Trump, il cubano
Dopo un periodo breve e di ingannevole postura verso Cuba come “calma strategica”, Trump e il segretario di Stato Rubio hanno rilanciato la questione dell’isola caraibica. Non si tratta di una semplice serie di minacce, ma di una campagna di guerra metodica e ibrida progettata per legittimare ed eseguire un cambio di regime. Iniziata fin dai primi giorni della presidenza Trump sotto le spoglie di guerra ai narcotrafficanti, ora la questione cubana ha la consistenza di un pacchetto di accuse, contro l’ex presidente Raúl Castro e altre cinque persone, di cospirazione nell’uccidere cittadini statunitensi.
I fatti risalgono al 1996, a quando l’esercito cubano abbatté aerei della Brothers to the Rescue sullo stretto della Florida, impegnati in una missione umanitaria per trovare rifugiati in fuga da Cuba su zattere, uccidendo quattro persone.1 Tre erano cittadini statunitensi, mentre uno era residente permanente negli Stati Uniti.
Di fatto, la questione di Cuba è da mesi nell’agenda di Trump, dal Dipartimento di Stato a quello di giustizia ma soprattutto degli apparati di intelligence e militari americani.
La situazione cubana, sia politica che di grave crisi economica, è nota ed è stata più volte rilanciata la possibilità di un cambio di regime. Per mesi, gli Stati Uniti hanno impedito rifornimenti petroliferi venezuelani a Cuba (“intercetto e sequestro”) con conseguenti blackout elettrici in tutto il paese e proteste nella capitale. Cuba sta sopportando, infatti, la sua peggiore crisi dal “periodo speciale” degli anni ’90, quando la caduta dell’Unione Sovietica ha innescato una diffusa privazione sull’isola. La crisi attuale riecheggia quei giorni bui, ma con anche il crollo quasi totale della rete elettrica decisamente desueta, l’impennata dell’inflazione, gravi carenze di carburante che paralizzano i trasporti e la logistica, ed infine un settore turistico ridotto, strangolato dalle restrizioni di viaggio imposte nuovamente da Trump.
In un videomessaggio in spagnolo indirizzato al popolo cubano, Rubio ha recentemente incolpato il governo cubano di aver saccheggiato “miliardi di dollari” e aver impedito che servizi essenziali venissero erogati al popolo. Imputati di tutto ciò sono le Forze Armate Rivoluzionare (FAR) e il loro conglomerato commerciale GAESA (Grupo de Administración Empresarial), la spina dorsale economica dell’esercito cubano, diventato nel frattempo oggetto di sanzioni statunitensi, con anche agenzie, funzionari militari e di intelligence che vantano il pressoché totale controllo dell’economia dell’isola. Lo strangolamento economico, inoltre, sta già portando tensioni all’interno dei vertici delle stesse forze armate cubane: man mano che l’economia guidata proprio dal GAESA si va contraendo, la lealtà del corpo degli ufficiali – tradizionalmente il fondamento del regime rivoluzionario – diventa tesa. Ad essa concorre anche una campagna di guerra psicologica e di informazione, che rilancia voci circa presunti accordi segreti fra la famiglia Castro e l’amministrazione Trump per uscire indenni dallo strangolamento economico americano.
Dall’altra parte, e sebbene Trump abbia negato (al momento) il rischio di un’escalation, di fatto l’intelligence statunitense ha già evidenziato altri fattori critici, tra cui la presunta complicità dell’Avana nel sostenere operazioni militari russe in Ucraina. In pratica, il governo cubano sarebbe direttamente o tacitamente complice del dispiegamento di circa 5mila unità (altre fonti parlano di 25mila)2 di volontari-mercenari (“in cerca di opportunità economiche all’estero”, così viene descritto nel rapporto dell’intelligence americana) a sostegno di Mosca su quel fronte orientale. Sono seguite le ovvie e inevitabili smentite del governo cubano.
