Maldive il mistero dei cinque sub tra profondità, correnti e tecnologia
La tragica notizia di questi giorni sui cinque subacquei italiani che hanno perso la vita durante un’immersione nell’area di Alimathà, nell’atollo di Vaavu alle Maldive, ha portato le autorità maldiviane e la Procura di Roma ad aprire un’inchiesta. Secondo le prime ricostruzioni diffuse dai media, l’incidente sarebbe avvenuto durante un’immersione tecnica in un’area di grotte a profondità elevate, attorno ai 50-60 metri. Al momento non esistono conclusioni ufficiali e sono in corso gli accertamenti degli investigatori per chiarire con precisione la dinamica e le cause della tragedia.
Nel frattempo ho voluto contattare un alto ufficiale dell’Esercito, da anni non più in servizio operativo e che preferisce mantenere l’anonimato. Un uomo cresciuto professionalmente nella fanteria, un mondo che per definizione vive soprattutto sulla terra, eppure, lontano da uniformi e incarichi istituzionali, coltiva da anni una passione meno prevedibile: quella per i fondali marini e il mondo subacqueo, che frequenta come attività personale attraverso percorsi di formazione e immersioni dedicate.
Il suo contributo non rappresenta una ricostruzione di quanto accaduto alle Maldive, né anticipa l’esito delle indagini, ma aiuta ad aprire uno sguardo su aspetti tecnici e scenari che ai non addetti ai lavori spesso restano sconosciuti.
Bombole, correnti e il mistero degli ultimi minuti
«Cosa c’era dentro quelle bombole?», domando.
«Lo si potrà capire soltanto al termine dell’inchiesta, quando oltre ai corpi saranno recuperate e analizzate anche le attrezzature». Mi racconta che il recupero di una persona dal fondo di una grotta può essere estremamente complesso. L’ambiente stesso può rappresentare una difficoltà operativa, con passaggi stretti e cunicoli che impongono al subacqueo di trovare una posizione precisa per evitare urti contro pareti o soffitti. Inoltre, la rimozione dell’imbragatura e delle attrezzature può diventare ancora più delicata a causa delle condizioni del corpo durante le operazioni di recupero.
«E a proposito di questo – continua l’ufficiale – credo che i sub, sicuramente molto esperti, avessero tutti una configurazione bibombola. Non so se un 10+10 o un 12+12, questo lo dirà l’inchiesta».
Spiega poi che, per immersioni a quelle profondità, vengono generalmente utilizzate miscele come il cosiddetto trimix, composto da ossigeno, elio e azoto in proporzioni variabili a seconda della permanenza prevista sul fondo e dei tempi di immersione. Per ridurre il rischio di tossicità dell’ossigeno, quest’ultimo può essere abbassato a livelli molto ridotti aumentando la percentuale di elio. Una concentrazione che non sarebbe però sufficiente per una normale respirazione in superficie. Per raggiungere quote operative elevate vengono utilizzate anche cosiddette miscele di viaggio, impiegate durante la discesa prima del passaggio alla miscela principale.
Il mare invisibile tra correnti e fenomeni poco conosciuti
La Duke of York è una safari boat (con pernottamento a bordo) impiegata per crociere subacquee alle Maldive, una motonave progettata per ospitare immersioni organizzate e supportata da un tradizionale dhoni d’appoggio, tipica imbarcazione maldiviana dedicata alle attività operative e alla gestione delle attrezzature subacquee.
Nel mondo delle immersioni profonde esistono fenomeni affrontati nella formazione subacquea avanzata che spesso risultano poco noti a chi non frequenta questo ambiente. Tra questi figurano anche le cosiddette down current, correnti discendenti talvolta soprannominate nel gergo subacqueo “lavatrici”, che in particolari condizioni possono spingere rapidamente un subacqueo verso profondità maggiori.

