Il tradimento di Sheikh Zayed
C’è una frase di Sheikh Zayed bin Sultan Al Nahyan, fondatore della federazione UAE e sovrano di Abu Dhabi dal 1966, che andrebbe rimessa in circolazione perché spiega meglio di qualsiasi analisi cosa sta accadendo oggi nel Golfo. La pronunciò nel 1973, in piena crisi petrolifera: «Se la terra araba continuerà ad essere occupata e oggetto di aggressione, useremo ogni arma in nostro possesso, e prima di tutto il petrolio, per liberare la nostra terra». Non era retorica, era programma politico. Pochi mesi prima Zayed aveva firmato la partecipazione di Abu Dhabi all’embargo OPEC. Pochi mesi dopo, l’embargo avrebbe quadruplicato il prezzo del greggio e ridisegnato l’equilibrio finanziario globale.
Il Khaleej Times, decenni dopo, lo definirà “architect of the petrodollar era”. Architetto del petrodollaro: non vittima, non beneficiario, architetto.
Per Zayed il petrodollaro non era un guinzaglio ma un patto bilaterale in cui il petrolio arabo entrava nei mercati globali e il valore in dollari ritornava nei sovereign wealth funds del Golfo come capitale a disposizione dei governi arabi. Sovranità monetaria, non dipendenza.
Il 28 aprile 2026, sessant’anni dopo, suo figlio Mohammed bin Zayed esce da OPEC senza consultare Riyadh, mentre il governatore della propria banca centrale negozia con Washington uno swap valutario d’emergenza gestito attraverso l’Exchange Stabilization Fund del Tesoro americano. Lo strumento più asimmetrico esistente nel diritto monetario internazionale: vincolato a notifica presidenziale al Congresso quando supera i sei mesi su dodici, richiamabile dal Tesoro in qualsiasi momento, e per dimensione massima copre meno di un mese di burn rate sotto stress.
Zayed costruì il petrodollaro per liberarsi dei Seven Sisters. Suo figlio baratta quella libertà per un Tesoro che, nei prossimi cinque anni, può dettare termini ad Abu Dhabi su ogni dossier strategico.
Il padre
Zayed (nella foto seguente a sx) non era un sovrano tipico delle petromonarchie. Era pan-arabista, militante della causa palestinese, sostenitore convinto dell’unità del mondo arabo. Quando i britannici si ritirarono dall’East of Suez nel 1971, fu lui a tenere insieme i sette emirati e a creare la federazione.
La parola del beduino di Abu Dhabi ‒ il suo wajh, faccia, reputazione che vale più di qualsiasi contratto nella tradizione mercantile del Golfo ‒ era considerata garanzia universale tra l’Atlantico marocchino e il Mar Rosso.

Il Baker Institute documenta in un paper del 2023, oggi diventato profetico, che la ricchezza emiratina del periodo Zayed nasceva dalla willingness to devolve some national sovereignty over oil production to the collective interests of the cartel. Zayed accettava i vincoli OPEC perché capiva che il potere collettivo arabo era superiore alla somma dei singoli interessi nazionali. Realpolitik araba, non passività.
Il figlio
MBZ (nella foto seguente a dx) prende il potere reale nel 2014, diventa formalmente presidente nel 2022. La sua dottrina è esattamente l’opposto. Considera l’Iran la minaccia esistenziale primaria, vede Stati Uniti e Israele come unici alleati strategici di lungo periodo, tutto il mondo arabo come terreno di competizione contro Riyadh. Sotto MBZ gli Emirati intervengono militarmente in Yemen, sponsorizzano il colpo di Sisi in Egitto, finanziano Haftar in Libia, armano le RSF di Hemedti in Sudan trasformando un conflitto interno in guerra civile, firmano gli Accordi di Abramo con Israele nel 2020.

