Hormuz più Bab el-Mandeb: il cappio sulle rotte globali
Mentre fumo e polvere continuano a levarsi tra Golfo, Iran e Israele, il Marocco entra in collisione con la Spagna a Ceuta, l’Algeria interrompe le relazioni diplomatiche con gli EAU, lo Yemen sta precipitando in un altro conflitto la cui posta oltrepassa i confini. La conquista del porto di Mokha avviene nel momento della più grave escalation tra Houthi e forze governative, intervenute sia da terra sia con raid aerei dopo l’offensiva che ha investito l’area di Bab el-Mandeb.
Gli Houthi segnano la ripresa delle ostilità contro Riyadh, che ha stigmatizzato gli attacchi portati contro obiettivi civili ed economici sul proprio territorio. Le tensioni ridestate a luglio, dopo un raid saudita sull’aeroporto di Sana’a, stanno evolvendo verso una guerra più completa, con al centro la competizione per il controllo di Sana’a e dello stretto di Bab el-Mandeb, obiettivi la cui importanza strategica trascende i confini yemeniti. L’occupazione della Porta delle Lacrime rafforzerebbe infatti l’influenza regionale iraniana, innalzando la pressione su Riyadh; finora i sauditi hanno adottato una strategia su tre versanti, sostenendo il governo yemenita riconosciuto, incrementando le esportazioni attraverso Suez, istituendo l’Alleanza Multinazionale di Difesa Marittima e l’Alleanza della Mecca.
Visto il ginepraio di Hormuz, è comprensibile l’intento iraniano di rafforzare la propria influenza su Bab el-Mandeb1, il cui controllo non aggiungerebbe nulla alla capacità di colpire il traffico nel Mar Rosso, ma che andrebbe ad impattare sulla valenza strategica e simbolica del controllo sui due stretti. Vista la linea saudita, gli Houthi continueranno a favorire l’entente iraniano, pur compromettendo ogni possibile riconciliazione con Riyadh per un’area, quella di Bab el-Mandeb, che rivaleggia con Hormuz quale prezioso punto di restringimento.
La coincidenza temporale tra l’offensiva Houthi e l’anniversario dell’11 settembre 2001 assume una risonanza simbolica e geopolitica, anche in considerazione del fatto che Ansar Allah è un movimento sciita zaydita legato all’Asse della Resistenza iraniano, dottrinariamente opposto ad al-Qaeda e al jihadismo sunnita responsabile degli attentati. Sebbene le operazioni rispondano a preventivi calcoli operativo-logistici, il richiamo all’11 settembre è stato comunque posto in risalto grazie anche all’attenzione mediatica suscitata. Le operazioni Houthi non sembrano comunque rientrare né nella blitzkrieg né tra i canoni clausewitziani, tanto da potersi dire che queste si collocano agli antipodi dottrinali, configurandosi quale espressione di guerra d’attrito asimmetrica e di interdizione marittima/d’area (A2/AD). Mentre la guerra lampo punta ad una vittoria rapida e risolutiva grazie a manovre in profondità finalizzate a spezzare il baricentro nemico, la campagna Houthi tra Mar Rosso Bab el-Mandeb è concepita sul medio-lungo periodo, sì da alimentare una tensione cronica grazie alla dispersione delle forze e senza cooperazione aeroterrestre.
L’azione Houthi si fonda su tre caratteristiche strategiche definite: Sea Denial e non Sea Control, precluso dalla disparità navale determinata dalle coalizioni internazionali, comunque sempre con deviazioni del traffico mercantile sul Capo di Buona Speranza; asimmetria economica degli ingaggi; guerra ristretta a scopi politici e di deterrenza, secondo la teoria clausewitziana di conflitto quale continuazione della politica a fini di influenza negoziale, rimanendo sotto la soglia da cui si provocherebbe la più classica invasione territoriale. In ogni caso, si può osservare il delinearsi un’operazione che si sostanzia in una tenaglia con tutti i suoi intrinseci punti di fragilità tra centro e ali, ammettendo ovviamente di trovarsi di fronte a due contendenti di pari e significative capacità operative e logistiche.
Geopoliticamente con l’interdizione simultanea di due chokepoint adiacenti, Hormuz e Bab el-Mandeb, la rottura si può raggiungere sia con la ridondanza infrastrutturale terrestre che bypassa le strozzature, sia con l’apertura di costose rotte alternative, sia con l’impiego di scorte armate. Teheran di fatto sta convergendo asimmetricamente per sfruttare prima la contiguità geografica diretta di Hormuz adottando la teoria della soglia controllata, e poi le deleghe conferite ai proxy a Bab el Mandeb per massimizzare la deterrenza, creando una bolla di interdizione d’area a ridosso del Mar Rosso.
