Quattro pere belghe e una FIFA di gomma
Oggi proviamo a stemperare un clima caldissimo non solo per le persistenti condizioni meteo, che d’altronde non possono che essere così (a dicembre poi faremo i conti con chi si lamenterà del freddo), ma anche per tutte le dinamiche che si affollano nel mondo come le 1000 bolle blu.
Nella Grecia di Olimpia i conflitti si sopivano il tempo necessario allo svolgimento delle Olimpiadi, ora, malgrado i buoni uffici del povero de Coubertin, è tutto più difficile, anche perché le competizioni sono diventate una miriade e tutte rilevanti. Insomma, la guerra la saltiamo per gli allori olimpici o per l’orgoglio pallonaro dei mondiali?
Del resto questi sono gli unici momenti in cui, bene o male, ci si ricorda di avere la bandiera di nonno di Messico ’70 e di conoscere, con metodo spannometrico, pure un inno nazionale, oggi però orbo di sì finali. Ma noi no, malgrado l’aumento di squadre in tabellone, noi non ci siamo; il nostro calcio, proposto in multisalsa tra venerdì di preludi goderecci e mestissimi lunedì di pastine in brodo, una volta bello e spumeggiante, è rimasto fuori dall’agone, umiliato per la terza volta da nazionali più toste e con migliori organizzazioni e pure con qualche idea i più.
Del resto, a leggere i nomi degli attuali idoli pedatori tra cui capare gli eleggibili azzurri sono rimasti davvero solo i classici 4 gatti, visto che nelle squadre di club tutti gli altri calciatori sono stranieri giustamente desiderosi di andare a glorificare la loro maglia, gatti che, per quanto bravi, gli schiaffoni vichinghi da copione che ci hanno messo all’angolo non sono riusciti ad evitarli.
E siamo onesti, giocare un’amichevole con il pur rispettabilissimo Lussemburgo non ha fatto altro che acuire rimpianti e spremere lacrime per un tempo che fu, quando in squadra c’erano uomini meno attenti al brand o meno attagliabili al trend che vuole solo superfighi, ma che, orgoglio dei brutti, correvano e lottavano come maledetti che altro che 1 su 1000 ce la fai. A vedere i risultati, quella sì che era gente da una vita da mediano, dove calci e cazzotti si sprecavano tra fango e canicola spagnola (chiedere a Zico e a Maradona, eren minga di pirla, nè).
Beninteso, di figurette di bratta ne hanno fatte in parecchi: carioca affondati dai drakkar norvegesi, tedeschi impallinati dai paraguayani, orange olandesi abbattuti dalle coraggiose ed imprevedibili mine ecuadoregne fatte detonare poi dai leoni britannici, sultani turchi domati dai diavoli rossi belgi. Insomma una sorpresa dopo l’altra tra parvenu e vecchia nobiltà, tra arsenico e vecchi merletti, quasi a voler ribadire l’eccezionalismo americano ospite, ovvero il nuovo mondo che insegna al vecchio che nulla è scontato. Forse che sì forse che no, perché, a parte il 50% messicano ospitante e vittima sacrificale designata dell’albiceleste argentina, tuttedentrattilcoro, ti arriva il fuoriclasse yankee che, espulso dalla porta durante l’ultima partita con la Bosnia, ti rientra dalla finestra della federazione internazionale, in vena di tali e tanti ghirigori retorici che nemmeno nella Grecia antica.
Il problema sono gli altarini dietro; eh sì, perché sarà pure il nuovo mondo, ma certe cose non se le sogna neanche chi ha fatto il militare a Cuneo, non perché non le sappia, ma perché ha vivaddio maggior dignità e senso della misura, che a qualcuno invece latita.
Siccome non succede niente e viviamo in una realtà al limite del tedio mortale, per capirsi quello degli avvoltoi del Libro della Giungla che non vanno neanche al centro perché è un mortorio, il presidente americano chiama quello della Fifa e gli spiega
summa cum competentia la fava e la rava del regolamento.
Siccome la certezza del diritto è tutto e guai a creare precedenti ingestibili, quando tutti pensavano ad un sorry Sir but… eccallà l’esegesi della norma, l’ermeneutica della regola, il tutto e contrario di tutto, perché, meno male che ce lo hanno spiegato dalla Casa Bianca sennò come facevamo, non ha senso sospendere un reprobo se è stato già espulso durante la partita. Un po’ come far rientrare in gioco il centrocampista catarino che, entrato da dietro come un killer, ha rotto tibia e perone alla vittima di turno canadese: tirata d’orecchi, medaglia e non lo fare mai più. Sì, come no: e chi glielo spiega al fratturato?
Di impatto anche la dichiarazione dell’Uefa, qualcosa dello stesso livello del discorso di Churchill nell’ora più buia: la speranza è che non se la dimentichi neanche quello che l’ha scritta una volta tornato tra le consuete mura, sennò al prossimo arbitraggio europeo da pomi d’ottone e manici di scopa ci saranno diluvi di casi di incontenibile enuresi da risate.
Ma torniamo al campo ed alle squadre; non c’è dubbio che l’intervento di un presidente ritratto poco tempo fa in vesti taumaturgiche sia riuscito nell’inverosimile impresa di catalizzare tutte le antipatie possibili ed immaginabili sulla propria squadra, fino ad allora neanche così male; guardate che non è facile mettere sulle scatole un team sia come gioco che come simpatia, ci vogliono classe e impegno, senza contare che anche il presidente della Fifa è riuscito a battere tutti i record di invocazione ai suoi trapassati nell’arco di pochi minuti. Una volta tanto, però, l’eupalla di Brera ha imboccato la strada giusta, forse indirizzata proprio dalle invocazioni, e ha permesso alla sfera dei miracoli di occhieggiare beffarda le spalle del goalkeeper americano per ben 4 volte, 4 pere belghe di qualità.
Insomma, ora bisogna attendere solo un altro po’ per vedere questo mondiale l’effetto che fa, per vedere se, magari, rinnovata la finale tra galletti e argentini, i francesi si incazzano ancora (tatarazaz).
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