La teocrazia dei vincitori: come la fusione tra fede, sovranismo e debito sta ridisegnando l’ordine mondiale
Mentre l’Operation Epic Fury entra nella sua sesta settimana, l’analisi del conflitto non può più limitarsi alla dimensione militare. Dietro le salve di missili e le rotte petrolifere interrotte si muove una trasformazione strutturale dell’ordine internazionale che coinvolge la natura stessa delle democrazie occidentali, il rapporto tra religione e potere politico, le reti di influenza transnazionale e la sostenibilità finanziaria dell’egemonia americana. Questa inchiesta tenta di mappare queste convergenze, partendo da Gerusalemme per arrivare a Washington, passando per Budapest, e tornare infine a Roma.
Partiamo da un fatto. Il 30 marzo 2026, la Knesset ha approvato con 62 voti contro 47 una legge che reintroduce la pena di morte per i palestinesi condannati per atti di terrorismo nei tribunali militari. Esecuzione per impiccagione entro 90 giorni dalla sentenza, senza diritto di appello, a maggioranza semplice dei giudici. Nei tribunali militari, dove vengono processati esclusivamente i palestinesi, la pena capitale diventa la sentenza predefinita. I cittadini israeliani sono esplicitamente esclusi.
Prima di valutare le implicazioni internazionali, occorre comprendere cosa questo voto rivela sulla società israeliana. Il consenso per la pena di morte tra gli israeliani ebrei è massiccio: un sondaggio dell’Israel Democracy Institute del 2017 registrava il 70% di sostegno, salito all’81% nel novembre 2025 per l’esecuzione dei terroristi del Nukhba. La legge non è stata imposta da una minoranza a un popolo riluttante. È l’espressione legislativa di un sentimento maggioritario, il che la rende più significativa e più preoccupante di quanto sarebbe se fosse soltanto il capriccio di un singolo partito estremista.
Il voto sulla pena di morte è il punto di arrivo di una traiettoria che ha attraversato l’intera legislatura della venticinquesima Knesset. Il governo Netanyahu, formato nel 2022 con i partiti dell’estrema destra religiosa e nazionalista, ha prodotto il tentativo di riforma giudiziaria del 2023, la Legge Stato-Nazione del 2018, l’espansione senza precedenti degli insediamenti in Cisgiordania, e ora il regime di punizione capitale differenziata su base etnica. Ogni passaggio ha allontanato Israele dal consenso giuridico europeo, che considera l’abolizione della pena di morte un pilastro dell’identità democratica, e ogni passaggio è stato reso possibile dalla fragilità strutturale di un sistema proporzionale puro, privo di una costituzione scritta, in cui minoranze ideologicamente coese determinano l’agenda nazionale.
L’architettura del potere israeliano attuale è costruita sull’alleanza tra il pragmatismo sopravvivenziale di Netanyahu e l’ideologia messianica di Bezalel Smotrich e Itamar Ben Gvir. I due rappresentano correnti diverse del sionismo religioso radicale. Smotrich è l’ideologo, discepolo intellettuale del Rabbino Zvi Yehuda Kook, che interpretava la vittoria nella Guerra dei Sei Giorni come mandato divino e l’insediamento della Cisgiordania come atto di redenzione cosmica. Ben Gvir è l’agitatore populista, cresciuto nel movimento kahanista, condannato per istigazione al razzismo, capace di attrarre un elettorato mizrahi giovane e di bassa estrazione socioeconomica con una retorica anti-araba esplicita. Insieme controllano circa 20 seggi su 120, eppure determinano la politica estera, territoriale e penale dello Stato. Smotrich ha bloccato i cessate il fuoco a Gaza, espanso 50 insediamenti, spostato il controllo della Cisgiordania dall’amministrazione militare alla sua autorità civile. Ben Gvir ha trasformato lo status quo sul Monte del Tempio, armato le guardie dei coloni, fatto della pena di morte la condizione per restare in coalizione. I dati Pew del 2024 mostrano che il 45% e il 41% degli israeliani esprimono opinioni molto sfavorevoli rispettivamente su Ben Gvir e Smotrich, e nelle elezioni del 2022 il loro blocco combinato ha ottenuto il 10,84% dei voti. Ma il sistema israeliano premia chi detiene il potere di ricatto coalizionale, non chi gode del consenso più ampio.