In prossimità di pareti, grotte o particolari conformazioni del fondale, variazioni della velocità e della direzione dei flussi possono creare situazioni complesse da gestire, soprattutto a profondità elevate. Si tratta di scenari tecnici conosciuti nel settore che non rappresentano una ricostruzione di quanto accaduto alle Maldive, vicenda sulla quale restano in corso le indagini delle autorità competenti. Secondo racconti ed esperienze riportate nel mondo subacqueo, queste correnti possono raggiungere intensità tali da rendere estremamente difficile mantenere posizione e assetto, obbligando talvolta i subacquei a cercare riparo o punti di sostegno, manovra che in presenza di correnti molto intense può diventare estremamente complessa, interferendo anche con la gestione dell’attrezzatura investita dalla spinta di corrente. Pensate che, in condizioni particolarmente intense, le correnti possono complicare l’orientamento, aumentare notevolmente lo sforzo richiesto al subacqueo e rendere più difficile persino mantenere correttamente in posizione la maschera o consultare il computer subacqueo.
Tuttavia, nelle immersioni maldiviane la visibilità può essere nitida e particolarmente elevata, offrendo la percezione di enormi pareti e fondali che sembrano sprofondare nel blu. Gran parte delle immersioni avviene nelle cosiddette pass, passaggi naturali tra gli atolli attraverso i quali transitano maree e correnti. La conformazione sottomarina tipica degli atolli delle Maldive che in alcuni punti scendono rapidamente verso profondità elevate, può favorire la formazione di flussi d’acqua anche molto intensi e veloci. Proprio queste aree, interessate da continui flussi d’acqua e da un’elevata presenza di vita marina, rappresentano spesso punti di aggregazione della fauna oceanica, compresi squali e altre specie tipiche del mare aperto osservabili durante le immersioni.
Dietro un’immersione c’è tecnica, tecnologia, miscele e sicurezza
Le immersioni profonde non si basano soltanto sull’esperienza del subacqueo, ma su un vero e proprio dietro le quinte fatto di attrezzature, procedure, calcoli e conoscenze legate alla fisiologia e alle miscele respiratorie. Negli scenari più avanzati vengono utilizzate miscele come il trimix – ossigeno, elio e azoto in proporzioni variabili – studiate per ridurre rischi come la narcosi da azoto e la tossicità dell’ossigeno alle profondità più elevate.
La Duke of York opera con un dhoni d’appoggio, una vera e propria stazione subacquea galleggiante dotata di compressori, sistemi di miscelazione, gruppi elettrogeni e apparati per la ricarica delle bombole tecniche. In questo mondo nulla viene lasciato al caso e configurazioni bibombola, miscele di viaggio, computer subacquei e controlli sui gas rappresentano strumenti essenziali per operare in sicurezza. Proprio per questo saranno le analisi tecniche su attrezzature, miscele e dati registrati a chiarire eventuali anomalie e la dinamica reale dell’accaduto, e le risposte, quelle vere, arriveranno soltanto dalle indagini.
Dietro una bombola c’è un mondo di tecnica e sicurezza
Nel mondo delle immersioni avanzate, racconta una fonte, il termine bibombola indica generalmente una configurazione composta da due bombole utilizzata nelle immersioni tecniche o profonde. Rispetto all’attrezzatura ricreativa tradizionale, questi sistemi vengono progettati per aumentare autonomia e sicurezza, consentendo al subacqueo di gestire meglio eventuali problemi. Le configurazioni possono prevedere due bombole collegate tra loro oppure soluzioni sidemount, con i cilindri posizionati lateralmente per migliorare libertà di movimento e gestione dell’attrezzatura.
L’ossigeno può diventare un rischio
Nelle immersioni profonde il problema non riguarda l’ossigeno in sé, ma la quantità che l’organismo riceve con l’aumentare della profondità. Scendendo sott’acqua la pressione cresce e aumenta la cosiddetta “pressione parziale“, cioè la quantità effettiva di un gas che agisce sull’organismo. Per questo nelle immersioni tecniche vengono utilizzate miscele come il trimix, composto da ossigeno, elio e azoto in proporzioni variabili, studiate per ridurre rischi come narcosi e tossicità. Oltre determinati limiti possono infatti comparire sintomi come vertigini, nausea, alterazioni neurologiche e, nei casi più gravi, convulsioni. Proprio per questo ogni miscela respiratoria viene calcolata in base alla profondità prevista e ai tempi di permanenza.
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