Al di là della guerra di propaganda da entrambi i fronti, la minaccia di Trump non è vuota. Segnala la volontà di prendere in considerazione azioni che le amministrazioni americane precedenti, per quanto ostili al governo cubano, hanno solamente ipotizzato. I motivi, di fondo, sono sempre gli stessi: cambio di regime; ripristino dei diritti umani e rispetto delle libertà, contrasto alle influenze esterne (Cina e Russia), sicurezza (immigrazione illegale) e terrorismo. Questa di Cuba è infatti l’ennesima sfida e, al contempo, la pericolosa conferma dell’innovazione del trumpismo: rendere pensabile l’impensabile. Perché oggi il potere si esercita innanzitutto sul piano dell’immaginario. E chi sa dominarlo, chi sa narrarlo con forza mitica e con un’estetica seducente, conquista consensi più duraturi e profondi di chi si limita ad “avere ragione”. E qui, con Cuba, ma come prima con il Venezuela e poi l’Iran, l’immaginario teatrale trumpiano cattura l’essenza della sua politica estera: spettacolo sulla strategia, coercizione sulla diplomazia e normalizzazione delle minacce interventiste. In pratica, in questo caso, cattura l’immaginario della diaspora cubana statunitense, seppur molto frammentata e divisa sulle modalità e scopi dell’intervento annunciato dal loro presidente, fra un minimalismo dato dalla sola sottomissione economica totale di Cuba al massimalismo di un rovesciamento completo del governo all’Avana. Di mezzo, gli interessi pragmatici degli Stati Uniti di un Trump, anche come presidente, perché i cubani americani rappresentano un potente blocco elettorale. E si sa, le elezioni di midterm sono prossime.
Nel frattempo, però, Trump ha scoperto, grazie al Venezuela e l’Iran, che smantellare i sistemi autoritari è molto più difficile che destabilizzarli soltanto. Eppure, la tentazione di Cuba per Trump è grande. Ed è innegabile che dietro vi sia la logica del fronte secondario, ossia distrarre l’attenzione della propria opinione pubblica interna dal fronte primario di guerra, quello iraniano, che di fatto sta soffrendo. La guerra in Iran è diventata strategicamente impopolare, economicamente rovinosa e militarmente costosa.
Un’operazione rapida e decisiva (almeno, così la si auspica a Washington) contro Cuba offrirebbe un potente tonico politico ad un Trump in caduta libera nei sondaggi. Immaginare Marines all’opera, che si assicurano l’Avana, arrestano i vertici del regime e le conseguenti celebrazioni degli esuli cubani, sebbene un dejà-vu (Venezuela) non sempre vittorioso (Iran), ripristinerebbe una fiducia interna in Trump. Ma la stessa amministrazione sta anche constatando che, nell’attuale ambiente mediatico, il segnale cubano fatica a sfondare. Non da meno, il fronte di pianificazione militare strategica.
Dall’inizio di febbraio, la Marina e l’Aeronautica statunitensi stanno conducendo voli di ricognizione al largo della costa cubana, con una frequenza senza precedenti. Il sorvolo con droni MQ-4C Triton, ad alta quota, e aerei RC-135 Rivet Joint non è limitato alla sola osservazione: stanno mappando da mesi, e sistematicamente, le difese costiere cubane, geolocalizzando radar di difesa e finalizzando scenari kill chain (identificare un bersaglio, armare l’azione, dispiegare le forze e colpire) per ogni risorsa militare significativa sull’isola. 3
L’intelligence americana ha inoltre constatato che Cuba ha acquisito 300 droni d’attacco4 – non è chiaro chi li abbia forniti o come siano stati ottenuti – con piani per colpire le installazioni militari americane a Guantanamo Bay se le ostilità con gli Stati Uniti scoppiassero. Il presidente cubano Miguel Díaz-Canel ha negato che l’Avana rappresenti una minaccia militare per gli Stati Uniti, avvertendo però che un assalto causerebbero un “bagno di sangue”.5
Recentemente, poi, il direttore della CIA John Ratcliffe si è recato Cuba e ha incontrato funzionari dell’intelligence.6 Voci interne parlano della possibilità di trattativa che l’amministrazione Trump sta offrendo: “una vera opportunità di collaborazione” e una possibilità di stabilizzare l’economia in difficoltà, avvertendo che è subordinata al fatto che Cuba interrompa i suoi legami con gli avversari statunitensi, ossia Russia, Cina e Iran. In un mix di minacce e proposte di collaborazione, già in un ordine esecutivo all’inizio di quest’anno, Trump aveva inoltre affermato che Cuba ospitava il più grande posto di ascolto all’estero della Russia. Una minaccia già evidenziata dall’amministrazione Biden, che aveva però accusato la Cina di aver aperto strutture di spionaggio sull’isola comunista a sole 90 miglia dalle coste degli Stati Uniti.7
È in gioco ciò che è ormai chiaro, ossia la dottrina distintamente trumpiana della “ristrutturazione emisferica coercitiva” (la Donroe Doctrine, il potente mix di Dottrina Monroe e il nome Donald),8 ossia il sentirsi in obbligo per Washington di intervenire nelle questioni interne degli Stati che appartengono all’emisfero occidentale (il resto delle Americhe, per intenderci) al fine di subordinare qualsiasi governo che si rifiuti di allinearsi con i dettami statunitensi, in questo caso trumpiani. I commentatori sudamericani parlano infatti di “punizione collettiva”, prima del Venezuela e ora di Cuba.