Attenzione però: gli Houthi non sono esecutori passivi, ma seguono una propria agenda, posto che poi Teheran preferisce controllare il livello di minaccia in modo da non danneggiare la Cina con blocchi rigidi e simultanei, lasciando Hormuz allo stato di rischio latente e Bab el-Mandeb quale punto ad alta visibilità.
Le conseguenze della tenaglia si riverberano anche sulla dimensione macroeconomica e securitaria, per cui Iran e Houthi non sono costretti a chiudere fisicamente i due stretti poiché basta rendere probabilistico il rischio di transito per costringere l’Occidente a una dispersione economica insostenibile già sul medio periodo. Mentre a Hormuz l’Iran esercita un’interdizione calibrata, mantenendo la minaccia latente dell’interruzione selettiva dei flussi, a Bab el Mandeb, verso Suez, l’Iran proietta la propria influenza a più di 2.000 km dalle proprie coste; controllare entrambi i passaggi significa imporre un cappio sistemico, dove rendere insicuro Hormuz azzoppa l’approvvigionamento energetico primario mentre destabilizzare Bab el-Mandeb costringe alla circumnavigazione dell’Africa stressando le catene globali del just in time. Estendendo il perimetro operativo fino al Mar Rosso, Teheran internazionalizza qualsiasi crisi con USA e Israele potendo sia ricorrere a comode plausible deniability sia saturando le SLOC sfidando il potere americano.
Le monarchie del Golfo sono dominate a fattor comune dal giustificato timore di essere coinvolte in una guerra regionale. Mentre Riyadh deve difendere il confine meridionale e preservare il programma economico Vision 2030, che richiede stabilità e investimenti esteri, gli EAU sostengono, indirettamente, la proiezione asimmetrica ed i proxy marittimi, puntando a consolidare la capacità logistica per assicurarsi una exit strategy attorno al Golfo di Aden.
Con l’Oman che tende a conservare la propria posizione di Svizzera del Golfo, la reazione prevalente del blocco arabo non si esprimerà con un’offensiva militare congiunta ma con una combinazione di deterrenza navale passiva e di diplomazia preventiva su Teheran. Intanto il controllo Houthi si estende lungo la costa yemenita del Mar Rosso, specie dopo la conquista dell’isola strategica di Mayyun (Perim), nel punto nodale dello stretto che collega Mar Rosso e Golfo di Aden.
Di fatto gli Houthi hanno aperto un secondo fronte, ampliando la pressione sui mercati energetici e finanziari globali; con questa offensiva, infatti, hanno fatto saltare lo status quo datato 2022 creando le condizioni per il consolidamento del controllo sulla parte settentrionale dello Yemen e con gli USA restii ad un ulteriore coinvolgimento su un altro fronte, specie in previsione delle imminenti elezioni di Midterm. MBS (principe ereditario e primo ministro dell’Arabia Saudita, de facto il sovrano del Regno, ndr) è dunque al momento solo, malgrado abbia cercato di diversificare le partnership securitarie saudite, non da ultimo con il Patto di difesa reciproca della Mecca, che, tuttavia, non è stato attivato dopo l’offensiva Houthi.
La possibilità che il Mar Rosso si trasformi in un lago sotto l’egemonia irano-yemenita presenta uno scenario di interdizione marittima asimmetrica permanente, visto che nessuno in zona dispone di flotte capaci di assicurare un dominio mahaniano. La chiusura dei varchi meridionali, la profondità strategica assicurata da vettori a lungo raggio ed il presidio marittimo iraniano con naviglio ausiliario, laddove fosse consolidata, consentirebbe una frammentazione della libertà di navigazione con un controllo asimmetrico Anti-Access/Area Denial (A2/AD) a basso costo, con la creazione di uno spazio a sovranità negoziata.
Se Riyadh fosse soggetta ad una paralisi logistica con l’accerchiamento da entrambi i versanti marittimi, il Cairo, senza Suez, patirebbe una perdita irreversibile di traffico mercantile, senza contare la vulnerabilità delle infrastrutture sottomarine in fibra ottica che collegano Europa, MO e Asia.
Gli ostacoli che impediscono una celere trasformazione di questo tipo riguardano sostanzialmente la sensibilità economica cinese, con Pechino poco incline all’accettazione di una BRI soggetta a pedaggio iraniano, senza contare la labile soglia di tolleranza americana ed europea. Senza flotte convenzionali in grado di opporsi alle task force alleate, la presenza Houthi resta vulnerabile al blocco dei rifornimenti di componenti esterne.