Ogni capitolo è negazione esplicita della linea Zayed.
Il padre considerava la Palestina «la prima causa araba»: il figlio l’ha accantonata.
Il padre vedeva l’unità araba come progetto storico: il figlio ha trasformato Yemen, Sudan e Libia in teatri di scontro per proxy.
Il padre aveva costruito Abu Dhabi come hub neutro capace di parlare con tutti, Iran compreso: il figlio ha trasformato gli Emirati nella punta di lancia dichiarata dell’asse Washington-Gerusalemme nel quadrante.
Quando arriva la guerra ‒ il 28 febbraio 2026 ‒ la trappola si chiude. Gli iraniani identificano gli Emirati come il punto debole dell’alleanza nemica e concentrano la pressione cinetica su quel territorio: dati ufficiali del ministero della Difesa emiratino al 9 aprile, 537 missili balistici, 2.256 droni suicidi, 26 missili da crociera. La maggioranza degli ordigni iraniani contro il Golfo è caduta su territorio UAE, non su quello saudita o kuwaitiano.
Zayed aveva costruito un paese il cui valore strategico stava nel non essere bersaglio di nessuno. Suo figlio l’ha trasformato nel bersaglio principale di un’intera regione, esposto e dipendente dalle batterie THAAD americane per la propria sopravvivenza.
Il prezzo
L’uscita da OPEC del 28 aprile è il certificato di morte clinica del lascito Zayed. Il prezzo materiale non lo paga MBZ, protetto dal sistema difensivo americano. Lo paga la federazione UAE in tre direttrici simultanee.
Con Riyadh. Mohammed bin Salman ha aspettato cinque anni per regolare il conto con Abu Dhabi: walkout OPEC del 2021, viaggio fallito di Tahnoon a Riyadh nel 2022, sostegno emiratino al Southern Transitional Council yemenita, finanziamento RSF in Sudan. La mossa unilaterale del 28 aprile autorizza Riyadh a fare con Abu Dhabi quello che Abu Dhabi aveva fatto con la Casa Saud per cinque anni. Marc Lynch, sulla rivista Foreign Policy, parla apertamente di «fundamentally incompatible visions of a regional order».
Con Pechino. La Cina ha ricevuto a metà aprile la visita di Khaled bin Mohamed bin Zayed (nella foto seguente a sx), Crown Prince e prossimo erede di MBZ, con tutto il rituale delle riunioni MOFA, banchetto del premier Li Qiang, udienza personale con Xi al Great Hall of the People, 24 Memorandum of Understanding firmati. Visita strumentale: serviva a costruire credibilità per la minaccia yuan che il governatore CBUAE Khaled Mohamed Balama avrebbe agitato a Washington sei giorni dopo, ottenendo in cambio l’apertura della swap line ESF. Pechino ha capito di essere stata strumentalizzata. La diplomazia cinese non è frontale ma ha memoria lunghissima: il bait-and-switch è considerato una violazione dei codici di condotta del Partito.

Con Washington. Trump pensa di aver ottenuto un trofeo politico, la prima crepa nel cartello che da mesi accusa di ripping off gli Stati Uniti. Ma la promessa emiratina di flooding del mercato petrolifero non è eseguibile. Le fonti indipendenti ‒ EIA, Energy Intelligence, Rystad ‒ concordano: capacità reale ADNOC tra 4,3 e 4,5 milioni di barili al giorno, contro una produzione pre-guerra di 3,4. Spare capacity attivabile nel breve: 600-800 mila bpd, non gli 1,5-2 milioni necessari per abbattere il greggio prima delle elezioni di metà mandato di novembre. Quando la Casa Bianca lo capirà ‒ entro l’estate ‒ qualcuno dovrà spiegare al presidente perché il deal con Abu Dhabi non sta producendo i prezzi alla pompa promessi. Gli emiratini hanno barattato il futuro della loro alleanza più importante con una promessa che le infrastrutture energetiche danneggiate dalla guerra non consentono di mantenere.
Il wajh perduto
Il wajh ‒ letteralmente “faccia”, nel Golfo significa reputazione e credibilità intrinseca della famiglia, asset patrimoniale tramandato di generazione in generazione ‒ Zayed l’aveva costruito come garanzia universale della casa Al Nahyan. Si erode con ogni tradimento, ogni mossa unilaterale, ogni alleato bruciato per un vantaggio di breve termine. L’uscita da OPEC senza consultazione, la minaccia yuan agitata e ritirata in sei giorni, la firma sotto il guinzaglio del Tesoro USA: tre incrinature in dieci giorni, che si sommano ad anni di tradimenti.
A un certo punto il wajh non c’è più. E quando un beduino del Golfo perde la faccia, quello che gli resta non è più una potenza media: è un bersaglio. L’Iran lo dimostra con i droni. Riyadh lo dimostrerà presto con il petrolio. Pechino con l’ostilità diplomatica silenziosa. Washington con la prossima richiesta che gli emiratini non potranno soddisfare.
Zayed costruì un patrimonio strategico. Suo figlio gestisce una bancarotta. Il primo segnale dell’insolvenza arriverà dal numero che da quasi trent’anni non si muove di un decimale: 3,6725 dirham per dollaro, il peg1 che da sempre tiene insieme l’intero sistema finanziario di Abu Dhabi e Dubai.
1Il peg (letteralmente «paletto», «ancoraggio») è un regime di cambio fisso in cui una valuta nazionale viene legata a un’altra valuta più stabile a un tasso predeterminato. Il dirham emiratino (AED) è agganciato al dollaro americano dal 1997 al tasso fisso di 3,6725 AED per 1 USD. La banca centrale emiratina difende automaticamente questo tasso comprando o vendendo dollari ogni volta che il mercato cerca di muoverlo. Il peg richiede riserve in valuta forte sufficienti a soddisfare qualsiasi richiesta di conversione: quando le riserve si esauriscono, il peg «salta» e la valuta locale entra in svalutazione libera. Esempi storici: sterlina britannica nel 1992 (Black Wednesday di Soros), baht thailandese nel 1997, peso argentino nel 2002, lira turca nel 2018.
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