Dossier Somalia : I Misteri di Ibis:Mogadiscio 15 settembre 1993 Chi ha sparato sul molo nord?
DOSSIER SOMALIA, I MISTERI DI IBIS. Questa è la prima parte dell’inchiesta che Difesa Online sta conducendo sugli eventi della Somalia, sulle morti dei militari e dei civili italiani tra il 1993 e il 1994 e sui documenti che, a oltre trent’anni di distanza, restano in parte inaccessibili.
Erano le 19:20 circa del 15 settembre 1993. Quattro paracadutisti italiani correvano lungo la banchina del molo nord del porto nuovo di Mogadiscio, in maglietta verde, liberi dal servizio. Quando gli spari raggiunsero il gruppo, due di loro rimasero a terra. Il caporale Giorgio Righetti morì sul posto. Il caporale Rossano Visioli, ferito gravemente, morì durante il trasporto in elicottero verso l’ospedale. Nicola Sforza e Christian Baldassin si salvarono: il primo restò al riparo tra i mezzi, il secondo corse allo scoperto per dare l’allarme al comando italiano, distante alcune centinaia di metri.
Avevano entrambi vent’anni. Erano militari di leva che avevano firmato per prolungare la ferma pur di partire con la Folgore.
Due ragazzi del 1973
Rossano Visioli era nato a Casalmaggiore il 10 maggio 1973. Prima della naja faceva il tipografo. Era arrivato in Somalia nel giugno del 1993, poche settimane dopo Giorgio Righetti, sbarcato il 6 giugno.
Giorgio Righetti era nato l’11 luglio 1973 a Viña del Mar, in Cile, e viveva con la famiglia a Marina di Carrara. In Cile aveva praticato il nuoto a livello agonistico, poi aveva scelto i parà seguendo le orme del fratello maggiore. Erano passati entrambi per la scuola militare di paracadutismo di Pisa ed erano finiti al Reparto logistico di contingenza, nel settore portuale della capitale somala.
È un dettaglio che vale la pena fissare, perché dice molto del contingente italiano di quegli anni: non professionisti, ma ventenni di leva che avevano scelto volontariamente di restare in una missione che aveva già mostrato il conto che era disposta a presentare. Il 2 luglio 1993 c’era stato il checkpoint Pasta. Il 3 agosto era caduto il paracadutista Gionata Mancinelli. Dopo il 15 settembre sarebbero arrivate le morti di Vincenzo Li Causi, di Cristina Luinetti, di altri ancora.
Alla memoria di Visioli e Righetti venne conferita la Medaglia d’oro al valore dell’Esercito il 21 febbraio 1995.
I venti minuti
Qui serve ricostruire la dinamica passo per passo, perché è la sequenza a rendere fragile la versione ufficiale.
I quattro arrivarono di corsa in fondo al molo nord e svoltarono tenendo il muro perimetrale sulla destra. Quando raggiunsero il centro della banchina udirono partire gli spari alle loro spalle. Si spostarono sulla sinistra cercando riparo tra alcuni veicoli UNOSOM parcheggiati lungo il molo, ma restarono sotto tiro, e alle prime detonazioni seguirono altre raffiche. Visioli venne colpito al petto, con perforazione di un polmone, e cadde chiedendo aiuto. Righetti, che si era chinato a soccorrerlo, fu colpito alla nuca e morì sul colpo. Sforza rimase al riparo tra i mezzi, disarmato. Baldassin uscì allo scoperto e corse per circa cinquecento metri fino al comando del Reparto logistico di contingenza.
Alle 19:25 un automezzo del contingente pakistano incaricato del controllo interno del porto transitò sul luogo della sparatoria senza fermarsi. La versione ufficiale parlerà di una pattuglia impegnata altrove. Sforza dirà di essere stato guardato in faccia mentre i corpi erano in mezzo alla banchina.
Alle 19:30 arrivarono quattro paracadutisti italiani in assetto da combattimento, che aprirono il fuoco in direzione dell’ex mattatoio, su una collinetta esterna al porto. Dal mattatoio risposero al fuoco. Quando agli italiani si affiancò un nucleo appiedato di militari americani, aprì il fuoco anche la postazione presidiata dagli emiratini, che si trovava in posizione dominante sui piani alti dell’ex prigione centrale, le cui mura confinano con la delimitazione del molo nord. Poco dopo, nei pressi dell’ospedale Martini, un reparto statunitense schierato a presidio della zona sparò per errore contro i paracadutisti del Col Moschin intervenuti per il rastrellamento, che ripiegarono senza perdite e si fecero riconoscere. Nella confusione, secondo alcune ricostruzioni, un elicottero americano avrebbe aperto il fuoco anche su un’ambulanza italiana.