I sondaggi del 2026 fotografano una società paralizzata. A marzo, i blocchi pro e anti-Netanyahu si attestavano entrambi a 53 seggi, con i restanti 14 distribuiti tra i partiti arabi e il centrista Blu e Bianco di Gantz. Il Sionismo Religioso di Smotrich risulta sotto la soglia di sbarramento. L’opposizione, guidata da Naftali Bennett e Gadi Eisenkot, è numericamente competitiva ma strutturalmente incapace di formare un governo senza l’appoggio dei partiti arabi, opzione che quasi l’intero spettro sionista considera impraticabile. Oltre il 75% degli israeliani ritiene che Netanyahu dovrebbe dimettersi, il 64% vuole elezioni appena finita la guerra, il 71% è favorevole a una costituzione formale, l’84,5% sostiene la coscrizione degli ultra-ortodossi. Ma queste maggioranze schiaccianti non si traducono in cambiamento politico, perché il sistema proporzionale, l’assenza di una costituzione e il conflitto permanente perpetuano lo stallo. Le elezioni, previste entro ottobre, potrebbero essere anticipate a giugno o luglio per consentire a Netanyahu di capitalizzare la guerra con l’Iran, trasformando il conflitto bellico in strumento di sopravvivenza politica interna.
Mentre la Knesset approvava la pena di morte per i palestinesi, la questione della coscrizione degli ultra-ortodossi lacerava il tessuto sociale. A gennaio, un ragazzo di 14 anni è morto investito da un autobus durante una protesta anti-coscrizione a Gerusalemme. Scontri violenti si sono verificati a Bnei Brak. Il presidente di UTJ ha paragonato l’applicazione della leva militare all’imposizione della stella gialla nazista. La Corte Suprema ha ordinato la coscrizione, il governo ha sfidato la sentenza, e l’Israel Democracy Institute ha parlato apertamente di crisi costituzionale. Dei 53.741 avvisi di coscrizione inviati ai giovani haredim, solo 701 si sono presentati. La soluzione trovata da Netanyahu è stata di puro cinismo: con lo scoppio della guerra contro l’Iran, il disegno di legge sull’esenzione dalla leva è stato accantonato “per concentrarsi sulla guerra”, mentre il governo autorizzava oltre 5 miliardi di shekel in fondi discrezionali per le istituzioni haredim e gli insediamenti. Il voto degli ultra-ortodossi sul bilancio è stato comprato con denaro pubblico, senza risolvere la questione della coscrizione, mentre 80.000 giovani haredim restano esentati dal servizio militare nel mezzo di una guerra su tre fronti.
Ora, la legge sulla pena di morte, il sionismo messianico al governo, la crisi haredi, non sono fenomeni isolati. Sono manifestazioni locali di una tendenza globale alla fusione tra legittimazione religiosa e potere politico che attraversa le tre grandi religioni abramitiche e che produce effetti convergenti sui tre protagonisti del conflitto in corso.
Guardiamo all’America. Secondo un sondaggio PRRI del febbraio 2026, il 67% dei cristiani evangelici bianchi si qualifica come aderente o simpatizzante del nazionalismo cristiano, cioè crede che gli Stati Uniti siano una nazione fondata su principi cristiani e che il governo dovrebbe dichiararlo formalmente, che le leggi dovrebbero basarsi su valori cristiani, che Dio ha chiamato i cristiani a esercitare il dominio su tutti gli ambiti della società americana. Il 75% degli aderenti al nazionalismo cristiano sostiene Trump. Il 30% concorda sul fatto che “i veri patrioti americani potrebbero dover ricorrere alla violenza”. Trump, personalmente poco religioso e mai frequentatore regolare di funzioni, ha intessuto l’immaginario del nazionalismo cristiano nella sua campagna del 2024, descrivendola come una “crociata giusta” contro “atei, globalisti e marxisti”. Ha firmato un ordine esecutivo per creare una task force contro la discriminazione anti-cristiana nel governo federale. Il suo segretario alla Difesa ha invitato un pastore autoproclamatosi nazionalista cristiano, sostenitore della criminalizzazione delle relazioni omosessuali e dell’abrogazione del diritto di voto femminile, a tenere un sermone mensile al Pentagono.
La strumentalizzazione è reciproca e consapevole. Donatori conservatori, strateghi e politici hanno usato per decenni religione e razza per persuadere i bianchi della classe operaia a votare su linee culturali anziché di classe. L’intento era eleggere repubblicani favorevoli al business e a una politica estera aggressiva; l’effetto è stato normalizzare una visione teocratica della politica che ha assunto vita propria, trasformando il Partito Repubblicano e facilitando l’ascesa di Trump. Project 2025, il programma della Heritage Foundation che funge da blueprint dell’amministrazione, prevede esplicitamente l’istituzione di un governo permeato di “principi biblici” guidato da un presidente con poteri esecutivi espansi.