La responsabilità della crisi innescata dagli Houthi interessa le scelte politico strategiche di Washington, che ha favorito il radicamento del movimento, visto che la sua ascesa non è di certo stata un fenomeno repentino, ma determinata da una serie di incongruenze talvolta interpretate come segnali di stanchezza ed esitazione di cui approfittare, come avvenuto con il blocco dell’offensiva lealista su Hodeida nel 2018, cosa che ha lasciato ad Ansar Allah i varchi costieri necessari a sviluppo e impiego della missilistica e dei droni oggi usati contro il traffico marittimo.
Al momento, l’impegno nel Mar Rosso evidenzia i limiti della proiezione americana a fronte della guerra asimmetrica, con degradazione della deterrenza convenzionale, consumo di scorte sensibili che si allontanano dal teatro indo pacifico ed un’asimmetria economica ampiamente sfavorevole e con l’Europa quale attore che paga il prezzo maggiore. Il problema americano è quello di riuscire a stabilire delle priorità.
Dal punto di vista iraniano, l’interdizione dei varchi marittimi agirebbe come leva di coercizione asimmetrica, utile in un momento, che per alcuni appare prossimo, di crollo economico e sociale interno. Anche qui, tuttavia, andrebbe valutata sia la reazione cinese sia la più che probabile reazione cinetica occidentale.
L’altro attore da considerare è Israele, la cui reazione rientra nelle prevedibilità, a condizione che vengano superate concrete soglie di danno, a cominciare dal porto di Eilat secondo la logica della ritorsione asimmetrica destinata a colpire infrastrutture duali critiche.
L’interdizione marittima Houthi condiziona sicurezza nazionale, trasformazione economica e postura diplomatica saudita, con una degradazione generalizzata delle capacità ed una privazione di vie di fuga, che ora collidono con le datate richieste americane, volte a suo tempo a fare fronte comune per la salvaguardia delle SLOC.
Di fatto, gli Houthi costringono Riyadh ad una politica debole necessaria a preservare la stabilità interna, messa in crisi anche dai droni provenienti dall’Iraq. Non è un caso che il presidente iraniano Pezeshkian sia intervenuto dal vertice Brics di New Delhi per rassicurare i sauditi circa le intenzioni di Teheran che preme perché Washington accetti le condizioni poste.
Proprio il gruppo Brics si trova frammentato tra logiche geopolitiche e danni commerciali, con Iran beneficiario diretto della situazione e Mosca beneficiaria indiretta che adottano la politica del doppio forno; Pechino in posizione ambivalente che spinge su Teheran perché intervenga; New Delhi danneggiata, Riyadh e il Cairo in asfissia. Tutti, con gli EAU, seduti allo stesso amichevole tavolo.
Gli Houthi approfittano di fatto delle faglie del blocco. Le forze governative, malgrado gli ingenti aiuti in termini di equipaggiamenti puntualmente catturati durante l’offensiva, sono fiaccate da simmetrie politiche, strutturali e geografiche, che rendono impossibile comporre un mosaico di fazioni rivali sotto la stessa bandiera e con una coalizione a supporto che, negli anni, non ha saputo mantenere una linea unitaria e coerente, a differenza degli Houthi che possono vantare unità ideologica, comando accentrato, assorbimento delle parti migliori del preesistente apparato statale. Di fatto, controllando il lato yemenita di Bab al-Maneb, gli Houthi hanno saldato il loro fronte a quello, più ampio, tra USA e Iran per il controllo delle rotte del Golfo e degli accessi che collegano Asia ed Europa attraverso Mar Rosso e Canale di Suez.
La caduta di Perim è una tenaglia che si chiude sulle due sponde della penisola arabica, Hormuz e Bab al-Mandeb, tenuto conto che dal mar Rosso passa più di un quarto del commercio mondiale di greggio e quasi un terzo del traffico globale di container; l’Arabia Saudita, su cui da luglio pesano le operazioni marittime Houthi, risulta pericolosamente esposta, tanto che il ministro della Difesa pachistano Khawaja Asif ha ammonito circa i rischi di un’aggressione non provocata che, contro il regno saudita, innescherebbe il Trattato della Mecca2.
Da notare, infine, che la svolta yemenita fortifica Teheran mentre il confronto con Washington non mostra alcuna apparente via d’uscita; rimane da notare, come l’attivismo Houthi lungo le frontiere saudite rischi di catalizzare un’intesa militare sunnita lungo il perimetro della penisola arabica, risultato sicuramente non prediletto da Teheran.
1 Sul piano sistemico ed energetico lo Stretto di Hormuz è più critico rispetto a Bab el-Mandeb che conserva un impatto diversificato sulle supply chain e risulta geopoliticamente più sensibile a interruzioni prolungate. Un blocco di Hormuz non ha soluzioni logistiche di riserva.
2Contrasto all’asimmetria economica: l’integrazione di sistemi turchi e pakistani riduce la vulnerabilità dell’Arabia Saudita all’usura delle batterie occidentali degradando l’efficacia del fuoco di saturazione houthi.
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