11 maggio 1860 – Marsala, i Mille e la Royal Navy: inizia il dominio cognitivo sugli italiani
L’11 maggio 1860 Giuseppe Garibaldi sbarcò a Marsala con i suoi volontari. Da quel momento, nella memoria nazionale, cominciò l’epopea dei Mille: un manipolo di patrioti, due piroscafi, qualche fucile, molto coraggio e un regno intero che, inspiegabilmente, iniziò a sciogliersi come zucchero nel caffè.
La versione scolastica è notevole: da una parte il genio, il valore, la camicia rossa e il destino dell’Italia; dall’altra un grande Stato meridionale che crolla perché la storia aveva deciso così. Tutto molto bello. Forse troppo.
Perché Marsala, quel giorno, non era un teatro vuoto. Era un porto mediterraneo pieno di interessi, esitazioni, bandiere straniere e calcoli politici. E accanto ai piroscafi Piemonte e Lombardo non c’erano soltanto pescatori, patrioti e curiosi. C’erano anche due navi da guerra britanniche, l’Argus e l’Intrepid.
Naturalmente, nella versione edificante, quelle navi “passavano lì per caso”, come due turisti inglesi in anticipo sulla stagione balneare. Non spararono per Garibaldi, non impedirono formalmente ai borbonici di colpire, non issarono il tricolore e non offrirono il tè ai volontari. Però erano lì. E nella storia militare, a volte, essere lì vale più di una salva di cannone.
La Real Marina borbonica arrivò, vide, esitò, trattò, chiese, aspettò e sparò tardi. Quando il fuoco cominciò davvero, la parte decisiva dello sbarco era ormai compiuta. Si può discutere all’infinito se quella presenza britannica sia stata protezione, coincidenza, pressione diplomatica o semplice tutela degli interessi inglesi. Resta il fatto che Garibaldi scese a terra, mentre chi avrebbe dovuto impedirglielo finì per muoversi con la prudenza di chi teme di colpire non solo un nemico, ma anche l’interesse sbagliato.
E qui comincia il “secondo prodigio”: i Mille che sconfiggono decine di migliaia di soldati.
Formula splendida, perfetta per i libri di scuola, meno per la storia militare. I Mille non rimasero mille. Furono raggiunti da volontari siciliani, da rinforzi, da reti locali, da consenso politico e da una rivolta che non fu sempre ordinata, ma che ebbe un effetto psicologico enorme sui comandi borbonici. Il Regno delle Due Sicilie aveva un esercito numeroso; il problema era trasformare i numeri in volontà, comando, iniziativa e fiducia.
A Marsala non vi fu la grande battaglia. Vi fu lo sbarco riuscito di una spedizione che avrebbe potuto essere fermata in mare o sulla banchina e che invece riuscì a mettere piede in Sicilia. Il primo vero momento militare arrivò pochi giorni dopo, a Calatafimi.
Ed è lì che la narrazione eroica diventa ancora più interessante.
A Calatafimi, il 15 maggio, lo scontro fu reale. Non fu una passeggiata, non fu una recita, non fu una finta battaglia. I garibaldini combatterono, avanzarono, soffrirono, rischiarono. Ma anche qui la leggenda “mille contro un esercito” va ridimensionata. Le forze in campo non erano quelle di una saga biblica: da una parte i garibaldini con volontari siciliani, dall’altra una colonna borbonica più forte, meglio armata e formalmente in grado di bloccare la strada verso Palermo.
La cosa curiosa è che, nel momento decisivo, non furono i garibaldini a crollare. Furono i borbonici a ritirarsi.
Una ritirata inattesa, quasi teatrale. Garibaldi stesso non si lanciò all’inseguimento. Temeva una trappola? Quando un avversario ancora solido, non annientato e non privo di mezzi decide improvvisamente di sganciarsi, il sospetto viene naturale.
Per una battaglia celebrata come svolta epica, il conto dei morti appare quasi sorprendente: poche decine per parte, intorno alla trentina. Molti più i feriti, certo. Ma resta il dato politico-militare: uno scontro di alcune migliaia di uomini, con perdite relativamente contenute, produsse un effetto strategico enorme. Non perché avesse distrutto l’esercito borbonico, ma perché ne mostrò una fragilità inattesa.
Le voci su generali comprati, polizze, tradimenti e cedimenti pilotati accompagnarono la campagna come un’ombra. Sarebbe ingenuo raccontare la spedizione come una marcia francescana di volontari poveri e soli. Ci furono fondi, appoggi, reti politiche, coperture logistiche, simpatie internazionali, interessi esteri e calcoli piemontesi. Anche le epopee, quando funzionano, hanno una cassa, una rete e qualcuno che guarda dall’altra parte nel momento giusto.
Da quell’11 maggio, forse, cominciò anche il nostro primo grande debito “estero”. Non soltanto finanziario, ma soprattutto cognitivo. L’Italia nascente imparò subito che una nazione non si costruisce solo con soldati, bandiere e proclami, ma anche con omissioni ben piazzate, mezze verità elevate a memoria collettiva, coincidenze opportunamente dimenticate e racconti abbastanza solenni da scoraggiare le domande.
A Marsala non sbarcarono soltanto i Mille. Sbarcò anche un’abitudine molto italiana: chiamare “epopea” ciò che, spesso, era calcolo, interesse, copertura e convenienza (altrui).
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L’11 maggio 1860 Giuseppe Garibaldi sbarcò a Marsala con i suoi volontari. Da quel momento, nella memoria nazionale, cominciò l’epopea…
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