La convergenza tra nazionalismo cristiano americano e sionismo messianico israeliano non è casuale. È strutturale. I sionisti cristiani americani derivano la loro comprensione dei confini legittimi di Israele dallo stesso luogo da cui la derivano Ben Gvir e Smotrich: l’Antico Testamento. Christians United for Israel, con oltre sette milioni di membri, è la più grande organizzazione di lobbying pro-israeliana negli Stati Uniti, più grande dell’AIPAC stesso. Questa simbiosi ha prodotto l’Operation Epic Fury. Il Washington Post ha rivelato che il principe ereditario saudita e il governo israeliano hanno fatto pressioni congiunte e ripetute su Trump per attaccare l’Iran, proprio mentre l’Oman annunciava che un accordo storico sul nucleare era a portata di mano. Alla sua dimissione, il direttore del National Counterterrorism Center Joe Kent ha citato la “potente lobby” di Israele come causa della guerra.
E l’Iran? La Repubblica Islamica era il caso più esplicito di fusione tra religione e Stato, con il velāyat-e faqih come principio costituzionale. Ma era anche il sistema che stava mostrando segni di possibile evoluzione interna: le proteste di Donna Vita Libertà del 2022, l’elezione del riformista Pezeshkian, i negoziati nucleari. L’uccisione di Khamenei il 28 febbraio ha chiuso quella finestra. Il vuoto di potere favorisce l’IRGC, l’apparato più radicale e meno riformabile del sistema. La storia insegna che la distruzione di un sistema teocratico dall’esterno non produce la democrazia: produce il caos, e dal caos emergono nuove forme di autoritarismo.
Il denominatore comune dei tre attori è l’eccezionalismo come licenza di uccidere. Per il nazionalismo cristiano, gli Stati Uniti sono la “città sulla collina”. Per il sionismo messianico, lo Stato di Israele è l’adempimento della promessa biblica. Per la Repubblica Islamica, l’Iran è il custode della vera fede. In tutti e tre i casi, il nemico non è un avversario con interessi legittimi ma un’entità metafisicamente ostile, e il compromesso diventa apostasia.
Questi conflitti tra Stati sono il livello visibile di una competizione che si gioca soprattutto attraverso reti di influenza transnazionale. La rete sovranista americana, la più sofisticata delle tre, combina infrastruttura istituzionale, risorse finanziarie, penetrazione culturale e legittimazione statale. Il CPAC, centro operativo della rete, nel 2025 ha tenuto conferenze a Budapest per il quarto anno consecutivo e in Polonia per la prima volta, con la segretaria alla Sicurezza Interna Kristi Noem come keynote speaker e Orbán a proclamare l’apertura dell’”età dei patrioti della civiltà occidentale”. Al CPAC Polonia, relatori hanno lanciato appelli a “liquidare” la Commissione Europea, sostenendo il candidato presidenziale di estrema destra Nawrocki, poi effettivamente eletto. Think tank interconnessi completano l’architettura: la Heritage Foundation, il Claremont Institute, il Danube Institute di Budapest, e satellite europei come quel think tank francese che si autodefinisce senza pudore “do-tank conservatore ispirato dall’America MAGA”. L’elemento senza precedenti è che funzionari del Dipartimento di Stato americano pubblicano post ufficiali che legittimano le critiche sovraniste ai governi europei moderati. Non siamo più nell’ambito dell’influenza informale: è proiezione del potere governativo a sostegno della destabilizzazione degli alleati.
La rete pro-israeliana opera su un piano diverso, quello del lobbying di élite e del controllo del perimetro discorsivo. In America, l’AIPAC con il suo budget operativo superiore ai 100 milioni di dollari annui e il super PAC United Democracy Project con 96 milioni accumulati per il ciclo 2026, CUFI con sette milioni di membri evangelici come base di massa, l’ADL come controllore del linguaggio pubblico. In Europa, la replica è ELNET, fondata da un ex consulente AIPAC e alumnus dell’ufficio del primo ministro israeliano, che porta funzionari eletti europei in viaggi di networking in Israele e si attribuisce il merito dell’accordo tedesco da 3,5 miliardi per droni e razzi israeliani. Il governo israeliano ha stanziato un budget di pubbliche relazioni per il 2026 di quasi 750 milioni di dollari, gran parte destinato alla comunità evangelica americana. L’uso del geofencing per bombardare le congregazioni americane con messaggi mirati di natura cristiana relativi a Israele completa il quadro di una strategia di influenza che usa la tecnologia più avanzata al servizio del legame teologico-politico più antico.