Il tenente medico Santino Severoni prestò le prime cure a Visioli in attesa dell’elicottero, arrivato alle 19:50 per il trasporto all’ospedale svedese. Il paracadutista morì durante il volo.
Il conto è presto fatto: in poco più di venti minuti, dentro un’area larga poche centinaia di metri, spararono almeno tre contingenti diversi oltre ai somali, e in un caso lo fecero contro militari italiani. In quel contesto, la formula dei colpi isolati di cecchini appostati sulle alture, usata nei rapporti e poi nelle motivazioni delle decorazioni, descrive al massimo una parte di quello che accadde sul molo nord.
La versione ufficiale
Nei rapporti redatti nelle ore successive all’agguato, i vertici della missione Ibis II non lasciarono spazio a dubbi: a sparare erano stati quasi certamente cecchini somali appostati sulle alture che dominano il porto, nella zona dell’ex prigione centrale, con l’obiettivo di destabilizzare le forze UNOSOM. Il ministro della Difesa dell’epoca, Fabio Fabbri, parlò pubblicamente di colpi isolati e di fatalità tragica.
Quella ricostruzione è confluita nelle motivazioni delle decorazioni al valore ed è rimasta, per trent’anni, la versione istituzionale dell’accaduto.
Le crepe nella ricostruzione
Il problema è che la responsabilità dei cecchini somali non è mai stata dimostrata in modo conclusivo, e che diversi elementi non hanno mai trovato una risposta ordinata.
Massimo Alberizzi, inviato del Corriere della Sera, quella sera si trovava all’Hotel Sahafi con una radio sintonizzata sulle frequenze UNOSOM. Ha raccontato di aver ascoltato in diretta le richieste di aiuto dei militari italiani, e di aver sentito parlare di fuoco proveniente da altri contingenti. Da quel momento non ha mai smesso di dubitare della versione ufficiale.
Ci sono poi le anomalie procedurali. I due caduti, uccisi di mercoledì, furono rimpatriati e sepolti dopo i funerali celebrati a Pisa il venerdì successivo, e l’autopsia non venne eseguita. Il primo referto medico su Visioli, datato 17 settembre, indicava un solo colpo all’emitorace destro. Solo il 13 dicembre, dopo ulteriori accertamenti, l’istituto di medicina legale dell’ospedale militare di Livorno aggiunse l’indicazione di un colpo al cranio. Quasi tre mesi tra i due atti, su un caso che era già materia di interrogazioni parlamentari. L’inchiesta militare non arrivò a identificare con certezza gli autori dei colpi, e la documentazione finì per stratificarsi tra la Procura militare di Roma, la Procura ordinaria e, più tardi, la Commissione parlamentare d’inchiesta sul caso Alpi-Hrovatin, i cui fascicoli sono oggi consultabili nell’Archivio storico della Camera.
L’area, va ricordato, era sotto controllo militare interforze. Nel porto e attorno al porto operavano contingenti di più nazioni, tra cui pakistani, emiratini e malesi.
Cosa disse il generale Pucci
Il passaggio più citato è l’audizione di Cesare Pucci, direttore del SISMI dal 1992 per due anni, davanti alla Commissione Alpi-Hrovatin. Incalzato dalla deputata Elettra Deiana su un’informativa dell’uomo del servizio a Mogadiscio, Alfredo Tedesco, che parlava di fuoco amico, Pucci non escluse l’ipotesi e fece riferimento alla presenza di truppe malesi nell’area. Alla domanda sull’inchiesta, la risposta fu che c’era stata, ma che non aveva portato a nulla.
Qui serve precisione, perché su questo punto la pubblicistica ha spesso forzato la mano. Pucci ha espresso una convinzione personale e ha parlato esplicitamente di supposizioni, non di elementi probatori. Titoli di stampa che hanno trasformato quell’audizione in una smentita definitiva della versione ufficiale hanno compiuto un salto logico che gli atti non autorizzano. L’ipotesi del fuoco amico esiste, è documentata, è stata portata in sede parlamentare. Non è una verità accertata.
