1 luglio 1991: fine del Patto di Varsavia
Il 1 luglio 1991, a Praga, venne formalmente disciolto il Patto di Varsavia. Non fu solo la fine di un’alleanza militare. Fu il certificato di morte dell’Europa uscita dalla Seconda guerra mondiale, divisa in blocchi, eserciti, dottrine, confini ideologici e paure contrapposte.
Il Patto era nato il 14 maggio 1955 a Varsavia con il nome ufficiale di Trattato di amicizia, cooperazione e mutua assistenza. I firmatari erano Unione Sovietica, Albania, Bulgaria, Cecoslovacchia, Repubblica Democratica Tedesca, Ungheria, Polonia e Romania. Il trattato venne registrato presso le Nazioni Unite e indicava come testi autentici il russo, il polacco, il tedesco e il ceco. Entrò in vigore il 6 giugno 1955.
Nella versione sovietica e, ancora oggi, in parte nella lettura russa, il Patto nacque come risposta alla rimilitarizzazione della Germania occidentale e al suo ingresso nella NATO. Il testo stesso richiamava la minaccia rappresentata dall’integrazione della Repubblica Federale Tedesca nel blocco nordatlantico e si presentava come uno strumento difensivo per la sicurezza europea.
Nella lettura occidentale, invece, il Patto di Varsavia fu soprattutto il dispositivo politico-militare con cui l’Unione Sovietica rese permanente il controllo sull’Europa orientale. Il Dipartimento di Stato americano ricorda che, pur dichiarando principi di non interferenza e difesa collettiva, Mosca controllava in realtà gran parte delle decisioni dell’alleanza e usò il Patto anche per contenere il dissenso nei Paesi satelliti, dall’Ungheria del 1956 alla Cecoslovacchia del 1968, fino alla Polonia del 1981.
La verità storica sta nella tensione tra queste due rappresentazioni. Il Patto di Varsavia fu insieme risposta strategica a una NATO rafforzata e strumento di egemonia sovietica. Fu un’alleanza formalmente multilaterale, ma sostanzialmente gerarchica. Aveva comitati, organi politici, comandi militari e meccanismi di consultazione; tuttavia il centro reale era Mosca. Il comando comune era nella capitale sovietica e gli stati maggiori dei Paesi membri erano subordinati alla struttura dello Stato maggiore generale delle Forze armate sovietiche.
La sua più grande operazione militare non fu contro la NATO, ma contro uno dei suoi membri. Nell’agosto 1968, l’operazione “Danubio” soffocò la Primavera di Praga. La Cecoslovacchia, che nel 1955 era stata tra i fondatori dell’alleanza, divenne tredici anni dopo il bersaglio dell’intervento armato dei “fratelli” socialisti. La Romania rifiutò di partecipare e l’Albania, già distante da Mosca, lasciò formalmente il Patto poco dopo. Proprio per questo la dissoluzione del 1991 a Praga ebbe un valore simbolico straordinario: l’alleanza finiva nella città che aveva contribuito a invadere.
Negli anni Ottanta il sistema iniziò a svuotarsi dall’interno. La crisi economica dei Paesi socialisti, la perdita di legittimità dei partiti comunisti, la perestrojka di Michail Gorbaciov e il progressivo abbandono della dottrina Brežnev resero sempre meno sostenibile l’idea che Mosca potesse garantire con la forza l’ordine politico dell’Est europeo. Con la caduta della cortina di ferro e con il consenso sovietico alla riunificazione tedesca nel 1990, divenne chiaro che le aspirazioni di libertà negli Stati del Patto non sarebbero più state represse militarmente.
La DDR uscì dall’organizzazione nel settembre 1990, alla vigilia della riunificazione tedesca. Per il Patto fu un colpo storico: una delle ragioni ufficiali della sua nascita, la questione tedesca, si rovesciava nel suo contrario. L’alleanza creata anche per contenere la Germania occidentale perdeva la Germania orientale, assorbita nello Stato tedesco membro della NATO.
La fine avvenne in due tempi. Il 25 febbraio 1991, a Budapest, i ministri degli Esteri e della Difesa dei Paesi ancora membri decisero la cessazione della cooperazione militare e lo scioglimento delle strutture militari. Il 1 luglio 1991, a Praga, vennero dissolte le strutture politiche e fu firmato il protocollo che sanciva la perdita di efficacia del Trattato di amicizia, cooperazione e mutua assistenza. La NATO registrò quel giorno come lo scioglimento ufficiale dell’Organizzazione del Trattato di Varsavia, collegandolo alla prospettiva di una transizione verso strutture paneuropee.
Il protocollo di Praga chiuse formalmente un ciclo durato trentasei anni. Il documento venne redatto in un’unica copia, in russo, bulgaro, ungherese, polacco, romeno e ceco, con testi ugualmente autentici. Era la fine giuridica di un’alleanza che, paradossalmente, nel 1985 era stata prorogata per altri vent’anni.
Per l’Europa centro-orientale fu una liberazione politica prima ancora che militare. Per Mosca fu la perdita dello spazio imperiale europeo costruito dopo il 1945. Per l’Occidente fu una vittoria strategica, ma anche l’inizio di una nuova responsabilità: costruire un ordine di sicurezza europeo non più fondato sulla divisione rigida tra due blocchi.
Quell’ordine non nacque davvero. O, almeno, non nacque come molti immaginavano nel 1991. I Paesi dell’ex Patto di Varsavia fuori dall’Unione Sovietica entrarono progressivamente nella NATO, mentre la Russia postsovietica visse quella traiettoria come arretramento, umiliazione o minaccia, a seconda delle diverse stagioni politiche.
Il 1 luglio 1991 resta quindi una data ambigua e fondamentale. Fu la fine pacifica di un’alleanza militare che avrebbe potuto morire nel caos. Fu la liberazione di capitali europee rimaste per decenni sotto tutela. Fu anche l’apertura di una domanda ancora irrisolta: quale sicurezza comune può esistere in Europa quando scompare un impero, ma non scompaiono le paure che lo avevano generato?
Il Patto di Varsavia non crollò in battaglia. Si sciolse perché i suoi membri non credevano più alla sua necessità, perché Mosca non poteva più imporla e perché l’Europa del 1991 non era più quella del 1955.
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Il 1 luglio 1991, a Praga, venne formalmente disciolto il Patto di Varsavia. Non fu solo la fine di un’alleanza…
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