Visti Schengen ai russi in cambio di soldi: arrestato l’ex ambasciatore italiano
L’arresto dell’ex ambasciatore italiano in Uzbekistan, Piergabriele Papadia de Bottini di Sant’Agnese, rischia di trasformarsi in uno dei casi più gravi che abbiano investito negli ultimi anni la diplomazia italiana. Non soltanto per le accuse contestate dalla procura di Roma – favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e corruzione per atti contrari ai doveri d’ufficio – ma soprattutto per il contesto in cui tutto sarebbe avvenuto: il delicatissimo sistema di rilascio dei visti Schengen a cittadini russi in piena fase di irrigidimento dei controlli europei dopo l’invasione dell’Ucraina.
Secondo gli inquirenti, Papadia avrebbe trasformato l’ambasciata italiana a Tashkent in un canale privilegiato per consentire a cittadini russi di ottenere visti turistici di lunga durata, da uno a tre anni, anche in assenza dei requisiti previsti dalla normativa europea. Un sistema che, stando alle indagini coordinate dal procuratore aggiunto Giovanni Conzo e dai pm Fabrizio Tucci e Chiara Capezzuto, avrebbe funzionato dietro il pagamento di somme enormi: tra i 4.000 e i 16.000 euro per pratica, a fronte di costi consolari ufficiali che normalmente oscillano tra i 45 e i 90 euro.
L’inchiesta, partita dopo una segnalazione dell’Ispettorato generale del ministero degli Esteri, ha preso forma a seguito di un’ispezione effettuata il 23 luglio 2025 presso la sede diplomatica italiana nella capitale uzbeka. È lì che sarebbero emerse anomalie difficili da ignorare. Su 92 pratiche esaminate dagli ispettori ministeriali, ben 81 risultavano prive della registrazione d’ingresso dei richiedenti all’interno dell’ambasciata, elemento che lasciava ipotizzare che molti cittadini russi non si fossero mai presentati personalmente per l’identificazione prevista dalle procedure Schengen.
Il meccanismo, secondo la Guardia di finanza, sarebbe stato strutturato e stabile. Al centro vi sarebbero state tre agenzie turistiche moscovite – Happy Travel, Visa4you e Park Lane – tutte riconducibili allo stesso indirizzo. Attraverso queste strutture sarebbero transitati almeno 95 cittadini russi successivamente entrati in Italia con documentazione irregolare o incompleta: firme difformi rispetto a quelle presenti sui passaporti, assenza di requisiti territoriali per la competenza consolare uzbeka, perfino pratiche prive della presenza fisica dei richiedenti. Alcune richieste, secondo gli investigatori, arrivavano addirittura tramite Telegram, attraverso canali definiti “fuori lista”.
Un ruolo centrale nell’inchiesta sarebbe stato svolto da Tatiana Tarakanova, cittadina russa con cittadinanza italiana residente in Bulgaria, già collaboratrice di Papadia durante il suo periodo di servizio al consolato italiano di Mosca. Secondo le testimonianze raccolte, sarebbe stata introdotta direttamente nell’ufficio visti dall’ambasciatore poche settimane dopo il suo insediamento a Tashkent, avvenuto il 2 dicembre 2024. Da quel momento, raccontano gli investigatori, Papadia avrebbe progressivamente accentrato su di sé la gestione delle autorizzazioni.
A pesare in modo significativo sul quadro accusatorio sono anche le dichiarazioni raccolte all’interno della stessa ambasciata. Michel, responsabile dell’ufficio visti prima dell’arrivo dell’ambasciatore, ha raccontato agli investigatori un clima di crescente tensione e anomalie operative. Ancora più rilevante sarebbe però la registrazione effettuata dal vicario Marco Esposto durante i giorni dell’ispezione ministeriale. Esposto, descritto dagli inquirenti come privo di una reale esperienza specifica nel settore consolare e nominato direttamente da Papadia, avrebbe affrontato il suo superiore chiedendogli apertamente se tutto quel sistema fosse stato costruito “per soldi”. La risposta attribuita all’ambasciatore – “Mi servivano” – viene considerata dagli investigatori un passaggio chiave dell’inchiesta.
Papadia respinge però questa interpretazione. La conversazione, sostiene la difesa, sarebbe avvenuta in un momento di forte pressione psicologica, con gli ispettori ministeriali nella stanza accanto e in una condizione di estrema vulnerabilità emotiva. Secondo l’ex ambasciatore, quelle parole sarebbero state pronunciate nel tentativo di calmare il proprio interlocutore e non costituirebbero affatto un’ammissione di responsabilità.
Resta però il quadro complessivo delineato dagli investigatori, che appare particolarmente pesante. La procura ritiene che il sistema non fosse episodico ma consolidato e organizzato, con canali preferenziali, procedure accelerate e persino una sorta di “tariffa vip” per i clienti disposti a pagare di più. Un modello che avrebbe sfruttato uno degli strumenti più sensibili della cooperazione europea: il sistema dei visti Schengen, che si fonda proprio sulla fiducia reciproca tra gli Stati membri nella gestione dei controlli consolari.
Non è un dettaglio secondario che il caso riguardi cittadini russi in una fase storica segnata da sanzioni, restrizioni e crescente attenzione ai flussi provenienti dalla Federazione Russa. Proprio per questo l’inchiesta rischia di avere anche implicazioni diplomatiche e politiche che vanno oltre la vicenda giudiziaria individuale. Il sospetto che un’ambasciata di un Paese membro dell’Unione europea possa essere stata utilizzata per aggirare sistematicamente le procedure Schengen rappresenta infatti un elemento destinato ad attirare attenzione anche a livello europeo.
Papadia, già destituito dal suo incarico nel dicembre 2025, è stato arrestato a Roma su disposizione della gip Annalisa Marzano. La misura cautelare è stata motivata anche dal rischio di fuga: secondo gli inquirenti, l’ex ambasciatore si sarebbe informato sulla possibilità di ottenere un visto per la Russia. Nel frattempo proseguono gli approfondimenti della Guardia di finanza su circa 400 pratiche complessive e sul patrimonio dell’indagato, stimato attorno ai tre milioni di euro. L’ex diplomatico sostiene che quelle disponibilità economiche derivino da un’eredità familiare.
La vicenda apre inevitabilmente interrogativi anche sui controlli interni del sistema diplomatico italiano. È stata infatti un’ispezione del ministero degli Esteri a far emergere le anomalie e a innescare l’indagine penale. Un elemento che da un lato dimostra il funzionamento degli strumenti ispettivi interni, ma dall’altro pone il problema di quanto a lungo il presunto sistema abbia potuto operare prima di essere scoperto. In un momento storico in cui la sicurezza delle frontiere europee e il controllo dei flussi migratori sono diventati temi centrali del dibattito politico continentale, il caso Papadia rischia ora di diventare anche un caso politico.
L’articolo Visti Schengen ai russi in cambio di soldi: arrestato l’ex ambasciatore italiano proviene da Difesa Online.
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