La rete iraniana è un’altra cosa. Non è lobbying né influenza culturale: è una rete militare-operativa costruita sulla dottrina della difesa avanzata, combattere lontano dal territorio iraniano attraverso Hezbollah in Libano, le milizie sciite in Iraq, Hamas nei territori palestinesi, gli Houthi in Yemen. Ma la rete era anche la vulnerabilità dell’Iran, perché progettata per tenere la guerra lontana e invece ha creato arene multiple dove il confronto si è intensificato. Con la caduta di Assad, la degradazione di Hezbollah, l’uccisione di Khamenei, l’Asse della Resistenza è in crisi strutturale. E a differenza delle reti americana e sionista, l’Iran non ha mai sviluppato strumenti di influenza soft in Occidente: non esiste un CPAC iraniano, non esiste un AIPAC iraniano, la diaspora iraniana è in larga maggioranza ostile al regime. L’Iran poteva rispondere alla convergenza MAGA-sionista solo con la forza militare, il che ha confermato la narrativa delle altre due reti, chiudendo il cerchio.
L’analisi delle reti sarebbe incompleta senza una riflessione sulla base sociale che le alimenta, e qui bisogna avere il coraggio di dire una cosa scomoda a molti. La narrativa dominante nelle capitali europee descrive il sovranismo come un fenomeno regressivo alimentato da elettorati anziani e poco istruiti. Questa lettura è pericolosamente fuorviante. I dati dello European Election Study 2024, 27 paesi, quasi 25.000 elettori, raccontano una storia diversa. Il 21% degli uomini europei sotto i 30 anni sostiene un partito di estrema destra, contro il 14% delle donne della stessa età. In Francia, il voto giovanile per il Rassemblement National è passato dal 6% nel 2002 al 33% nel 2024. In Germania, AfD è il secondo partito tra i 18-24enni e il primo tra i 25-34enni. Il sovranismo non raccoglie il voto residuale di pensionati nostalgici: sta conquistando una generazione di giovani uomini che elaborano l’informazione attraverso ecosistemi mediatici che hanno normalizzato posizioni un tempo marginali. L’Internazionale MAGA non crea questo fenomeno dal nulla: fornisce infrastruttura organizzativa e legittimazione politica a una domanda che esiste già, alimentata dalla crisi della promessa meritocratica, dalla frattura di genere come motore politico, dal fallimento percepito del multilateralismo. Ogni volta che un intellettuale o un politico mainstream descrive gli elettori populisti come ignoranti, conferma la narrativa dell’élite distaccata e sprezzante che quei partiti denunciano. È una profezia che si autoavvera.
Arriviamo al nodo che lega tutto. A marzo 2026, il debito lordo americano ha superato i 39 trilioni di dollari. I detentori stranieri di Treasury possiedono un record di 9.400 miliardi. Il Giappone ne ha 1.180, il Regno Unito 866, la Cina 683. Ma il dato più significativo, e meno discusso, è che gli investitori europei detengono collettivamente circa 6.100 miliardi di dollari in titoli di debito americani, quasi dieci volte le partecipazioni cinesi.
L’Operation Epic Fury ha trasformato una situazione fiscale già critica in una potenziale emergenza. Il costo della guerra supera il miliardo di dollari al giorno. Il Pentagono chiede 200 miliardi al Congresso. Il governo deve rifinanziare 10 trilioni di debito in scadenza nei prossimi 12 mesi, mentre il deficit è in rotta verso i 2 trilioni. Le aste di Treasury a due, cinque e sette anni hanno registrato una domanda debole, costringendo i rendimenti a salire. Il rendimento del decennale è balzato al 4,46%. In tempi normali, uno shock geopolitico avrebbe spinto gli investitori verso il rifugio dei Treasury americani, abbassando i rendimenti. Questa volta sta accadendo il contrario, perché lo shock arriva attraverso i prezzi dell’energia e l’inflazione. Quando l’inflazione è il problema, i titoli di Stato non offrono rifugio. L’Agenzia Internazionale dell’Energia ha caratterizzato la chiusura dello Stretto di Hormuz come la più grande interruzione dell’offerta nella storia del mercato petrolifero globale. La BCE avverte di stagflazione e possibile recessione tecnica per Germania e Italia entro fine anno.