Non si tratta di libertà, diritto all’autodeterminazione e le altre tante belle idealità che potremmo immaginare: è solo una guerra economica personale – come si addice alla gestione transazionale trumpiana delle relazioni internazionali – travestita da linguaggio della liberazione. È, ancora una volta, armare la leva economica non per incoraggiare riforme interne a favore di cittadini – in questo caso cubani – soggiogati da governi autocrati, ma per dettare i termini di un ordine economico politico post-rivoluzionario scelto dalla Washington trumpiana. Anche perché la storia americana ci insegna che la lotta su Cuba e le ultime parole di Trump definiscono una delle linee di faglie più durature dell’emisfero occidentale: il rifiuto degli Stati Uniti di accettare l’autodeterminazione cubana. Una frattura che è emersa con la Guerra fredda, soffocata negli anni seguenti ma mai guarita, e ora riattivata da Trump all’interno di un ordine globale in rapida trasformazione, dove l’overreach strategico degli Stati Uniti, la coercizione energetica, l’armare la questione immigratoria e il riaccendere le rivalità delle grandi potenze sul resto delle Americhe, sono tutte espressioni di una rivalità voluta da Trump a livello mondiale.
La domanda è se l’amministrazione Trump, che ha inquadrato il conflitto cubano in termini ideologici come una lotta tra libertà e comunismo, potrebbe politicamente sopravvivere a essere vista come l’accontentarsi di qualcosa di meno della vittoria totale. La sostituzione dell’attuale presidente Díaz-Canel sarebbe “in gran parte simbolica” se le strutture di potere sottostanti – il FAR, GAESA, i segretari provinciali del Partito Comunista e i servizi di sicurezza – rimanessero intatte. Una vera transizione richiederebbe non solo un nuovo volto nel palazzo presidenziale, ma una ristrutturazione all’ingrosso dello Stato cubano, compresa la separazione dei militari dall’economia, la legalizzazione dell’attività politica indipendente e l’istituzione di un sistema giudiziario credibile. Nessuno di questi risultati sembra probabile a breve termine, indipendentemente da quanta pressione applica Washington.
Rimane un’unica variabile, quindi, ossia la volontà politica di Trump. L’apparato militare americano è pronto per uno strike caraibico, anche per compensare il pantano strategico e la volatilità economica delle operazioni mediorientali. Tuttavia, un’azione militare su Cuba sarebbe illegale senza il voto del Congresso: ma la legalità, è noto, ha raramente limitato i grandi poteri al momento del loro percepimento di un’opportunità. E si sa, Trump è un grande e fervente opportunista. Le sue navi stanno infatti navigando verso le acque cubane; i droni e gli aerei stanno mappando quelle coste; la diplomazia di entrambe le fazioni tentenna, fra promesse e campagne di guerra di informazione.
L’unico elemento che manca è solo l’ordine finale. Un calcolo complesso per Trump, fra ansie dal fronte primario iraniano e un consenso interno in caduta libera, da cui un esito altamente incerto.
1 https://edition.cnn.com/2026/05/19/americas/brothers-rescue-cuba-raul-castro-indictment-intl-latam
2 https://www.freiheit.org/cuban-soldiers-fighting-russia-ukraine
3 https://www.bbc.com/news/articles/cjep1wx7w0ko
4 https://www.youtube.com/watch?v=wjrGx5yai18
5 https://www.youtube.com/shorts/Fx3XUomx6Js
6 https://www.youtube.com/watch?v=l3tnhYzBWeI
7 https://www.youtube.com/watch?v=QI_rUsLT5Iw
8 https://www.youtube.com/watch?v=CgMN4IPfDMI
L’articolo Trump, il cubano proviene da Difesa Online.
Dopo un periodo breve e di ingannevole postura verso Cuba come “calma strategica”, Trump e il segretario di Stato Rubio…
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