Quello che resta
Il fatto certo, l’unico su cui non esistono versioni alternative, è che due caporali paracadutisti italiani di vent’anni furono uccisi mentre facevano attività fisica in un’area portuale formalmente controllata dalle forze internazionali, in una missione di pace, disarmati.
Tutto il resto è rimasto sospeso. La versione istituzionale attribuisce i colpi a cecchini somali. Testimonianze giornalistiche, informative di intelligence e atti parlamentari hanno aperto la pista del fuoco proveniente da un altro contingente delle Nazioni Unite. A oltre trent’anni di distanza non è stato stabilito chi abbia sparato, né perché.
Vale la pena chiedersi se il silenzio che ha avvolto questa vicenda sia stato solo il prodotto di un’inchiesta arenata, o anche il frutto di una scelta. In un contesto multinazionale, l’ipotesi che alleati abbiano ucciso volontariamente militari italiani avrebbe avuto un costo diplomatico che nessuno, nel 1993, sembrava disposto a pagare. È una domanda che riguarda il modo in cui uno Stato tratta i propri caduti, non solo un episodio del 1993.
Per la Folgore, Rossano Visioli e Giorgio Righetti restano due nomi che nessuno ha dimenticato. Meritavano una risposta. Continuano a meritarla.
Dossier Somalia, i misteri di Ibis
Questo articolo apre l’inchiesta a puntate che Difesa Online dedica agli eventi della Somalia. Si parte dal caso Visioli e Righetti perché è quello in cui la distanza tra la versione ufficiale e la documentazione disponibile è più netta, ma il perimetro è più ampio e comprende le altre morti italiane di quei mesi. Nelle prossime uscite ricostruiremo, documento per documento, quello che accadde durante e dopo IBIS in Somalia e in Italia, .perché sulle vicende di quegli anni pesa un contesto che oggi si tende a dimenticare: l’Italia che mandò i suoi soldati in Somalia stava smettendo di esistere nella forma che aveva avuto per quarantacinque anni.
Il 17 settembre 1992, esattamente un anno prima del duplice omicidio al molo nord, la lira uscì dallo Sistema monetario europeo dopo che la Banca d’Italia aveva bruciato buona parte delle riserve per difenderla. Nei mesi successivi la moneta perse intorno al trenta per cento sul marco. Il governo Amato aveva già prelevato d’autorità il sei per mille dai conti correnti degli italiani e varò una manovra da 93.000 miliardi di lire. Il paese entrò in recessione con il debito fuori controllo e l’obiettivo di Maastricht appena firmato.
Nello stesso arco di tempo la mafia passò all’attacco diretto dello Stato. Il 12 marzo 1992 fu ucciso Salvo Lima, il 23 maggio Giovanni Falcone a Capaci, il 19 luglio Paolo Borsellino in via D’Amelio. Nel 1993, mentre i parà italiani erano a Mogadiscio, le bombe arrivarono al continente: via Fauro a Roma in maggio, via dei Georgofili a Firenze il 27 maggio, via Palestro a Milano e le chiese romane nella notte tra il 27 e il 28 luglio, quando a Palazzo Chigi saltarono anche le linee telefoniche e per qualche ora a Roma si ragionò seriamente sull’ipotesi di un colpo di Stato.
Sul piano politico, la classe dirigente che aveva costruito quarant’anni di rapporti con la Somalia di Siad Barre, e che aveva fatto di Mogadiscio uno dei terminali della cooperazione italiana, venne spazzata via nel giro di ventiquattro mesi. Tangentopoli era partita nel febbraio 1992, il referendum dell’aprile 1993 azzerò il sistema elettorale, la Democrazia cristiana e il Partito socialista si dissolsero, Andreotti finì sotto processo a Palermo, Craxi lasciò l’Italia. Il 15 settembre 1993 il ministro della Difesa che parlò di fatalità era in carica da pochi mesi, in un governo di tecnici guidato dall’ex governatore della Banca d’Italia, sostenuto da un Parlamento che nessuno considerava più legittimato a decidere.
È in questo vuoto che si colloca il molo nord. Non serve evocare complotti per capire perché nessuno pretese risposte: non c’era un potere politico in condizione di pretenderle, l’opinione pubblica guardava altrove, e la stagione della cooperazione con la Somalia stava passando dalle scrivanie dei ministeri a quelle dei magistrati. Il nostro lavoro parte da qui, dai documenti di uno Stato che in quei mesi stava perdendo il controllo di sé.



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