La Cina sta eseguendo una manovra strategica di lungo periodo. Ha ridotto le partecipazioni in Treasury da 1.300 a 683 miliardi in meno di un decennio, convertendo simultaneamente riserve in oro. Cina, Polonia e Turchia sono stati i maggiori acquirenti di oro tra le banche centrali dal 2020, con i prezzi del metallo saliti del 230%. Pechino non ha bisogno di vendere tutto per esercitare pressione: le basta continuare la riduzione graduale, dimostrando che è possibile disimpegnarsi dal dollaro senza crollare e aprendo la strada perché altri facciano lo stesso.
Ma la vera leva non è in mano a Pechino. È in mano agli alleati europei, che detengono quei 6.100 miliardi e che Trump sta sistematicamente alienando. I dazi colpiscono le economie europee, il sostegno ai movimenti sovranisti mina i governi moderati, la guerra in Iran provoca uno shock energetico senza che l’Europa sia stata consultata, e il commissario europeo alla difesa ha informato che i costi militari americani sono talmente sovraestesi da compromettere l’aiuto militare all’Ucraina, creando una sfida enorme per la difesa antimissile europea. Il paradosso è lampante: Trump chiede all’Europa di pagare di più per la difesa con Rearm Europe, danneggia l’economia europea con dazi e guerra energetica, sostiene i movimenti che vogliono distruggere l’UE dall’interno attraverso la rete CPAC-Heritage Foundation, e contemporaneamente dipende dal finanziamento europeo del proprio debito per sostenere la macchina bellica.
In questo quadro, l’Italia si trova in una posizione particolarmente esposta. Dipendente dalle importazioni energetiche, vulnerabile alla chiusura dello Stretto di Hormuz, alleata degli Stati Uniti nella NATO ma firmataria dell’Accordo di Associazione UE-Israele che impone obblighi sul rispetto dei diritti umani, sede di basi militari americane il cui utilizzo per operazioni offensive pone questioni costituzionali, governata da una coalizione che condivide parte della grammatica sovranista della rete MAGA pur mantenendo un ancoraggio europeo. Il rifiuto di Sigonella è stato un segnale significativo ma insufficiente. La condanna congiunta della legge sulla pena di morte, firmata con Germania, Francia e Regno Unito, è stata un atto diplomatico importante ma privo di conseguenze operative. La domanda che il sistema politico italiano non si sta ponendo, ma che la realtà porrà per lui, è questa: fino a quando è possibile mantenere simultaneamente l’alleanza con un’America che usa la religione come strumento di politica estera, il rapporto con un Israele che legifera la pena di morte su base etnica, l’appartenenza a un’Unione Europea che considera questi sviluppi incompatibili con i propri valori, e la protezione degli interessi economici nazionali in un contesto di shock energetico e recessione? L’equazione non ha soluzione algebrica. Ha solo soluzioni politiche, che richiedono scelte.
Le analisi geopolitiche tendono a concentrarsi su missili, alleanze e movimenti di truppe. Ma la storia insegna che gli imperi non cadono per le sconfitte militari: cadono quando non possono più finanziare le loro guerre. L’Impero Britannico non è finito a Suez nel 1956 perché ha perso militarmente, ma perché gli Stati Uniti hanno minacciato di vendere le sterline. L’Unione Sovietica non è crollata per una sconfitta in battaglia, ma perché non poteva più sostenere il costo economico della competizione globale. Gli Stati Uniti del 2026 combattono una guerra che costa un miliardo al giorno, con un debito che supera i 39 trilioni, rendimenti in salita, domanda di Treasury in calo, e alleati che hanno in mano 6.100 miliardi di dollari in titoli di debito americano e sempre meno ragioni per continuare a comprarli. La fusione tra fede e potere, tra sovranismo e guerra, tra lobbying e politica estera, ha prodotto un conflitto che nessuno dei suoi promotori è in grado di finanziare a lungo termine senza la cooperazione di coloro che stanno contemporaneamente cercando di danneggiare.
Questa è la contraddizione fondamentale dell’ordine mondiale attuale, e la sua risoluzione definirà il resto del decennio.
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Mentre l’Operation Epic Fury entra nella sua sesta settimana, l’analisi del conflitto non può più limitarsi alla dimensione militare. Dietro…
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