di uomini capaci di affrontare l’incertezza e di scegliere, quando necessario, di saltare.
Se dovessi scegliere una figura mitologica da associare al paracadutista, non sceglierei Achille, Eracle o Teseo. Preferirei Ulisse.
Non l’eroe della forza: l’uomo della scelta. Che continua il suo viaggio cosciente che ogni prova lo porterà al limite. Che affronta l’incertezza senza poter controllare tutto. Che parte volontariamente. Che rifiuta le promesse di Calipso per tornare a casa.
In questo senso il paracadutista gli assomiglia. Attraversa il pericolo senza cercarlo. Non per assenza di paura, ma perché sente qualcosa di più importante della paura.
Anni dopo, in Somalia, comandavo una compagnia.
Durante un lancio dimostrativo nei dintorni di Mogadiscio, atterrammo in una zona desertica, circondati da una folla festosa e curiosa. Tra tutti, ricordo un bambino. Scalzo. Immobile. Gli occhi spalancati. Ci osservava come se fossimo arrivati da un altro pianeta.
In quegli occhi rividi improvvisamente me stesso, venticinque anni prima, sul lungomare. La stessa meraviglia. La stessa luce.
Ebbi la sensazione che il cerchio si fosse chiuso.
Ciò che oggi resta non è il numero dei lanci. Non l’aereo, non l’istante di uscita nel vuoto.
Resta la consapevolezza di aver accettato un modo di stare al mondo. Di aver scoperto che il coraggio non consiste nell’assenza della paura, ma nella capacità di continuare ad agire nonostante essa.
Tra quei due sguardi – Salerno e Mogadiscio – sono passati anni di addestramento, missioni, responsabilità e uomini che mi hanno insegnato il significato di servire. Di amare.
Essere paracadutista, oggi e domani, significa questo.
Scegliere volontariamente di stare nel punto esatto dove la paura e il dovere si incontrano.
E, quando arriva il momento, saltare.
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